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C’era una volta la Lega Nord

– C’era una volta in Italia una forza politica nuova, fresca, giovane. Nacque parallelamente alla crisi dei partiti poi spazzati via da Tangentopoli e dal mutamento degli equilibri mondiali. Non si identificava con le tradizionali categorie, non era di destra o di sinistra, ma intercettava malcontento, voglia di cambiamento e aveva innescato un meccanismo in base al quale si nutriva di consenso proporzionalmente all’altrui incapacità di dare risposta ai molti problemi che il paese attraversava.

Poneva questioni importanti, percepite serie anche da chi non la votava e indicava il federalismo quale soluzione per superare la crisi di uno stato il cui centralismo e il cui sistema finanziario era diventato strumento permanente di asimmetrie. C’era chi riceveva più di quanto produceva e, soprattutto, più di quanto meritava, anche di fronte a gravi responsabilità nell’amministrare la cosa pubblica.

La nascita di questa forza politica ha rappresentato e rappresenta l’unica novità degli ultimi venti anni, ad eccezione della prima Forza Italia che raccolse consensi e ancor più rappresentanti direttamente da quella società civile rimasta sino ad allora ai margini.

Dalla Lombardia si propagò via via in tutto il nord, dalla valli scese con inarrestabile cammino sino alle pianure, sino a penetrare nel cuore delle più importanti città.

Come tutti i movimenti aveva un nemico, Roma. Non la città, ma ciò che questa rappresentava, col suo centralismo, lo statalismo soffocante, la burocrazia, lo spreco, il malcostume.

Quella forza, financo i suoi riti, affascinò molti, se non altro come tentativo di scardinare le cose, di dare uno scossone.

Da Lega lombarda si mangiò la Liga veneta e divenne Lega Nord, poi inventò la Padania e si mise al servizio della sua indipendenza. A seconda delle esigenze il federalismo si spingeva sino alla secessione, per poi sterzare sulla devoluzione, ma l’obiettivo dell’indipendenza padana rimase consacrato nell’art. 1 dello statuto.

Tra le caratteristiche, primeggiavano militanza, onestà, disciplina, assoluta fedeltà al capo fondatore. La Lega era forte, spaventava, non solo per i voti che prendeva.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora; cosa resta oggi di quella Lega?

Restano certamente i voti. L’ultimo sondaggio commissionato il 7 marzo da Repubblica dava la Lega intorno al 10% (su scala nazionale, pari a oltre il 20 al nord, dove resta il primo partito); sondaggi precedenti la danno addirittura superiore e ne è chiara la ragione. Se la Lega si presenta da sola intercetta meglio i voti di protesta, quando è al governo o alleata in coalizioni cala.

Certamente restano i militanti, la base. La Lega è davvero un partito radicato sul territorio (anche perché i suoi confini sono più stretti di quelli degli altri), ha meccanismi di militanza rodati che producono classe dirigente in un percorso che dal basso porta all’alto.

Certamente la maggioranza dei militanti è onesta, ma l’occasione rende l’uomo ladro e le recenti cronache ci  segnalano che qualche crepa nella classe dirigente leghista c’è e rischia di allargarsi.

Certamente resta il rispetto per il capo fondatore, ma è un sentimento che va asciugandosi e velocemente si sta trasformando in compassione per un uomo malato che manifestamente non è più in grado di guidare il movimento con l’energia necessaria; intorno a lui si moltiplicano i cerchi, le lotte di potere, i nepotismi e la base osserva attonita e avvilita, soffocando il naturale disprezzo che, invece, vorrebbe gridare.

Certamente resta poco in termini di risultati, considerato che la Lega è stata al governo per anni. La legge 42/2009, che delegava al Governo l’adozione di decreti per l’attuazione del federalismo fiscale (fiscale, non istituzionale) si è risolta nell’emanazione di soli otto decreti (di cui uno per Roma capitale), il cui impatto in termini finanza locale è peraltro assai diminuito per effetto del taglio dei trasferimenti conseguenti la crisi finanziaria.

Lo stesso Roberto Calderoli ha detto che ci vorranno trenta anni per arrivare a un vero federalismo, tanti quanti ci separano dalla vittoria dei mondiali dell’82 in Spagna, sempre che non intervengano intoppi nel frattempo.

In verità l’unico federalismo che la storia conosce è quello aggregativo, dove i più si federano per stare insieme. E’ scritto sulle banconote americane, e pluribus unum.

Va reso onore al fatto che la Lega ci abbia provato ed è bene che insista, è importante, il federalismo è ormai entrato nel DNA degli italiani. Nel frattempo, nell’attesa che decorrano i trenta anni, sarà bene che, per presentarsi pronta ai prossimi appuntamenti, la Lega cominci dalle cose più facili e vicine, facendo ordine in casa e facendo girare i meccanismi di ricambio dei propri quadri, nessuno escluso. Che senso avrebbe, altrimenti, professarsi partito di militanza radicato se, poi, le facce dei dirigenti sono le stesse di venti anni fa?

I tempi sono maturi, con buona pace dell’On. Bossi e dei vari Boni di turno.


Autore: Francesco Valsecchi

Nato a Roma da famiglia valtellinese nel 1964, avvocato, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è stato, tra i vari incarichi, componente della Commissione di studio per la riforma del processo civile e consigliere di amministrazione di Poste Italiane S.p.A. e di ENEL S.p.A.. Ha scritto “Il popolo della Lega" (Marietti 1820) e “Poste Italiane, una sfida fra tradizione e innovazione" (Sperling & Kupfer).

One Response to “C’era una volta la Lega Nord”

  1. non sono convinto che la Lega sia il primo partito del Nord, se nel Nord si inserisce anche l’ EmiliaRomagna.
    bisognerebbe far perbene i conti.

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