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Tagli alla spesa pubblica, per ridurre le tasse

– In un’intervista rilasciata al Corriere, il Ministro Giarda annuncia l’avvio del processo di spending review, di cui curerà la giuria. L’intento: “reperire fondi da destinare alla riduzione della pressione fiscale o a misure per lo sviluppo”. La misura di sviluppo più efficace, il modo più diretto, efficiente, per far ripartire l’economia e contrastare la corruzione, è in effetti proprio la riduzione della pressione fiscale.

L’auspicio è che, quando tra un anno o due la revisione della spesa pubblica avrà dato i suoi frutti, il governo sarà del medesimo avviso. Per ora, ministri chini sui conti pubblici per individuare i buchi neri che hanno prosciugato le casse dello stato e le tasche dei contribuenti nel corso degli anni. Perché la spesa pubblica al netto degli interessi non si è mai arrestata dal 1990 al 2009.
Ventuno anni fa ammontava a 303 miliardi di euro; nel 2000 a 475 miliardi di euro; 728 miliardi di euro nel 2009. Solo nel 2010 è scesa, invertendo per la prima volta il trend, a 723 miliardi di euro. In 10 anni è aumentata del 52%, se si considera il valore nominale, ovvero del 24,4% se si “sottrae” l’inflazione. In rapporto al PIL, la spesa delle amministrazioni centrali e locali è calata nel corso degli anni Novanta, passando dal 42,9% al 39,5% nel 2000, per poi risalire al 46,6% nel 2010. Se sommiamo a questa cifra le spese per interessi, arriviamo al 50,3% del PIL nel 2010.

Secondo Giarda bisogna partire dalle amministrazioni centrali, che consumano 305 miliardi di euro l’anno. I tagli però questa volta non dovrebbero andare a incidere sulle voci della spesa sociale; compito del Governo è ridurre le spese per i servizi generali, di funzionamento delle amministrazioni, che ammontano a 135 miliardi di euro. Più di un terzo della spesa pubblica dello stato, quindi, è impiegata per alimentare la macchina amministrativa.

Le spese per il personale sono pari a 10 miliardi di euro. Il blocco del turnover, se rispettato, dovrebbe frenare la crescita di questa voce di spesa. Le altre uscite correnti, su cui sembra concentrarsi l’attenzione del Ministro Giarda, ammontano a 120 miliardi di euro.
Se si riuscisse a ridurre anche solo del 5% questa cifra, si libererebbero 6 miliardi di euro, pari a più della metà delle entrate attese dall’IMU. Con i risparmi ottenibili, si potrebbero ridurre di circa un punto percentuale le aliquote Irpef.

Il problema risiede semmai nei tempi di attuazione. La spending review era già prevista dalla manovra dell’estate 2011 varata da Berlusconi. L’articolo 9 del decreto legge 98/11 ha previsto che

“il Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, sulla base di un atto di indirizzo del Ministro dell’economia e delle finanze, a partire dall’anno 2012, d’intesa con i Ministeri interessati, dà inizio ad un ciclo di “spending review” mirata alla definizione dei fabbisogni standard propri dei programmi di spesa delle amministrazioni centrali dello Stato. Le analisi individuano, tra l’altro, eventuali criticità nella produzione ed erogazione dei servizi pubblici, anche inerenti le possibili duplicazioni di strutture e le possibili strategie di miglioramento dei risultati ottenibili con le risorse stanziate. In particolare, per le amministrazioni periferiche dello Stato sono proposte specifiche metodologie per quantificare i relativi fabbisogni, anche ai fini della allocazione delle risorse nell’ambito della loro complessiva dotazione”.

Da allora, però, né il governo Berlusconi, né il governo Monti avevano fatto alcun concreto passo in avanti. Anche per questo la manovra salva-Italia è stata mal digerita da una parte consistente dell’opinione pubblica. Viste le competenze tecniche della compagine governativa, ora le aspettative che gli Italiani nutrono affinché l’esecutivo riesca a razionalizzare le spese “morte” della pubblica amministrazione sono molto alte.

Giarda spera di poter aggredire gli sprechi già in occasione del rinnovo dei contratti di fornitura di beni e servizi da stipulare tra il 2012 e il 2013; noi speriamo con lui che tanta buona volontà non si fermi al primo ostacolo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Tagli alla spesa pubblica, per ridurre le tasse”

  1. Piccolapatria scrive:

    Per mia avventura esistenziale ho tanti e tanti anni e posso testimoniare che questo ritornello “tagli alla spesa pubblica” l’ho sentito, risentito mille volte nei vari decenni della mia vita “cosciente”. Menzogna reiterata e sconfessata con aumenti costanti e spudorati di spese inconsulte e clientelari in contemporanea con aggravi di prelievi mai bastanti. Per quale motivo ora dovrei credere che questo tecnico in grisaglia, peraltro ben fornito di prebende pubbliche, metta in atto una concreta ed EQUA revisione? Mi sembra più che altro un mezzo parolaio per tenere buoni i sudditi obbligati a pagare e pagare e solo pagare con l’illusione mendace indotta ad arte dal solito tecnocrate che sa come si fa a tartassare quelli senza difesa.

  2. Paolo scrive:

    Lo Stato ha già raggiunto l’avanzo primario!

    Tagliare la spesa per la “macchina amministrativa”, quindi, non può servire che per nascondere il solito, vero, unico obiettivo: trasferire risorse agli amici degli amici, riducendo il “perimetro dell’imparziale” a vantaggio del “perimetro delle clientele”.

    Naturalmente, si può condire il tutto con una nuova campagna populista “antifannulloni”, senza responsabilizzare minimamente i loro datori di lavoro (gli strapagati dirigenti di nomina politica).

    Squallido déja vu.

  3. Giuseppe scrive:

    La mia personale manovra salvaportafogliodaMonti: dato che le misure del Governo Monti, oltre che incidere sulla pensione di mia moglie posponendola di 7 anni e posponendo di nove il suo Tfr che ci occorreva per estinguere il mutuo – e qui non ci possiamo fare niente – hanno inciso per più di duecento euro al mese sulla nostra famiglia, vi propongo di aderire alla nostra personale manovra salva italiani classe basso media: riduciamo qualsiasi spesa non strettamente indispensabile. Un esempio: prima andavamoa prendere la pizza circa due volte a settimana per circa 280 euro al mese; ora due volte al mese: ecco risparmiati i duecento euro arraffatici dalla manovra. Guadagnando in salute. E poi, imparare a trarre gioia da una vita scevra di paccottiglie inutili e tesa all’essenzialità. Vedrete, una volta imparato, sarà bello e non smetterete neanché se vinceste il Superenalotto!
    Creiamo recessione? E chi se ne frega: se la vedrà Monti e Marcegaglia coi negozianti quandose la prenderanno con lui.

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