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Negozi: liberalizzare gli orari non è sinonimo di schiavismo

– Aperture domenicali libere, è vero, non significa ipso facto nuovi posti di lavoro. Anzitutto perché è un’opportunità e non un obbligo (e ci mancherebbe), quindi il negozio che vuole stare chiuso per non assumere nuovi dipendenti può farlo. E poi perché un imprenditore – prima di investire in nuove risorse – cercherà di riorganizzare quelle di cui dispone.

Il nuovo contratto nazionale del commercio, in vigore dalla primavera del 2011, ha aiutato: ad esempio è ora previsto che l’azienda chieda al dipendente di lavorare per 12 giorni consecutivi. Tuttavia a molti commercianti le maglie larghe del CCNL non bastano. E’ chiaro infatti che nel breve periodo essi soffrirebbero la concorrenza di altri soggetti più grandi e più organizzati.

E così, sia le organizzazioni imprenditoriali sia i sindacati si schierano contro la liberalizzazione degli orari. Lo fanno con argomenti che guardano al presente più che al futuro. Questo, ad esempio, è un lancio d’agenzia del 4 marzo che riporta le parole di Gianmario Santini, segretario della Filscam-Cgil Lombardia: “Le domeniche di apertura selvaggia, oltre a costituire un problema per i dipendenti che sono in maggioranza donne con figli, che la domenica non possono contare neanche sui servizi sociali pubblici per arrabattarsi con la famiglia, costringono alla chiusura anche i piccoli negozi di quartiere che le aperture extra spesso non se le possono permettere”.

La fotografia non è del tutto realistica: non è colpa dei contribuenti consumatori che non lavorano nel settore commercio se il welfare, già molto scarso durante la settimana, è inesistente la domenica, e se ciò va a discapito soprattutto delle donne che lavorano, troppo poche nel nostro Paese. Quanto poi ai “piccoli negozi di quartiere”, essi rappresentano indubbiamente un fondamentale elemento di socialità dei quartieri urbani, e tuttavia non è impedendo la concorrenza nel dì di festa che possiamo aiutarli a salvarsi. Se la loro merce è più cara o fuori moda, lo è anche il martedì mattina o il sabato pomeriggio.

I “piccoli negozi di quartiere”, che temo invidino il nine to five, Monday to Friday, peraltro, sembrano fin troppo mitizzati dalla sociologia dei non sociologi. Si criticava così tanto, negli anni ’80, la società dei consumi senza rendersi conto che è proprio la crisi di consumi a colpirli profondamente, più della spietata concorrenza del nuovo pret-à-porter, degli outlet e degli ipermercati. Qualche euro di risparmio sulla spesa-base o sul medesimo capo d’abbigliamento non compensa la mezz’ora di tempo e benzina per recarsi al centro commerciale.

Un episodio piuttosto recente, di quelli che ti rimangono impressi tutta la vita, lo spiega bene. Una domenica di qualche anno fa, all’una di pomeriggio.
Un breve viaggio in auto in una valle di frontiera, dall’Italia verso la Svizzera. Passando per un paese – l’ultimo, peraltro, qualche chilometro prima del confine – ci rendiamo conto che un negozio di alimentari, di poco scostato dalla Statale, ha l’aria di essere aperto. In casa, per la cena, mancano due o tre cose. Decidiamo di parcheggiare e ci avviciniamo. Il negozio è buio ma da fuori vediamo una signora seduta. Apriamo la porta. Ci accoglie questa donna dall’età non facilmente quantificabile: la gente di montagna, spesso, sembra più vecchia di quel che è davvero.

Si alza e accende la luce: prima l’unica fonte luminosa era la finestra che dà sul retro. Il negozio ha la struttura di un piccolo supermercato, lei era seduta alla cassa. Ma ci chiede di cosa abbiamo bisogno e va a procurarcelo. Mi sento quasi in dovere di scusarmi: “Che sorpresa trovare aperto, è domenica, è ora di pranzo…”. Sorride e mi risponde come stesse dicendo un’ovvietà: “Non c’è niente da fare – spiega – e resto qui a tenere aperto, se qualcuno passa e come voi ha bisogno di qualcosa. Per me, leggere un giornale a casa o qui in negozio è uguale, ma almeno mi sento utile. Siete in pochi a passare oggi ma è tutta la vita che porto avanti il negozio. La mia vita è questa. Poi quand’è ora di messa verrà a trovarmi qualcuno del paese e ci raccontiamo qualcosa”.

Cinque o sei chilometri prima, il Carrefour Market aveva già chiuso i battenti fino a lunedì.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

10 Responses to “Negozi: liberalizzare gli orari non è sinonimo di schiavismo”

  1. antonluca scrive:

    ottimo pezzo, massimiliano

  2. Bruno Musso scrive:

    E’facile parlare quando non si conosce per nulla il settore del commercio. Ebbene lavoro da 6 anni nella GDO e voglio analizzare il testo da Lei pubblicato. Fermo restando la libera opinione di chiunque posso dirLe tranquillamente che come ha citato anche Lei, il decreto legge, non produrrà alcuna nuova assunzione (e già questo era considerato uno dei punti di forza di questa cosiddetta liberalizzazione)e la conferma noi lavoratori l’abbiamo avuta in azienda, comunicataci dagli stessi responsabili. Gli unici negozi che rimarranno sempre aperti sono e saranno sempre gli ipermercati, unici colossi in grado di farlo. Cita il fatto che “non è colpa dei contribuenti consumatori che non lavorano nel settore commercio se il welfare, già molto scarso durante la settimana, è inesistente la domenica”…ovvio che non sia colpa loro ma in primis noi dipendenti del commercio non siamo lavoratori pubblici (quindi nessun obbligo di pseudo-amore verso la collettività) per cui un ipermercato come il mio, che fino all’anno scorso rimaneva aperto 2 domeniche al mese di media da gennaio ad agosto per poi tenere sempre aperto da fine settembre a dicembre, occorreva “liberalizzarlo”? l’orario del mio ipermercato era dalle 9 alle 21,30 lun-sab (quindi ampie possibilità di spesa per lavoratori turnisti e non). Mi dice qual’era la necessità di tenerlo aperto tutto l’anno? o forse dovremmo parlare del contentino dato agli “amici” imprenditori peraltro quasi tutti francesi della GDO? Solo negli Usa i negozi rimangono sempre aperti (dove però vi è una diversissimo stile di vita) e nei paesi dell’ex Unione Sovietica (mi rifiuto in questo caso di parlare di Europa). Dovremmo parlare invece dell’IVA che aumenterà ancora salendo al 23%, per cui i prezzi e la spesa famigliare sarà ancora più cara e parlerei anche del contratto del commercio, uno tra i più bassi in termini economici che vi sia in Italia. La mia maggiorazione domenicale sa a quanto ammonta?Glielo dico subito…30%. Noi prenderemo la bellezza di 2,58€ in più all’ora per il lavoro festivo, oh sorry ordinario. Le sembra normale? cui prodest? Lobby della GDO. Rispetto i clienti reali e normali, costoro sono i miei veri datori di lavoro ma c’era modo e modo di modificare un settore già ampiamente svincolato e sottopagato. Ha citato l’esempio della signora, ebbene noi invece vorremmo avere un vita privata e sociale perchè il riposo compensativo settimanale lo abbiamo mentre i nostri cari e/o amici lavorano e Le assicuro che non affatto positivo. A parer mio non è normale regalare in termini di tempo e misero denaro le poche domeniche disponibili per far sì che certe persone debbano avere il “contentino” di poter girare senza meta e sopratutto senza acquisti per le corsie di un freddo ipermercato e ciò è un vero e proprio degrado culturale. Ma non esistono più le passeggiate all’aperto?i cinema?i musei?le chiacchierate in famiglia? mi rendo conto che la società in cui vorrei vivere sarebbe regolata da uno Stato Etico ed il nostro invece, materialista e immorale su tutto, regala agli italiani i negozi sempre aperti chiudendogli gli occhi sui problemi veri e concreti del paese. Grazie e cordiali saluti.

  3. Bruno Musso scrive:

    “ovvio che non sia colpa loro ma in primis noi dipendenti del commercio non siamo lavoratori pubblici (quindi nessun obbligo di pseudo-amore verso la collettività)”…AGGIUNGO: NON SIAMO UN OSPEDALE O UN SERVIZIO DI PRIMA NECESSITA’…LA GENTE, PER CARITA’, LIBERA DI FARLO, VIENE PERO’ SOLO A VEDERE E A “TASTARE” I CELLULARI O I PRODOTTI TECNOLOGICI SENZA TUTTAVIA ACQUISTARLI O AD ACQUISTARE UN SACCO DI PATATE E POCO ALTRO, ED A FRONTE DI TUTTO CIO’ RITENGO, COME GIA’ AMPIAMENTE SOPRA DESCRITTO, CHE QUESTA PSEUDO-LIBERALIZZAZIONE SIA UNA BARZELLETTA, PURTROPPO GRAVOSA PER NOI LAVORATORI DEL COMMERCIO.

  4. un quadretto un po’ troppo idiallaco secondo me.

    comunque pensiamo alla cosa più seria: gli stipendi e le tutele(a cominciare da una regolarità degli orari) dei dipendenti che lavorano nelle domeniche.

    la vecchietta che ha il suo negozietto in campana non è la casseria di una catena.

  5. Bruno Musso scrive:

    Bisogna modificare il contratto del commercio (come ovviamente tutti i contratti vigenti in Italia) aumentando la paga base, aumentando la percentuale di maggiorazione della paga domenicale (con quella attuale si percepiscono 60-70€ ca di maggiorazione lavorando tutte le domeniche del mese..assurdo!!!) stabilendo un numero minimo di domeniche obbligatorie: per esempio su 50 festivi circa annuali renderne obbligatori 25 per ciascun dipendente mi sembra già un buon compromesso e le rimanenti domeniche su base volontaria, come avveniva in passato magari introducendo degli incentivi o detassazioni su quelle ore aggiuntive lavorate (per chi vuole farle). Aggiungo che non vi è da noi alcuna turnazione sulle domeniche e che le squadre dei reparti sono ridotte all’osso e per questo motivo l’azienda con vessazioni più o meno velate cerca di ottenere da pochi dipendenti ciò che otteneva con team più numerosi e potete immaginare il clima che respiriamo quotidianamente.
    L’articolo pubblicato sopra, con tutto il rispetto, non ha alcuna validità oggettiva perchè non riporta altro che opinioni personali espresse denotando una grave e lacunosa conoscenza del commercio. La mia tesi al contrario, da lavoratore del settore, parla di fatti certi e chiunque conosca il commercio non potrà che confermare quello che ho scritto. Saluti

  6. puppy scrive:

    complimemnti Bruno!!!

  7. Bruno Musso scrive:

    Sarebbe interessante se l’autore dell’articolo volesse rendersi partecipe di un confronto dopo quanto ho scritto in precedenza ma temo che non avrò un interlocutore in grado di ribattere la mia tesi. A tutti i lavoratori del commercio: “siamo in tanti, cerchiamo di svegliarci e far valere la nostra forza e le nostre idee perchè non esistono solo i doveri nella vita di un lavoratore!”

  8. Massimiliano Melley scrive:

    Non ero intenzionato a elevare la signora del negozio di paese di montagna a esempio per ogni lavoratore o impresa del commercio, anche perché trattasi di imprenditrice che decide come meglio crede come occupare il suo tempo (e non quello di un dipendente). La signora, che può tenere aperto quando vuole in forza dell’essenza “turistica” del comune in cui ha sede il suo negozio, non è il “modello” a cui desidero che i lavoratori e gli imprenditori del commercio facciano riferimento.

    Piuttosto sarebbe un esempio di come si può pensare il lavoro diversamente da un mero strumento per racimolare gli euro necessari a vivere. Ma questa non può essere, me ne rendo conto, una “teoria generale”.

    Giusta l’osservazione che dovremmo parlare dell’Iva al 23%: l’ho scritto anch’io (“La merce sarà più cara anche al martedì pomeriggio”, ovvero non sperate che tener chiuso la domenica vi faccia guadagnare di più, cari piccoli commercianti. Il problema è a monte).

    Per penultima cosa: i casi singoli (tipo la turnazione ridotta all’osso o inesistente) sono cose di cui possono occuparsi le rappresentanze sindacali della specifica impresa e, eventualmente, il giudice del lavoro. Concordo, poi, sulla questione delle basse retribuzioni soprattutto per il lavoro domenicale, ma anche per quello serale. Tuttavia faccio notare che è l’Italia in genere a soffrire di basse retribuzioni, e che il settore commercio, perlomeno, gode della 14sima mensilità. No comment sul supposto “degrado culturale” dell’ipermercato.

    Per ultima cosa: a Dublino, a Londra, a Berlino, a Praga mi era possibile acquistare qualunque cosa (tranne gli alcolici a Dublino) quasi a qualunque ora del giorno e della notte. Perché a Milano non mi è possibile?

  9. Bruno Musso scrive:

    Nessuno più del sottoscritto crede fermamente nel valore della collettività e del corporativismo al fine ovviamente di creare un’armonia univoca tra le parti sociali nell’interesse dell’Italia senza regalare però nessun privilegio ad alcuno. Le liberalizzazioni degli orari dei negozi sono senza senso, se non per il fatto di aver dato il contentino, non ai piccoli-medi commercianti ma alla GDO che sentitamente ringrazia. Parliamoci chiaro, parlare del lavoro come di un sacrificio che non debba essere visto come “un mero strumento per racimolare gli euro necessari a vivere”, sopratutto in questo momento di crisi, è quantomeno assurdo e irrispettoso. Ma secondo lei noi, come in altre categorie, lavoriamo per bandiera o per vivere, o meglio, sopravvivere?! Darei la mia vita per la Patria, quella di una volta perlomeno ma non certo per 4 persone che non sanno vivere il proprio tempo libero se non toccando o tastando qualche tablet o cellulare ultimo grido o aprendo scatole qua e là per l’ipermercato senza peraltro fare acquisti! Ripeto, vendiamo beni al consumatore, non servizi pubblici essenziali. La spesa o i mini-acquisti, come ho ampiamente argomentato, potevano essere fatti come sempre in orari più che ampi per qualsiasi tipologia di cliente, siano essi impiegati, turnisti, pensionati ecc…Il problema dell’Iva non l’ha invece capito. La domanda giusta da fare invece sarebbe: non sperate che tener aperto la domenica vi faccia guadagnare di più cari commercianti,piccoli-medi e grandi (chissà perchè lei non parla dei centri dei colossi finanziari che hanno voluto ed ottenuto questa legge – vedere intervista a Mulliez al Sole 24ore), perchè tanto il numero dei clienti è sempre quello, gli acquisti calano sempre di più a fronte di tasse sempre più elevate e le persone modificheranno parzialmente le giornate dedicate alla spesa, non più 6gg su 7 ma 7gg su 7. Ma i consumi e le tanto decantate assunzioni però dove sono???
    Le rappresentanze sindacali praticamente non esistono nel commercio e comunque non mi vedono loro sostenitore in quanto il suddetto contratto per come è stato articolato nel corso del tempo è andato contro gli interessi dei lavoratori e di questo dobbiamo “ringraziare” appunto i sindacati, firmatari del testo.
    E ci mancherebbe altro che abbiamo la 14sima mensilità!ma scherziamo!il fatto che ci siano categorie che non la percepiscono non deve far pensare, come avviene sempre in questo paese, che noi siamo fortunati ma piuttosto quanto sia negativamente assurdo il nostro stato sociale (invidiato da tutti all’inizio del secolo scorso). Poi dati gli orari “liberi” quantomeno avrebbero dovuto fin da subito rivedere le percentuali di maggiorazione domenicale senza finire, come hanno fatto, nel decretare la domenica come un “normale” giorno lavorativo.
    No comment sul degrado culturale per quale motivo? forse lei è tra quelle persone che non sanno cosa fare della propria domenica dal dover andare a trascorrere ore ed ore dentro le corsie di un ipermercato?
    A Dublino, a Londra, a Berlino, a Praga mi era possibile acquistare qualunque cosa quasi a qualunque ora del giorno e della notte. Perché a Milano non mi è possibile?
    A questo punto citerei le centinaia di altre città facenti parte di altri numerosi paesi che continuano ad avere gli orari dei negozi regolati come li abbiamo avuti noi fino a gennaio. Avrei capito la sensibilizzazione all’apertura dei negozi nei centri cittadini di ogni città, questo l’avrei compreso ma quello che hanno poi fatto no e non mi va giù. E le chiedo: perchè acquistare una qualunque cosa la domenica quando potevo farlo dal lunedì al sabato dalle 9 alle 21,30 e potevo persino farlo anche per due domeniche al mese? Lei entra mai negli ipermercati dalle ore 20 all’orario di chiusura?Ebbene non troverà nessuno se non qualche persona generalmente non italiana. Questo vuol dire che in Italia nessuno sarà mai interessato agli acquisti notturni o ad una visione commerciale come nei paesi anglosassoni ma non perchè sbagliata in toto ma perchè non facente parte del nostro stile di vita che i nostri pseudo-governanti, mi rendo conto, vogliono rendere sempre più materialista, perchè così le persone continueranno a rimbambirsi pensando all’ipad, al cellulare nuovo, al calcio, alle veline, ai negozi aperti mentre loro fanno i loro comodi salassandoci. E il popolo bove tace.

  10. cassidy scrive:

    mi permetto solo di dire una cosa, la vecchina nel negozietto di confine che ha asserito che non passa quasi mai nessuno e che aspetta che qualcuno le vada a fare visita in negozio, probabilmente era una persona sola e triste che pur di avere compagnia teneva aperto il negozio, inutilmente peraltro….questa domenica ho passato l’intero turno di lavoro a grattarmi, non c’era nessuno fino alle 17 del pomeriggio, quando hanno iniziato ad arrivare in massa perchè finito di fare i cavoli loro e di divertirsi, si sono accorti che per cena nel frigorifero non c’era niente……beh ragazzi miei, ditemi a cosa serve pagarmi, miseramente per altro, per stare a girellare nel mio reparto senza vendere niente….da noi è solo l’alimentare che attira un pò di gente, ma gli altri settori sono pressochè evitati perchè la gente non ha soldi da spendere. le nostre vite sono così vuote che non potendo permetterci il lusso di un fine settimana ce ne andiamo nei centri commerciali dove tutto è gratis, io sto subendo una miriade di furti, aumentano sempre di più, e non parlo di cibo ma di cose inutili come la lama del tritatutto….la piastra per i capelli, il phon…..e non rubano certo quelli da pochi euro, perchè visto che stanno rubando ovviamente…..pur di fare qualcosa ho dato una mano in un reparto di fronte al mio, per poter comunque tenere d’occhio il mio perchè essendo servito non mi posso allontanare anche se non c’è un’anima viva….e sono sola ovviamente in reparto perchè siamo solo in due ad avere l’obbligo domenicale e ci dobbiamo spostare le ore sulla domenica per coprire tutto il giorno…..anzi per grattarmi la pancia tutto il giorno, per non essere volgare. e poi durante la settimana i pochi soldi che abbiamo guadagnato la domenica se ne vanno con perdite di giro d’affari che arrivano anche al 70%, ditemi voi se ha senso tenere aperto!!!!!!!

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