– Negli ultimi giorni Telecom Italia ha fornito più di un argomento a chi chiede una vera liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, il cui passaggio obbligato sarebbe lo sdoppiamento di Telecom in due società, una per la rete e l’altra per la gestione dei servizi tlc, ovviando in questo modo ai guasti della pasticciata privatizzazione degli anni Novanta.

È accaduto che – dopo l’approvazione alla Camera di un emendamento parlamentare al decreto Semplificazioni che ha parzialmente ridotto le asimmetrie concorrenziali tra Telecom e gli altri operatori – l’ex monopolista pubblico abbia intrapreso una significativa azione di contrasto della norma, coinvolgendo nella battaglia persino l’Agcom. È spiacevole, per non dir peggio, che tra gli addetti ai lavori la liaison tra Telecom e Autorità garante per le comunicazioni sia considerata un dato di fatto, quasi un elemento naturale delle dinamiche del settore.

Quanto ciò ha a che fare con il ruolo di ‘primus inter non pares‘ che Telecom esercita nel mercato delle tlc? Molto, moltissimo.

Non è la prima volta, peraltro, che l’Agcom mostra di essere ‘catturata’ dal suo maggior soggetto regolato: nel dibattito sulla politica infrastrutturale per la banda larga e ultra-larga, ad esempio, l’Autorità guidata da Calabrò ha più volte espresso il suo favore ad un assetto di settore che lasci a Telecom un ruolo pivotale (e quindi asimmetrico rispetto ai concorrenti); l’infinita querelle sulle tariffe di terminazione è stata costantemente condizionata dalla maggiore capacità di Telecom di influenzare le decisioni del regolatore indipendente.

Il caso di questi giorni riguarda una misura capace di aprire gli spazi di concorrenza. Con la nuova norma, infatti, se questa sopravviverà al fuoco nemico al Senato, Telecom dovrà offrire in modo disaggregato i servizi di accesso alla rete: i suoi concorrenti, insomma, non saranno più costretti a comprare dall’ex monopolista in un unico pacchetto sia l’affitto della rete che i servizi accessori (cioè gli interventi per attivare la linea di un abbonato o riparare un guasto), ma potranno rivolgersi direttamente ad imprese terze e negoziare con loro le condizioni di offerta di tali servizi accessori. A parità di obblighi di sicurezza e di qualità dei servizi offerti, si potrà così generare una positiva riduzione dei costi e, quindi, dei prezzi per gli utenti finali.

Se è chiaro il disappunto di Telecom, al quale il provvedimento toglie una significativa e ingiustificata rendita di posizione, lo è molto meno quello dell’Agcom: dietro la facciata, e cioè il parere negativo ad una legge che ridurrebbe l’autonomia dell’autorità (e, peraltro, non è così: più un settore è competitivo, più è prezioso il compito dell’arbitro), c’è forse il fastidio per aver perso il ruolo di ‘tutore’ dello status quo. Ma indipendenza non vuol dire anche neutralità?