La Russia, non democrazia ma silovikicrazia (2. Lo stato dell’arte)

– In tre puntate, una al giorno, pubblichiamo un approfondito saggio di Olivier Dupuis sulla situazione attuale della Russia, definibile non come democrazia ma piuttosto come “Silovikicrazia”. Questo termine è stato coniato da Dupuis stesso a partire dalla parola russa “siloviki”, indicante le strutture statali che gestiscono l’uso della forza pubblica, come il Ministero dell’Interno o i servizi segreti, e vuole evidenziare come l’attuale élite che governa la Russia, a partire da Vladimir Putin, sia interamente composta da uomini provenienti da queste strutture. A questo link la prima parte del saggio.

Nascita della “Silovikicrazia”

Questo sistema Putin non si riassume quindi in un “regime politico, autoritario e clientelare” secondo la definizione di Marie Mendras (1), né in una cleptocrazia, e nemmeno in un regime nazionalista. E’ tutto questo ma anche qualcos’altro, è un regime che si tenterebbe invano di situare nelle categorie dei sistemi politici. Una cosa è sicura: è l’FSB che ne costituisce la colonna vertebrale. Secondo Soldatov e Borogan, “L’FSB (…) costituisce un’organizzazione risolutamente indipendente. Non è sotto la sorveglianza del partito al potere e ancora meno sotto quella del Parlamento. Se l’FSB possiede una ideologia, questa si riassume nel mantenimento dell’ordine e della stabilità.”(2)

L’FSB ha cosi assorbito una buona parte dell’Agenzia federale di informazione e di comunicazione (FAPSI): protezione delle reti informatiche, criptaggio… Ha, sempre secondo Soldatov e Borogan, ottenuto il controllo di fatto sul Ministero dell’Interno (MVD). “Ma le “fusioni e acquisizioni” non erano l’unico modo impiegato per estendere l’influenza del Servizio. Laddove non era possibile assorbire un concorrente, l’FSB agiva in un altro modo. Cosi, nell’impossibilità di fagocitare lo SVR (3) , crea la sua propria divisione dedicata allo spionaggio all’estero.”(4)

L’FSB costituisce un vero stato nello stato, una struttura che ha il pieno controllo sull’insieme della struttura statale e la capacità di sorvegliare l’insieme dei cittadini. Ma è anche una oligarchia nell’oligarchia che, in ragione dei suoi poteri di controllo, tiene saldamente in mano tutto il tessuto economico della Federazione russa. Difficile trovare dei precedenti di regimi dove i servizi segreti hanno finito per confondersi col cuore del potere.

Non è, per esempio, il caso né dell’ISI (Inter-Service Intelligence) in Pakistan né dei Mukhabarat in Siria. Nei due casi, per quanto potenti siano, queste due organizzazioni non dominano né condizionano completamente il loro Paese di appartenenza. Devono scendere a compromessi con il potere “civile” e/o con altre istituzioni (l’esercito, il potere giudiziario…). Il regime stabilito nel corso dei primi 13 anni del regno di Vladimir Putin è invece di tutt’altra natura, una natura nuova, che non rientra nelle categorie esistenti della scienza politica. A nuova categoria, nuovo nome: “Silovikicrazia”, da “siloviki”, termine usato in Russia per qualificare le “strutture di forza” (servizi segreti, ministero dell’interno…).

Nessuna alternativa

L’annuncio il 24 settembre 2011 da parte di Dimitri Medvedev – colui che aveva finito per incarnare timidamente nella mente di numerosi Russi e di numerosi Occidentali una possibilità di cambiamento – della candidatura di Vladimir Putin ad un nuovo mandato presidenziale ha tolto di mezzo ogni aspettativa di veder emergere dalle sfere dirigenti russe un’alternativa alla Silovikicrazia.

Perché l’ipotesi Medvedev non rappresentava solo una speranza. Si fondava, crediamo, su un reale disegno politico perseguito dal presidente Medvedev. Ne testimoniano, tra l’altro, la rimozione di Yuri Ljukov dalla sua carica di sindaco di Mosca, nell’autunno 2010, la presa di posizione, certo timida, di Medvedev nell’affare Khodorkovski, le divergenze sulla Libia nel marzo 2011, l’assunzione di rischio dell’oligarca vicino a Medvedev, Mikhaïl Prokhorov che, nell’estate 2011, ha tentato di trasformare il partito Giusta Causa in un “possibile trampolino per Medvedev” (5) .

Questo tentativo di creare un punto di coesione per la corrente più moderna della classe al potere in Russia, “bisognosa di regole” (6) perché cosciente che un sviluppo economico durevole ne dipendeva, era inaccettabile per il nucleo duro del regime costituito dalle varie “strutture di forza” di cui Vladimir Putin è l’elemento di sintesi, il capo, e non il primus inter pares (7). Questo definitivo richiamo all’ordine di Medvedev, esterno al serraglio dei “servizi”, è un’ulteriore prova, ammesso che ce ne fosse bisogno, della completa subordinazione dell’oligarchia economica all’oligarchia dei siloviki, ma anche una ulteriore dimostrazione dell’abilità di Vladimir Putin che, scegliendo un esterno alla “casa” per sostituirlo temporaneamente alla presidenza della Federazione russa, si riservava in questo modo la possibilità di mobilitare a poco prezzo l’oligarchia nell’oligarchia (i servizi) contro l’oligarchia periferica (i baroni dell’economia) per ricordare a quest’ultima la realtà del potere.

La propagazione delle metastasi della “silovikicrazia” in Europa

Gli effetti di questo regime superano di molto le frontiere russe. Si fanno sentire fino al cuore dell’Unione Europea. La penetrazione degli ambiti giornalistici in Europa o altrove da parte delle autorità russe e, più specificamente, da parte dei servizi segreti, è una realtà. Come ricorda Tania Rakhmanova “esisteva in seno all’agenzia di stampa Novosti (durante il regime sovietico) un dipartimento speciale che fabbricava informazioni da far passare in Occidente. Si trattava di un lavoro meticoloso e complesso. Oggi tutto è più semplice. Per far passare delle idee nella stampa occidentale, basta avere soldi.”(8)

Nel mondo degli affari, come sottolinea Karen Dawisha: “un tale comportamento parassitario (free-riding) mina non solamente lo status di democrazia e la legittimità della politica estera russa ma anche le stesse società europee, vittime di un comportamento che mira ad estendere i benefici privati in zone geografiche solidamente governate dalla produzione di beni pubblici.”(9)

Per assicurare la difesa dei suoi interessi, il regime russo può anche ricorrere a metodi perfettamente legali, tra cui la cooptazione in seno all’élite europea di “ambasciatori” zelanti. Si pensa in particolare a Gerhard Schröder (e “la sua grossa remunerazione di Gazprom” (10) ), difensore di un progetto – Nord Stream – i cui effetti disastrosi ricadranno duramente e a lungo sull’Europa intera.

Le forme extra-legali sembrano comunque costituire la regola generale. E’ il caso, l’abbiamo visto, di grandi imprese europee installate in Russia, ma può riguardare anche certe istituzioni europee. Sempre secondo Karen Dawisha, alcuni rappresentanti delle autorità russe piazzati nella BERD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) si sono dedicati ad attività fraudolente (11).

Trovandosi poi nella situazione di dover “neutralizzare” qualche oppositore, il regime non si fa certo troppi scrupoli. Alexandr Litvinenko non è l’unico che le autorità russe hanno deciso di eliminare al di fuori delle frontiere della Russia. Zelimkhan Iandarbiev, secondo presidente della repubblica di Cecenia, è stato assassinato a Doha, la capitale del Qatar, il 13 febbraio 2004. Umar Israïlov, un Ceceno rifugiato in Austria, è stato assassinato a Vienna il 13 gennaio 2009. Nell’aprile 2009, Sulim Iamadaev, un ex-comandante ceceno, è stato assassinato a Dubai. In Turchia, sette oppositori ceceni sono stati assassinati dal 2008 (12).

Infine, cosa più grave, ci si può chiedere se la stessa Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo non sia già caduta sotto l’ “influenza” delle autorità russe. La sentenza che ha reso nell’affare Khodorkovski è un capolavoro di abilità. La Corte riconosce in effetti una serie di violazioni dei diritti a proposito del suo arresto, della durata della sua incarcerazione, l’esistenza di trattamenti disumani e degradanti. Però la Russia è abituata a questo genere di condanne. Il verdetto della Corte su queste questioni non presenta aspetti particolarmente preoccupanti per il Cremlino. Invece sull’essenziale, sul merito dell’affare – le motivazioni politiche dei procedimenti giudiziari -, la Corte ritiene stranamente che “il signor Khodorkovski è in diritto di avere dei dubbi quanto alla vera intenzione delle autorità russe” “ ma (che) non sono state fornite prove incontestabili (di tale intenzione)” (13) .

Come riportare la Russia sulla via della democrazia e dello stato di diritto?

Questa domanda è, ovviamente, quella che tormenta tutti i Russi che non si rassegnano al perpetuarsi di un sistema dove i cittadini sono totalmente sottomessi all’arbitrio dello stato.
Da questo punto di vista, dalle elezioni legislative che si sono appena svolte in Russia si possono trarre parecchi insegnamenti. Il primo di questi è che la partita è totalmente truccata. Le opposizioni non subalterne al regime non hanno praticamente accesso ai media durante la campagna elettorale. Il regime non esita a rincorrere a falsificazioni di grandi dimensioni durante le stesse votazioni (14). E, come sottolinea Marie Jégo, la lotta stessa del regime contro di esse non è nient’altro che una nuova falsificazione. Cosi l’installazione di telecamere negli uffici elettorali è “una sceneggiata del tutto inutile, visto che si sa che la maggior parte delle falsificazioni hanno luogo al momento della riscrittura delle distinte dei voti”(15).

La lotta rischia di essere lunga e molto difficile. Temo che André Glucksmann sia troppo ottimista nel ritenere che Putin ed il suo nuovo regime stiano titubando (16). Secondo Marie Mendras “Putin privilegerà le misure sociali – aumento delle pensioni e dei salari, aiuti alle municipalità – a scapito di riforme strutturali. Restringerà le reti intorno a lui e manterrà un discorso nazionalista ed ostile ai Paesi della NATO” (17) . Sì e no. Adotterà probabilmente delle misure sociali ma le perdite sistemiche sono tali che tutto ciò rischia di non bastare. Dovrà ricorrere alle strutture di forza (servizi segreti, apparati di mantenimento dell’ordine…) che ha considerevolmente rafforzato nel corso di questi ultimi dodici anni per ridurre al silenzio tutte le voci portanti della vera opposizione. Rischiamo quindi di assistere, dopo le elezioni presidenziali, ad una moltiplicazione di eliminazioni “mirate” di giornalisti, di militanti politici e di componenti di associazioni.

Le opposizioni, sia quella nuova, che è scesa nelle strade dopo le elezioni legislative di dicembre 2011, sia quella vecchia, i partiti non allineati sul potere (i comunisti? Iabloko? …) si trovano di fronte ad una sfida più grande: come organizzarsi per arrivare a costituire un’alternativa credibile ad un potere che gioca al di fuori di tutte le regole del gioco democratico, che controlla tutto l’apparato di stato.

Come hanno compreso alcuni leader delle recenti manifestazioni, una delle chiavi del successo risiede nella capacità di privilegiare i temi che raccolgono maggior consenso da parte di tutti – il rispetto delle regole del gioco, la separazione dei poteri, e più in generale lo Stato di Diritto e la Democrazia – e, di conseguenza, nel rimandare a più tardi gli argomenti più controversi che possono solo dividere tra loro le varie correnti nazionaliste, liberali, democratiche, come l’elaborazione di un programma economico e sociale. E’ del resto già in questo solco, mi sembra, che si muoveva l’appello di Mikhail Khodorkovski “svolta a sinistra” (18), un invito ai partiti di ispirazione social-democratica e liberale ad unire le loro forze.

Senza entrare nel dettaglio di ciò che potrebbe essere un “programma” per lo Stato di Diritto, alcune tematiche sembrano centrali. Per Katlijn Malfliet, una delle condizioni indispensabili per radicare lo Stato di Diritto in Russia passa da una rottura con la tradizione russa di assenza di garanzia della proprietà: “Anche sotto il dominio dei riformatori più liberali della storia russa, non c’è mai stata una vera rimessa in questione dell’ordine autocratico: il sovrano, senza dover rendere conto dei suoi atti, aveva bisogno di sopprimere l’autonomia che il diritto alla proprietà privata avrebbe assicurato.

Oggi, nella “nuova” Russia, questo pensiero patrimoniale non riguarda la terra, ma il petrolio, il gas e altre risorse naturali fondamentali; l’idea rimane tuttavia la stessa, cioè l’assenza totale, almeno nei settori detti di importanza nazionale, di qualsiasi forma di attività privata autonoma, cosa che limita le possibilità per gli imprenditori di influenzare in maniera sostanziale il presidente e la sua corte. L’affare Yukos ha dimostrato che questo tratto, il più significativo tra le specificità della storia russa, sussiste ancora oggi. Ciò ha conseguenze importanti sugli investimenti stranieri in Russia. Se nasce un conflitto di interesse, i risultati sono conosciuti in anticipo, e non ha molto senso parlare d’istituzione economica o giuridica esecutoria sul diritto alla proprietà per come le conosciamo. Un Paese che vuole creare una economia di mercato vivibile deve assicurare una protezione giuridica efficace per tutti quelli che vogliono partecipare all’attività economica, che si tratti di individui o di società impegnate nella la produzione di beni e di servizi, o di investitori” (19).

Secondo Mikhail Khodorkovski, è la giustizia la madre di tutte le battaglie. “Una giustizia indipendente, non corrotta, è la questione delle questioni per la Russia contemporanea. E’ il compito di oggi. Unendo gli sforzi di tutta l’intellighenzia – di sinistra e di destra, liberale e statalista -, potremmo conseguire il successo.” (20)

Indiscutibilmente, queste due riforme – con l’istituzione di un parlamento dotato di veri contropoteri – dovrebbero essere tra le prime impostate da un eventuale futuro governo democratico in Russia. Tuttavia, per avere qualche probabilità di essere realmente messe in atto, hanno bisogno, l’una come l’altra, di una riforma preliminare fondamentale che preveda l’impossibilità a vita per tutti i membri dei servizi segreti e, più in generale, delle strutture di forza (FSB, MVD, GRU (21), …) di candidarsi a posizioni di governo e legislative, a livello locale, regionale e, ovviamente, nazionale.

Note al testo:

  1. Marie Mendras, “Vladimir Poutine reste un partenaire difficile”, (“Vladimir Putin rimane un partner difficile”), Le Monde, 8 dicembre 2011
  2. Andrej Soldatov, Irina Borogan, ibidem
  3. SVR: Sluzba Vnesnej Razvedki. Servizio di informazioni Estero della Federazione russa. Oppure servizio di spionaggio politico estero di Russia
  4. Andrej Soldatov, Irina Borogan, ibidem
  5. Tania Rakhmanova, ibidem
  6. “La politique telle qu’elle meurt de ne pas être”, Alain Juppé, Michel Rocard, un débat conduit par Bernard Guetta , (“La politica tale che muore di non essere”, Alain Juppé, Michel Rocard, un dibattito condotto da Bernard Guetta) Editions Jean-Claude Lattès, 2011, p. 228
  7. “La politique telle qu’elle meurt de ne pas être”, op. cit. 
  8. Tania Rakhmanova, “Au cœur du pouvoir russe. Enquête sur l’empire Poutine” (“Nel cuore del potere russo. Inchiesta sull’impero Putin”), La Découverte, Paris, 2012
  9. Karen Dawisha, ibidem
  10. “Le monologue de Vladimir Poutine” (“Il monologo di Vladimir Putin”), Natalie Nougayrède, Le Monde, 30 dicembre 2011
  11. L. Amitstead citato da Karen Dawisha, ibidem
  12. “Vague d’assassinats contre des Tchétchènes en Turquie” (“Ondata di omicidi contro i Ceceni in Turchia”), Guillaume Perrier, Le Monde, 30-31 ottobre 2011
  13. “Victoire en demi-teinte pour Mikhaïl Khodorkovski à Strasbourg”, (“Una vittoria a metà per Mikhail Khodorkovski a Strasburgo”), RFI, 31 maggio 2011
  14. Secondo l’ONG Nabludatel (l’Osservatorio cittadino) Russia Unita, il partito del potere avrebbe ottenuto il 29,8 % (invece del 49,54 ufficiale). Citato da Le Monde, 8 dicembre 2011
  15. “Le Libéral Grigori Iavlinski définitivement écarté de la présidentielle russe du 4 mars”, (“Il liberale Grigorij Iavlinski definitivamente scartato dalla presidenziale russa del 4 marzo”), Marie Jégo, Le Monde, 10 febbraio 2012
  16. “Après Kadhafi, Poutine?” (“Dopo Gheddafi, Putin?”), André Glucksmann, Le Monde, 14 dicembre 2011
  17. “Vladimir Poutine reste un partenaire difficile” (“Vladimir Putin rimane un partner difficile”), Marie Mendras, Le Monde, 8 dicembre 2011
  18. “Virage à gauche 1” (“Svolta a sinistra 1), Mikhail Khodorkovski, Védomosti, 1 agosto 2005, “Virage à gauche 2”, (“Svolta a sinistra 2”), Mikhail Khodorkovski, Kommersant, 11 novembre 2005, “Virage à gauche 3” (“Svolta a sinistra 3”), Védomosti, 7 novembre 2008 in “Mikhail Khodorkovski, paroles libres”, Fayard, 2011
  19. Katlijn Malfliet, “Peut-on parler d’Etat de droit dans la Russie actuelle?” (“Si può parlare di Stato di Diritto nella Russia attuale?”) in Où va la Russie? (“Dove va la Russia?”), Aude Merlin (dir), Ed. Université de Bruxelles, 2007
  20. “Mikhaïl Khodorkovski: paroles libres”, Fayard, 2011
  21. GRU: Direzione generale di informazioni dello Stato maggiore delle forze armate della Federazione russa

Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

One Response to “La Russia, non democrazia ma silovikicrazia (2. Lo stato dell’arte)”

  1. autores scrive:

    ti tante parole che tu hai scritto la frase piu’ breve alla logica e'” La Russia e’ a rischio di strage”

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