La grande crisi: il doposbronza spagnolo (2. Barcellona)

 – Sotto il belletto di una città-brand, da ormai 20 anni amata e sognata in tutto il mondo per le sue strabilianti meraviglie, Barcellona ha le occhiaie e le borse di molte notti insonni, passate a far quadrare i conti che non tornano. Non tornano alla Spanair, la compagnia “di bandiera” catalana, fallita un mesetto fa lasciando sulla strada qualche migliaio di dipendenti. Non tornano ad Artur Mas, al Presidente della Generalitat de Catalunya, costretto da quando è al potere – novembre 2010 – a tagliare su tutto, servizi essenzali (sanità e istruzione su tutti) compresi, per non affogare nel debito che angoscia la sua regione e la Spagna tutta. Non tornano ai tanti giovani ben istruiti, per i quali dopo anni di vacche grasse si parla ora di “emigrazione intellettuale” e “fuga dei cervelli”, pena la rinuncia al futuro.

Barcellona soffre. Soffre il nuovo tempo selvaggio, che la separa e la divide da una stagione propizia, gli anni ’90 in cui il suo sviluppo è stato quello di una nazione intera, trainato dalla stagione del socialista Felipe González a Madrid, del nazionalista catalano Pujol alla Generalitat (la nostra Regione) e del socialista Maragall al Comune di Barcellona, stagione proseguita anche più tardi, quando il popolare Aznar sostituì Gonzàlez alla Moncloa, mentre Pujol e Maragall conservavano le redini del potere locale.

Chi ci vive da tanto, ricorda la Barcellona franchista e immediatamente postfranchista come una città sporca e grigia, senza particolari attrattive. Una città di mare senza mare: dove ora ci sono le spiagge passava infatti la ferrovia, e nel quartiere più vicino al mare, Poblenou, dove successivamente fu edificato il Villaggio Olimpico, erano concentrate le industrie e le fabbriche della città. Le zone del centro, il Gótic, il Born, il Raval, sempre secondo i racconti di chi visse quella Barcellona lì, erano povere e malfamate. Niente a confronto con il brulichìo attuale delle persone che popolano quei vicoli, rendendoli vivi e vitali, a tutte le ore del giorno e della notte.

Poi, due avvenimenti mutarono la vita di questa città, e le restituirono uno splendore e un orgoglio che i catalani avevano solo dalla lettura dei libri di storia ma non dalla vita del proprio presente quotidiano. Prima i Mondiali di calcio del 1982 (proprio a Barcellona la nostra Nazionale visse momenti memorabili come la vittoria sul Brasile) e poi soprattutto le Olimpiadi del 1992 diedero alla capitale catalana la dignità e la deferenza che si deve a una delle città più importanti del mondo, quale ancora è.

Il lavoro fatto fu titanico, un lavoro che in tutto il mondo dovrebbe servire come esempio di riqualificazione di un tessuto urbano. Si aprì la città al mare, costruendo praticamente da zero le spiagge e un’enorme passeggiata lunga molti km, dotata di ogni tipo di comfort e servizio e vivibile non solo nei mesi estivi ma tutto l’anno; si potenziò la rete viaria, si aprirono circonvallazioni, si decongestionò il traffico; si incentivarono le attività economiche e commerciali straniere; si diede un enorme impulso al trasporto pubblico, costruendo nuove linee di metro che arrivassero in ogni parte della città, con frequenza altissima e nel fine settimana a tutte le ore del giorno e della notte; si creò la marca Barcelona, sinonimo nel mondo di sole, mare, spensieratezza, voglia di vita, calore umano, terra delle libertà.

Chi in quegli anni cercava fortuna scoprì in Barcellona una meta obbligata. Anni esaltanti, di crescita senza fine, in un Paese con una democrazia giovane e ancora entusiasta, senza il peso sulle spalle dei conformismi di tante altre nazioni d’Europa, Italia per prima. Gli italiani fecero il boom: arrivarono a frotte, e chi più chi meno riuscivano a creare qui una loro vita dignitosa e onesta.

Se intendiamo la Barcellona vivibile e vitale, creativa e luminosa, cosmopolita e rivolta al futuro, quella Barcellona esiste ancora, così come la qualità della vita di questa metropoli che con il suo hinterland arriva a quasi due milioni di abitanti continua a essere altissima. La Barcellona che non c’è più è forse quella gaudente e libertaria di qualche anno fa: la polizia picchia anche qui (per credere, vedere le manifestazioni del 29 Febbraio scorso per il diritto allo studio durante le quali sono state molto pesanti le cariche della polizia in risposta ad una frangia di violenti che devastava auto, bruciava cassonetti e spaccava vetrine al suo passaggio, oltre a minacciare impiegati di banche e multinazionali) e l’atmosfera è spensierata ormai solo per i cosiddetti “guiris”, gli stranieri (preferibilmente del Nord Europa o degli Usa) che stanno qui per un periodo di tempo limitato, quello di una parte della giovinezza. Godendosi la Barcellona dei bar e delle discoteche del Gótic, accoppiandosi spesso solo tra di loro, senza parlare una parola di spagnolo o di catalano, per niente integrati nella realtà culturale e produttiva locale per la quale comunque sono una fonte di ricchezza.

Ma Barcellona è anche una città che, pur avendo una forte proiezione internazionale, continua a rimanere ancorata alla sua dimensione di capitale della Catalogna, una regione-Stato con una cultura orgogliosa, forte e radicata. Non si può capire davvero Barcellona senza comprendere la sua identità catalana. E non ci si può integrare davvero, qui, se non si conosce il catalano: in teoria lingua con pari diritti rispetto al castigliano, allo spagnolo. Ma in realtà qui prima lingua per i locali, che per la stragrande maggioranza parlano, sognano, amano in catalano.

E Barcellona è anche una città preoccupata. I tagli che Artur Mas, il presidente della Generalitat sta facendo da 15 mesi a questa parte sono forti e interessano alcuni gangli vitali della società catalana. Il sistema dei trasporti, sempre modello e sempre efficientissimo, continua a salire di prezzo. La sanità pubblica, anche questa efficiente e universalmente gratuita, è anch’essa in sofferenza: chiudono ospedali, si tagliano servizi, si pensa di introdurre il sistema di ricette a pagamento. Gli aumenti di stipendio dei funzionari pubblici sono stati bloccati e i precari della pubblica amministrazione, in maggioranza, mandati a casa, senza che gli si fosse rinnovato il contratto. Il sistema dell’educazione soffre: ora si tagliano le mense, domani chissà.

Trovare lavoro sta diventando sempre più difficile, e a fronte di questa difficoltà i salari scendono. In giro si sente parlare anche di 1000 euro al mese lordi per un full time in uno studio professionale, mentre calano i prezzi degli affitti e degli acquisti immobiliari perché altissima è l’offerta. Molto più alta della domanda.

Barcellona si divide ora sul caso Eurovegas, la mega struttura (si parla, solo per quanto riguarda gli alberghi, di 12 mila stanze) di casino, campi di golf, hotel e chi più ne più ne metta, che la società che fa capo a Sheldon Adelson deve scegliere entro qualche mese se mettere in marcia a Madrid o a Barcellona. Sheldon Adelson è un multimilionario americano: viene da Las Vegas, dove è uno degli imprenditori più in vista, è un fervente sostenitore della causa israeliana ed è il grande finanziatore di Newt Gingrich alle primarie repubblicane. La Generalitat gli sta facendo ponti d’oro, convinta che il mega complesso (che sorgerebbe nei pressi dell’Aeroporto del Prat e del delta del fiume Llobregat) porterebbe occupazione, turismo, denaro e darebbe nuova visibilità nel mondo al marchio Barcellona. Gli oppositori, soprattutto i socialisti e gli ambientalisti, non vedono di buon occhio il progetto, che secondo loro svilirebbe il territorio mercificandolo e svendendolo, e segnalano che Barcellona rischierebbe di diventare un centro mondiale di riciclaggio del denaro sporco in forma legalizzata. La decisione la prenderà Adelson prima dell’estate, ma è chiaro che molto dipenderà anche da quanto la società catalana e la sua politica saranno unite – o disunite – intorno a questo progetto.

Barcellona non dorme, Barcellona soffre, Barcellona si preoccupa. Ma Barcellona, nonostante tutto, guarda sempre al futuro, nel futuro si specchia e dal futuro non solo cerca risposte ma cerca anche di costruirlo con le proprie mani. Artefice del proprio destino, un destino ormai interconnesso e non autosufficiente. Ma un destino sul quale vale ancora la pena di investire e di scommettere. Barcellona non alzerà le mani così facilmente, davanti alla crisi.

(A questo link, la prima puntata della serie sul “doposbronza spagnolo”, incentrata su Valencia)


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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