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In crisi senza il governo ‘amico’. La parabola di Mediaset, da tivù commerciale a tivù di Stato

pubblicato su ilFuturista Quotidiano

Per non dimenticare, circa un anno fa, Berlusconi regnante e redivivo dopo il tentativo fallito di sfiducia del dicembre 2010, a gennaio 2011 Paolo Romani, lobbista di Mediaset incidentalmente promosso a Ministro dello Sviluppo Economico, veniva interrogato in Parlamento per sapere se riteneva superati alcuni dubbi interpretativi di una serie di atti e norme secondo i quali un’azienda concorrente del Biscione, Sky Italia, non avrebbe avuto i requisiti per partecipare al beauty contest che avrebbe dovuto assegnare sei frequenze digitali.

L’assillo del ministro era se una media company di capitale estero (la proprietà di Sky è infatti statunitense) potesse accedere a frequenze italiane in assenza di reciprocità per le aziende italiane che volessero fare la stessa cosa su suolo americano. Non erano bastate, a dare certezza del diritto a Romani, l’autorizzazione con cui la Commissione Ue aveva consentito a Sky l’ingresso nel mercato digitale italiano, né un parere del Consiglio di Stato, suffragato da Agcom e ministero degli Esteri, che riteneva non operante il principio di reciprocità per aziende radiotelevisive “stabilite” in territorio europeo, come appunto Sky, qualunque fosse la nazionalità del loro capitale. A quella interrogazione Romani avrebbe risposto, come sempre, in maniera elusiva, continuando a governare il dicastero di sua competenza alla stregua del Direttore delle Relazioni Istituzionali di Mediaset.

Il Governo Monti, come noto, ha poi sospeso quel beauty contest, con l’idea di mettere all’asta le frequenze per non regalarle agli incumbent del settore radiotelevisivo, ma giovava ricordare la vicenda di Sky e Romani per dare un esempio pratico dei mezzucci e dei trucchetti causidici, degni di un regime autocratico e isolazionista, attraverso cui negli ultimi quindici anni Mediaset è stata tenuta al riparo dalla concorrenza da governi compiacenti. E come tutto questo, comunque, non sia bastato a tenerla in vita e salute.

La meritocrazia del mercato non perdona le inefficienze. E fu così che Fedele Confalonieri due giorni fa pianse miseria dinanzi a una Commissione Parlamentare, chiedendo al “sistema paese” di fare la sua parte (ancora?) nel risolvere la crisi aziendale del Biscione. E fu così che ancora Confalonieri (il Capo) chiamò. E Silvio (lo Sventurato), rispose, facendo saltare un vertice di maggioranza col presidente del Consiglio che appena tre giorni fa aveva candidato pure per la prossima legislatura, con in testa evidentemente l’idea (velleitaria) che controllare in qualche modo il prossimo governo, per via parlamentare, potesse essere la polizza sulla vita della sua “roba” quotata in Borsa.

L’amara verità è che Mediaset è un’azienda vecchia con  format usurati, che ha preferito vivere sotto l’ombrello della protezione di esecutivi organici invece che investire in innovazione di prodotto e/o di processo, e che così com’è non riuscirà a stare in piedi nonostante finora abbia rastrellato sul mercato pubblicitario molto più di quanto meritasse, grazie al tetto imposto per legge alla raccolta pubblicitaria della Rai, che ha sempre avuto share uguali quando non superiori.

Per il futuro, il flusso di danaro che gli investitori ancora indirizzano verso la tv, seguirà la direttrice del web. Già oggi la metà del traffico mondiale di internet é fatta da video, percentuale destinata a raggiungere il 70 per cento nei prossimi due anni. Nel 2012 internet sarà il secondo mezzo di raccolta pubblicitaria dopo il piccolo schermo e batterà i quotidiani.

Come ha spiegato Attilio Redivo, numero uno di Mediacom «Oggi la raccolta sul web vale circa l’11 per cento della torta. Lo sviluppo forte della rete in materia di pubblicità ci sarà quando gli investitori capiranno che questo mezzo si può utilizzare non solo per far vedere uno spot ma soprattutto per costruire un dialogo con la propria audience».

Una prospettiva di mesi, al massimo un anno. Il futuro della televisione è già in rete, ed è una partita che né Mediaset né il suo padrone prestato alla politica sembrano in grado di poter giocare.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

6 Responses to “In crisi senza il governo ‘amico’. La parabola di Mediaset, da tivù commerciale a tivù di Stato”

  1. lorenzo scrive:

    Grande Lucio! Ottimo direi….

  2. Elric scrive:

    Chi possiede una X-Box può sottoscrivere un abbonamento a Mediaset Premium, tramite… ohibò! lo streaming.

    Informarsi prima no, eh?

  3. enzo51 scrive:

    Quando più si ci autotutela con farmaci (governo amico),più si abbassano le difese immunitarie anche verso una semplice influenza(mercato).

    In prospettiva,sia Fiat che Mediaset nell’affrontare il mercato (quello vero)mostrano tutti i loro limiti e le proprie debolezze senza tutore(vedi Stato e/o governo amico).

    Per il resto,in sintonia con il giudizio di Lorenzo verso l’articolista.

  4. non c’è mai da rallegrarsi quando un’azienda è in affanno.

  5. creonte scrive:

    @maschileindividuale

    se l’azienda non produce cose considerate utili, invece si. fa spazio ad aziende migliori

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