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Le nuove biblioteche, agenzie di welfare e istituzioni culturali

– Quando, nel 45 a. C., con la pubblicazione della Lex de urbe augenda, Cesare decise di porre mano ad un’ampia ristrutturazione della zona centrale di Roma, dall’area forense alla contigua piana dell’Argileto, la città era ancora sprovvista di biblioteche pubbliche. Mancanza che, secondo il progetto cesariano, avrebbe dovuto essere colmata dall’Atrium Libertatis, proprio all’estremità della nuova piazza forense. Anche se in realtà soltanto con Asinio Pollione, all’inizio dell’età augustea, quel proposito fu compiuto.

Questa localizzazione in area paraforense avrà la sua massima esaltazione tra la fine del I e gli inizi del II secolo d. C., prima con il vespasianeo Templum Pacis e poi con la biblioteca nel Foro di Traiano. Edifici che, come indizia la loro localizzazione, non soltanto avevano un ruolo centrale nello spazio forense ma che, nello stesso tempo, erano luoghi anche spazialmente aperti. Terminata la lettura dei testi all’interno degli edifici definiti dalla materialità delle pareti, iniziava la discussione, passeggiando, per le piazze.

Dai volumen arrotolati intorno all’umbilicus, ai formati digitali attuali, vecchi e nuovi libri, da sfogliare, leggere. E poi, ancora, Google e Amazon. Al punto che è più che lecito che ci si interroghi sui luoghi della conservazione del patrimonio librario, le biblioteche. E’ lecito indagare sul loro ruolo, sulla loro funzione. Nel Paese della lettura a livelli minimi europei, nel Paese in cui solo un terzo dei cittadini ha comperato almeno un libro nell’ultimo trimestre 2010, nel Paese in cui l’analfabetismo di ritorno è un fenomeno diffuso e la comprensione dei testi più semplici un privilegio per pochi, le biblioteche potrebbero diventare un presidio di cultura e socialità.

Tanto più nella Crisi. Perché la Cultura, le biblioteche nello specifico, in una fase di depressione economica e sociale come questa, possono essere gli strumenti per andare oltre senza essere “soffocati”. Ma non soltanto. I luoghi nei quali sono affastellati i diversi saperi, sono un’opportunità di welfare. Le biblioteche, proprio in considerazione dei tempi, debbono aggiungere alla consueta, ma non per questo trascurabile, valenza di istituzione culturale, quella di spazio di aggregazione sociale.

Insomma, un mix di Cultura e Socialità, come al di fuori dei confini nazionali già avviene già da tempo. In Gran Bretagna, nell’East End londinese, dal 2002, ci sono gli Idea Store, in Danimarca dal 2000 le Living Library, a Helsinki si fanno esperienze modello come la Information Gas Station, negli Stati Uniti sono stati realizzati progetti d’avanguardia anche nel deserto dell’Arizona, con comode postazioni informatiche ovunque.

Nelle loro differenze, le disparate esperienze si offrono come punti di ritrovo per gruppi di cittadini diversi, in cui si ospitano iniziative culturali e sociali di ogni tipo. Esperienze che nascono, ciascuna, dall’osservazione del mutarsi della società, delle abitudini, delle inclinazioni e, naturalmente, degli aspetti urbanistici, legati alla localizzazione delle biblioteche tradizionali. Come nel caso dei sette Idea Store londinesi progettati in sostituzione delle quindici strutture bibliotecarie di quartiere preesistenti, poste generalmente “in posti sbagliati” e quindi utilizzate da un’utenza ridotta rispetto alle potenzialità.

In Italia ci sono grandi e piccole biblioteche, le due nazionali di Roma e Firenze e poi una sfilza infinita di palazzi e sale, dislocate da Nord a Sud, nelle quali i libri sono, o forse dovrebbero essere, protagonisti. Tutte indistintamente, come noto, a dover fare i conti con finanziamenti statali sempre più esigui. Spesso insufficienti a garantirne la sopravvivenza.

Ma accanto a queste biblioteche, perlopiù, di conservazione per ricercatori e studiosi, luoghi generalmente “chiusi” nei loro perimetri, manca una tradizione di spazi accessibili a tutti, di biblioteche dotate di Internet point, di terrazze e/o giardini, di caffetterie, di parchi anche per i bambini. Insomma di luoghi “aperti”.

Ci sono esperienze da citare, sia realizzazioni ex novo che restyling di vecchi edifici. Come nel caso di una ex fabbrica di cappelli a Carpi, di un ex macello a Mantova, dell’interno di una Coop a Prato, oppure di un centro commerciale a Modena. Ancora, di una ex fornace a Maiolati Spontini, di una ex fabbrica tessile a Paderno Dugnano, di un ex granaio a Castelpusterlengo e di un ex capannone della Breda a Pistoia. Ma è ancora poco.

Il problema, come spesso accade nel nostro Paese, spesso tenacemente appigliato all’attualità e quasi del tutto disinteressato a programmare il futuro, anche quello più prossimo, è l’approccio. In particolare quello degli amministratori, non di rado rei di promuovere politiche culturali d’effetto piuttosto che di sostanza. Di preferire manifestazioni partecipate, ad operazioni che incidano realmente sul tessuto sociale.

Più specificatamente, per quanto riguarda il settore librario, di guardare con maggior favore, offrendo fondi perche ne sia possibile la realizzazione, la celebrazione dei tanti festival librari piuttosto che la apertura di nuove biblioteche o la riorganizzazione di quelle esistenti. Il tema è cruciale, soprattutto lo potrà diventare nel prossimo futuro. Per questo varrebbe la pena che divenisse argomento di discussione più allargato possibile.

Proprio in quest’ottica va dunque interpretato il recente libro di Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica, pp. 140, euro 12,00), una lettera aperta indirizzata ai sindaci d’Italia con la quale viene contestato l’eccesso di eventi nel Paese. La Agnoli, esperta del genere, già autrice de Le Piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza), nel quale rivendicava alle biblioteche una indiscutibile utilità anche al tempo di Internet, riflette sugli spazi pubblici, sugli indirizzi da seguire, sugli attori da coinvolgere (i sindaci, appunto), cercando di convincerli della bontà dell’operazione.
In una stagione, non breve, nella quale è necessario fare delle scelte, darsi delle priorità, investire le poche risorse disponibili per allargare il pubblico che viene a contatto con la cultura, è una improrogabile necessità. Una consapevole assunzione di responsabilità.

D’altronde, la gran parte degli eventi culturali legati al libro, in Italia, appaiono realizzati “da” e “per” una percentuale estremamente esigua di lettori. Una ristretta élite che diviene contorno per l’autocelebrazione delle autorità locali, mecenati non disinteressati dell’evento. Non sarebbe corretto demonizzare tutti, nel loro complesso, i festival letterari che arricchiscono i programmi culturali di piccoli paesi e grandi città su e giù per l’Italia. Ma è innegabile che spesso essi non si trasformano, come dovrebbero, in vere occasioni di dibattito o partecipazione. Rimanendo perlopiù semplici occasioni mondane.

Bisogna, come auspica anche la Agnoli, che la schiera dei sindaci che recepisce il messaggio, che trova il coraggio per sovvertire il trend attuale, cresca. Perché nelle città, nei centri piccoli e, soprattutto, in quelli grandi, crescono le divisioni e con essi i bisogni dei loro abitanti. Le “biblioteche viventi” che richiamano, più di altre, le esperienze inglesi e danesi, al contrario dei festival, hanno la pretesa di rivolgersi alle grandi masse. A quei pensionati, a quei giovani, a quelle casalinghe, a quegli immigrati che non riescono ad acquistare un libro, “anzi nemmeno sanno che esista, perché in mezza Italia, oltre alle biblioteche, mancano anche le librerie” denuncia la Agnoli.

La “biblioteca vivente” anche qui, nel Paese nel quale si concentra un numero infinito di Beni Culturali, ma anche quello nel quale la disoccupazione è un flagello che continua ad ingrossarsi, dovrebbe essere più un’agenzia di welfare che non un’istituzione culturale tout court. Insomma uno spazio di accoglienza in cui cercare lavoro, informarsi su questioni burocratiche, incontrarsi. Anche nell’ottica che, per innalzare i nostri bassissimi indici di lettura, sia necessaria agevolare il consumo e la produzione culturale. Facilitare l’ingresso in questo mondo ancora così elitario a chi finora ne è rimasto escluso, senza che lo avesse consapevolmente scelto.

Ma non solo. Il modello delle public library è a tutti gli effetti molto altro. Occasioni per migliorare continuando anche a sperimentare. Nel settore dell’urbanistica e in quello della gestione dei fondi, ma anche in quello del coinvolgimento di volontari e nell’utilizzo degli spazi per eventi non specificatamente culturali. Sforzandosi di incrementare l’interesse sulla struttura.

Sperando che l’appeal richiami sponsor privati. Perché, a dispetto di quanto tanti benpensanti continuino a credere, le biblioteche, quelle per così dire di nuova generazione, possono richiamare grandi masse. Un dato per tutti. Nel 2010 gli utenti di Sala Borsa, a Bologna, sono stati due volte e mezzo di più degli spettatori delle partite di calcio.
Insomma, abbiamo grandi potenzialità. Ma bisogna “riattivarle”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Le nuove biblioteche, agenzie di welfare e istituzioni culturali”

  1. Vincenzo Pacillo scrive:

    Sono perfettamente d’accordo con il Collega Prof. Lilli, è sufficiente spostarsi alla Biblioteca cantonale di Bellinzona per respirare l’aria di un luogo di cultura e socialità alternativo ai centri commerciali. Sulla mia tessera della suddetta biblioteca campeggia, come sponsor, il logo di un primario gruppo bancario elvetico. E allora mi chiedo: perché certe cose in Italia proprio non riusciamo a farle?

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