La Russia, non democrazia ma silovikicrazia (1. La storia)

– In tre puntate, una al giorno, pubblicheremo un approfondito saggio di Olivier Dupuis sulla situazione attuale della Russia, definibile non come democrazia ma piuttosto come “Silovikicrazia”. Questo termine è stato coniato da Dupuis stesso a partire dalla parola russa “siloviki”, indicante le strutture statali che gestiscono l’uso della forza pubblica, come il Ministero dell’Interno o i servizi segreti, e vuole evidenziare come l’attuale elite che governa la Russia, a partire da Vladimir Putin, sia interamente composta da uomini provenienti da queste strutture.

Silovikicrazia: breve genesi di un sistema politico nuovoCome prevedibile e previsto Vladimir Putin è stato nominato, per la terza volta, presidente della Federazione russa. Di processo elettorale, però, non c’è mai stata traccia. Non c’è stata libertà di candidarsi, non c’è stata libertà di informazione, non c’è stato dibattito vero, non c’è stata libertà di voto, senza parlare poi dei brogli di ogni tipo. Ma la falsificazione generale non è certo un elemento apparso in questi ultimi mesi. L’essenza stessa della vita democratica è scomparsa ormai da quasi vent’anni, almeno dalla rielezione di Boris Eltsin nel 1996.

La bella sorpresa dell’autunno scorso – le decine di migliaia di persone che denunciavano la frode delle “elezioni” politiche – non poteva illuderci. Non va per questo, però, archiviata. Rimane un fatto estremamente importante. Il segno che la società russa diventa più complessa, che una parte di questa diventa più autonoma, si informa, si politicizza, ricorre in massa ad Internet per informarsi e dibattere. E si mobilita. Come sottolinea Boris Tumanov (1), si tratta ora di smettere di focalizzarsi su alcuni simboli, slogan o personaggi e di cominciare a studiare questa realtà nuova, tentando di comprendere ciò che anima questi manifestanti “nazionalisti”, “liberali”, “comunisti”, al di là della loro volontà comune di insorgere contro questa “democrazia decorativa” (2) . Quali sono le loro motivazioni profonde? Qual è la Russia che auspicano? Per quali ragioni alcuni di loro ritengono che l’identità russa sia minacciata? Come vedono le relazioni tra la Russia e l’Unione europea?

Ma occorre soprattutto riflettere sulla natura di questo regime di cui numerosi cittadini non vogliono o non vogliono più sapere. Occorre farlo per molte ragioni. Perché la Russia è il grande vicino dell’Unione europea, perché detiene enormi risorse di idrocarburi, e, non ultimo, perché rende, per sua natura stessa, il compito dei suoi oppositori democratici estremamente difficile e – non facciamoci illusioni – ad alto rischio personale.

Breve genesi di un nuovo sistema
Per tentare di capire la natura del nuovo sistema, è utile, ci sembra, fare un rapido salto indietro e risalire al momento della dissoluzione dell’Unione sovietica. Ancora prima della caduta di Gorbaciov, durante gli anni della glasnost e della perestrojka (1985-1991), “i dirigenti del Partito comunista e, soprattutto, i capi del KGB sono i primi a scattare dai banchi di partenza: cominciano il trasferimento massiccio dei fondi del Partito sui conti di imprese private.”(3) . Accanto alla presa di coscienza del fallimento del sistema economico sovietico, il risultato del referendum sull’indipendenza dell’Ucraina, il primo dicembre del 1991, convince la minoranza attiva dell’élite del vecchio regime – quella stessa che operava la sua riconversione nell’economia “di mercato” – dell’ineluttabilità della liquefazione politica dell’URSS e della necessità imperiosa di riposizionarsi rapidamente sulla sola Russia.

Questo breve capitolo di storia recente è interamente riassunto nell’operazione di indebolimento di Mikhail Gorbaciov realizzata dai servizi segreti. Il punto di non ritorno viene raggiunto il 19 agosto 1991, con il putsch organizzato dalle forze nostalgiche dell’ex-URSS. Queste saranno sconfitte da una coalizione di sostenitori di Gorbaciov e di Eltsin in seno al KGB, che rifiuterà di intervenire durante l’assalto contro la Casa Bianca.

Ma è Eltsin che ne ricaverà tutto il beneficio politico. Da una parte perché, meglio di Gorbaciov, aveva capito la profondità del cambiamento politico ed economico in corso, dall’altra anche in ragione di tratti di carattere che ne facevano un candidato probabilmente più “sensibile” agli interessi di quelli che si cominciava a chiamare “gli oligarchi” ed ai loro alleati nell’ombra.

Di fatto, malgrado le riforme dei servizi segreti realizzate durante il primo mandato di Boris Eltsin mirassero a tenere questi ultimi in una posizione subordinata rispetto alle istituzioni politiche, assistiamo alla loro ascesa. Essa conoscerà un’accelerazione a partire della rielezione di Eltsin, il 4 luglio 1996, ed entrerà in una fase di conquista pura e semplice del potere con la nomina di Vladimir Putin a primo ministro nel 1999.

Qualche mese prima, gli oligarchi, terrorizzati dall’indebolimento di Eltsin e dalla crisi finanziaria che colpisce la Russia (1998), sono alla ricerca di un successore di fiducia, in grado di perpetuare il sistema. Dopo molte esitazioni, la loro scelta cadrà su di un personaggio grigio, entrato da qualche anno al Cremlino per gestire le proprietà della presidenza. Ma gli oligarchi si sono sbagliati. Vladimir Putin sa da dove viene e ciò che vuole. Lo farà capire, con abilità e non senza una certa ironia, in occasione della festa dei servizi segreti russi il 18 dicembre 1999, già allora sicuro della sua elezione alla presidenza della Federazione qualche mese più tardi : “Vorrei informarvi che un gruppo di ufficiali del FSB che voi avete mandato a lavorare al governo ha ben compiuto la missione che gli avevate affidato.”(4) . Sin da quel momento comincia l’impresa di smontaggio delle riforme compiute sotto Eltsin, comprese quelle che miravano ad iscrivere i servizi segreti in una logica di subordinazione al potere politico.

Il nazionalismo, esaltazione della “russità”L’elezione di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione di Russia è organizzata intorno ad un messaggio ideologico forte e circoscritto: rendere alla Russia il rango che è il suo, ai Russi la fierezza di essere Russi e, sopratutto, rendere allo stato russo il ruolo che è sempre stato il suo, sia durante la Russia zarista che sovietica: quello di garante dell’ordine e della stabilità.

Sotto la regia “ispirata” dell’oligarca Boris Berezovski, la Cecenia del Presidente indipendentista Aslan Maskhadov, devastata dalla prima guerra russo-cecena (1994-1996), abbandonata dalle autorità moscovite che si guardano bene dal concedere il primo copeco per la ricostruzione, devastata dalle pretese dei capi di guerra più radicali, sarà elevata a sintesi programmatica del candidato Putin. Alcuni attentati estremamente violenti, che provocano centinaia di vittime in diverse grandi città russe, immediatamente attribuiti ai terroristi ceceni, vengono opportunamente a nutrire questa campagna elettorale (5). E’ l’inizio della seconda guerra russo-cecena.(6)

“Democrazia decorativa”
Sin dall’elezione (7) di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa, il 26 marzo 2000, le autorità vanno progressivamente a prendere il controllo, direttamente o tramite intermediari di fiducia, di tutti i grandi media televisivi e radiofonici (8) e della maggior parte dei giornali. Solo Internet sfugge ancora – e solo in parte (9) – all’occupazione del potere. Le autorità procedono anche ad una riunificazione, essenzialmente intorno al FSB, di quei servizi segreti che erano stati divisi nel periodo immediatamente successivo alla nascita della Federazione russa.(10)

In questo “rimettere al suo posto” la società civile russa e in questa de-costruzione delle fondamenta dello Stato di Diritto, il nuovo potere dimostra una notevole capacità di modernizzazione. “Il sistema sovietico (provava) a controllare tutti i cittadini del Paese. L’attuale sistema è molto più sottile: focalizza la sua attenzione quasi esclusivamente sulle persone attive nel campo politico o su quelle che esprimono delle opinioni “proibite”. Comunque, non è difficile stabilire un parallelismo tra le due epoche.”(11)

Un regime corporativista, poliziesco, cleptocratico
La corporazione dei “vecchi” boiardi, i famosi oligarchi, quelli che erano nel cuore del sistema nel corso degli anni 1990 e che avevano, tra l’altro, “organizzato” la rielezione di Boris Eltsin nel luglio 1996 e lanciato – alcuni di loro, almeno – la candidatura di Vladimir Putin, è stata rapidamente soppiantata dalla corporazione dei “nuovi boiardi” (12) , provenienti dal circolo di San Pietroburgo che si era formato intorno a Vladimir Putin e, più in generale, dal FSB. Secondo Olga Krychtanovskaia, del centro-studio delle élites, nel 2003, ossia solo tre anni dopo l’elezione di Vladimir Putin, “ il 78 % dei 1016 principali responsabili politici russi erano degli ex-agenti del KGB o del FSB” . (13)

Ma l’ex-colonnello del KGB non vuole eliminare completamente i vecchi oligarchi. Ne ha (ancora) bisogno. La sua strategia è quella di sottometterli, costringerli a giurare fedeltà, cedendo se necessario delle parti sostanziali dei propri beni alla nuova oligarchia organizzata intorno ai servizi ed in particolare al primo di questi, il FSB. Alcuni, come Boris Berezovski o Vladimir Goussinski, “sceglieranno” l’esilio. Mikhail Khodorkovski, che rifiuterà di accettare questo nuovo dato di fatto, vedrà la sua impresa (Yukos) smembrata, offrendo nello stesso tempo un caso esemplare da mostrare ai vecchi oligarchi e una formidabile occasione di arricchimento per il nuovo potere nel potere, come riconosce anche “Joschka Fischer, che racconta come Putin, durante una visita ad Amburgo,si vantasse a destra e a manca del fatto che stava rubando Yukos a Khodorkovski” (14).

Questa nuova politica del potere fa sentire rapidamente i suoi effetti sull’insieme del tessuto economico. La pratica dei “raids”, fino ad allora limitata, si diffonde in modo capillare, portata dalla nuova oligarchia dei servizi segreti, in grado di esercitare, in virtù delle sue funzioni, tutte le pressioni necessarie per costringere i proprietari recalcitranti a cedere “volontariamente” , del tutto o in parte, le loro imprese. La progressione esponenziale della corruzione – da 30 miliardi di euro all’anno all’inizio del primo mandato di Vladimir Putin nel 2000 a 220 miliardi di euro nel 2011 – ovvero un quarto del bilancio dello stato – dà un’idea del livello di questa razzia, di questa “corruzione sistemica e istituzionalizzata” (15). Tutte le imprese sono nel mirino, quale che sia la loro dimensione, ivi comprese quindi le imprese straniere, malgrado la discrezione dimostrata dai loro dirigenti su questa questione sensibile. Come ricorda Elena Panfilova “In questi ultimi anni, sono scoppiati degli scandali che hanno chiamato in causa Daimler, Toshiba, Ikea”.(16)

Un punto debole di Vladimir Putin?
Le informazioni secondo le quali Vladimir Putin avrebbe direttamente beneficiato di attività fraudolente si moltiplicano. Secondo Mikhail Kozyrev (17) il gruppo di San Pietroburgo formatosi intorno alla cooperativa Ozero avrebbe sottratto 92 milioni di dollari in operazioni commerciali con l’estero. Altre fonti dicono che Putin avrebbe personalmente beneficiato dallo smantellamento di Yukos, mentre un rapporto dell’Ambasciata americana a Mosca reso pubblico da Wikileaks (18) sostiene che Putin sarebbe un azionista segreto di Gunvor, una società basata in Svizzera, responsabile di più del 50% del commercio internazionale degli idrocarburi russi. (19) Ma, come dice Natalie Nougayrède, per saperne di più bisognerebbe che “con l’aiuto della CIA l’opposizione rendesse noti i mezzi e le connessioni che hanno consentito (a Vladimir Putin) di mettere un bel malloppo da parte (20) …

(1. Continua)

Note al testo:

  1. Boris Toumanov, “Une naïveté de complaisance”, (“Un’ingenuità di comodo”), La Russie d’Aujourd’hui, 16 gennaio 2012
  2. Karen Dawisha, “Is Russia’s Foreign Policy That of a Corporatist-Kleptocratic regime?”, (“La politica estera russa è quella di un regime corporativista-cleptocratico?), Post-Soviet Affairs, 2011
  3. Tania Rakhmanova, “Au cœur du pouvoir russe. Enquête sur l’empire Poutine”, (“Nel cuore del potere russo. Inchiesta sull’impero Putin”), La Découverte, Paris, 2012, p. 192
  4. Tania Rakhmanova, ibidem
  5. 13 anni dopo gli attentati, una sola persona è stata condannata. Non è cecena. D’altronde il 23 dicembre 2006, Alexandr Litvinenko, l’ex-agente del FSB che aveva accusato i servizi di essere all’origine di questi attentati fu assassinato con una sostanza radioattiva, il Polonium 210, in Gran Bretagna, dove aveva ottenuto asilo politico.
  6. Questa seconda guerra russo-cecena farà diverse decine di migliaia di vittime.
  7. Secondo Karen Dawisha, ibidem, questa prima elezione di Vladimir Putin è già macchiata di numerose irregolarità.
  8. Ci sono alcune eccezioni, come Kommersant, Novaja Gazeta o, fino a poco tempo fa, la radio Eco di Mosca che le autorità hanno deciso di riprendere in mano nel febbraio 2012.
  9. Ne testimoniano i cyber-attacchi sempre più frequenti contro i siti dei media e delle ONG.
  10. Andrej Soldatov, Irina Borogan, “Les Héritiers du KGB, enquête sur les nouveaux boyards”  (“Gli eredi del KGB, inchiesta sui nuovi boiardi”), François Bourin Ed., Paris 2011
  11. Andrej Soldatov, Irina Borogan, ibidem
  12. Andrej Soldatov, Irina Borogan, ibidem
  13. Tania Rakhmanova, ibidem
  14. Intervista del regista tedesco Cyril Tuschi, autore del film “Khodorkovski”, Le Monde, 8 novembre 2011.
  15. Elena Panfilova, citata da Tania Rakhmanova, ibidem
  16. “Omniprésente, la corruption régresse légèrement en Russie”, “(Onnipresente, la corruzione diminuisce leggermente in Russia”), Marie Jégo, Le Monde, 3 dicembre 2011
  17. Citato da Karen Dawisha, ibidem
  18. Citato da Karen Dawisha, ibidem
  19. Citato da Karen Dawisha, ibidem
  20. “Le monologue de Vladimir Poutine”, (“Il monologo di Vladimir Putin”), Natalie Nougayrède, Le Monde, 30 dicembre 2011

 


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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