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8 marzo: ripensare il femminismo/.1 Intervista a Wendy McElroy

– In occasione della Festa della Donna proponiamo un’intervista a Wendy McElroy, studiosa canadese ed una delle massime esponenti del “femminismo individualista”, una corrente di pensiero che esalta i princìpi della libertà individuale e del mercato come chiavi dell’emancipazione femminile.
Ha scritto e curato numerosi libri, tra cui “Freedom, Feminism and the State”, “Sexual Correctness” e “Liberty for Women”. In italiano ha pubblicato “Le gambe della libertà” . La seconda parte dell’intervista sarà pubblicata domani.

Wendy, Lei è una delle principali voci dissidenti del “dibattito di genere”. Ci può spiegare la Sua visione di femminismo individualista, quali sono i suoi assunti ed in che cosa differisce dal femminismo più tradizionale?

WME: Il principio cardine del femminismo individualista è che le donne e gli uomini meritano un trattamento uguale davanti alla legge. Un sistema legale giusto è uno che cerchi di proteggere gli individui e le loro proprietà equamente e che si applichi a tutti.
Il femminismo “mainstream” invece sostiene un egualitarismo economico e sociale che necessariamente viola i diritti di proprietà degli individui. Per esempio le azioni affermative e le politiche di non discriminazione impongono chi debba essere assunto dalle compagnie private che rischiano sanzioni ed azioni legali se non si conformano. Le femministe “mainstream” applaudono all’uso della forza per violare i diritti individuali – inclusi quelli degli imprenditori – per ridistribuire denaro e potere dagli uomini alle donne.

Ma il mercato è sufficiente per consentire un’emancipazione piena delle donne o invece è bene che lo Stato intervenga per ridurre il gap di genere e cambiare le cose più rapidamente?

WME: La risposta dipende da che cosa si intende per “piena emancipazione”; francamente penso che ogni individuo debba decidere per conto suo cosa significa. Ma se si intende “completa correttezza” o “giustizia sociale”, allora la mia risposta è no, il mercato non li fornirà da solo. Servono altre forze pacifiche, come la persuasione morale verso coloro che sono ingiusti, offensivi, che denigrano, etc. – questa era la tattica utilizzata dal movimento dei diritti civili in America prima che fosse cooptato dallo Stato.
Quello che io sostengo riguardo al mercato è che è in grado di condurre all’emancipazione meglio di qualsiasi altro sistema, come l’interferenza statale. Anzi, ogni interferenza dello Stato intesa a portare giustizia sociale nella pratica conduce all’opposto; cioè, viola i diritti individuali che devono essere la base di qualsiasi giustizia.

Malgrado l’innegabile distanza dal femminismo “mainstream”, le femministe individualiste scelgono di contendere l’etichetta “femminismo”, piuttosto che scegliere un nome diverso. Pensa che questa strategia sia efficace? Non c’è il rischio che possa ridurre l’appeal delle Sue idee presso quella maggioranza silenziosa che percepisce il termine “femminismo” negativamente, quando invece le possibilità effettive di fare breccia tra chi si autoidentifica tradizionalmente come femminista sono limitate?

WME: Non è solo un rischio. E’ inevitabile che qualcuno rigetti il femminismo individualista a causa della parola “femminismo”. L’ho verificato spesso.
Tuttavia vado avanti per una serie di ragioni. Innanzitutto voglio che siano riconosciute le vere radici del femminismo americano. Queste radici erano profondamente individualiste ed affondavano nel movimento abolizionista (della schiavitù) dell’inizio del 19mo secolo.
Fortunatamente ciò sta avvenendo. Il femminismo individualista era inascoltato nelle università quando ho cominciato a scrivere, ma adesso gode di un riconoscimento generale. Spero di aver contribuito anch’io a questa evoluzione.
In secondo luogo, mi piace fare parte della tradizione che risale al liberalismo classico di Mary Wollstonecraft.
E poi, sono testarda. Ayn Rand era solita usare parole come “egoista” in un senso positivo, perché non le voleva lasciarle ai propri oppositori ideologici. Non che mi voglia comparare alla Rand, ma in quanto a testardaggine le assomiglio.

A partire dall’inizio degli anni ’90 sono stati pubblicati vari libri che hanno sfidato il “mainstream” di genere in Nordamerica. Oltre a Lei, autrici come Christina Hoff Sommers, Joan Kennedy Taylor, Daphne Patai, Cathy Young e, da un punto di vista diverso, il sociologo Warren Farrell. Come giudica lo stato attuale del dibattito di genere negli Stati Uniti e in Canada? Il femminsmo “di genere” è ancora così dominante in politica e nelle università oppure vede segni che le opinioni e le preoccupazioni dell’equity feminism cominciano ad essere presi in considerazione?

WME: Il femminismo “di genere” ha perso il dibattito. E’ in atto una rivolta irresistibile contro di esso e la camicia di forza del politically correct è destinata ad essere smessa. Si tratta di una rivolta diversificata e ne fanno parte l’equity feminism ed il femminismo individualista, i movimenti degli uomini e dei padri, il libertarismo ed il conservatorismo.
La morte imminente del femminismo di genere può non essere ancora evidente, perché questa ideologia è riuscita ad istituzionalizzarsi, soprattutto nell’università e nella struttura politica.
Consideriamo l’università. Ogni università ha un “dipartimento delle donne”; quasi tutte hanno regolamenti politically correct come codici di campus che vietano barzellette o commenti a sfondo sessuale; i professori sono sospesi o licenziati se esprimono una visione di genere “sbagliata” nelle lezioni – e la lista potrebbe continuare.
Il problema di istituzionalizzare un’ideologia o un’idea è che essa viene a sopravvivere quasi per inerzia, molto di più di quanto non potrebbe sopravvivere in un processo “di mercato” di dibattito ed analisi aperti. Una volta che una femminista di genere ha un “incarico”, a quel punto quella posizione viene occupata dalla sua ideologia per più di venti anni. Non importa se il grande pubblico non dà più credito alle sue idee o se il trend politico ha girato. Lei ha l’incarico. E ricordiamoci che ogni professore dei “dipartimenti delle donne” o di scienze politiche che ha ricevuto l’incarico negli ultimi due decenni doveva stare su una linea politicamente corretta. Così la lotta dovrà proseguire ancora a lungo, anche se moralmente la battaglia è vinta.

Indipendentemente dal colore dei governi, la politica in Italia sta sempre più mutuando dal concetto di quote di genere ed azioni positive. Come giudica queste politiche, alla luce della loro implementazione di lungo termine in Nordamerica?

WME: Queste politiche hanno avuto un effetto devastante in Nordamerica. O, piuttosto, ci sono stati parecchi effetti devastanti.
Ogni volta che ordini l’avanzamento di una classe di persone sulla base di caratteristiche come il sesso o la razza, stai dicendo che il merito degli individui è secondario; non dev’essere necessariamente la persona migliore o più meritevole ad avere la promozione, ma dev’essere una donna.
E’ difficile misurare l’impatto sistemico della svalutazione del merito all’interno della società, ma ho avuto modo di vederne i risultati a livello individuale. Un mio amico è stato scavalcato per una promozione che meritava all’università perché nello staff serviva una donna. Adesso lui dice a suo figlio che il merito non conta e che impegnarsi ad eccellere è inutile. Provate a moltiplicare questa situazione per centinaia, migliaia, forse milioni di persone. Il rifiuto di riconoscere il merito non è solo ingiusto, ma abbassa la qualità complessiva della società perché non si permette alle persone innovative ed abili di produrre al massimo delle loro capacità.
E poi bisogna considerare il livello di rabbia e di risentimento che questo tipo di politiche ha creato tra uomini e donne.
Almeno marginalmente, sono attiva nel movimento degli uomini e come donna la prima cosa che incontro è spesso sospetto e ostilità. Non che ce l’abbiano con me come persona, ma perché sono una donna e quindi faccio parte della “classe privilegiata” e nella loro ottica questo astio risulta pienamente giustificato.
Inoltre, queste politiche mandano il messaggio chiaro ed inequivocabile che i problemi sociali debbono essere risolti attraverso l’azione dello Stato, cioè attraverso l’uso della forza. Quello che ci dicono quote ed azioni positive è, in pratica, usate la forza per risolvere i problemi – e quando si comincia ad affermare questo concetto allora si pongono le basi per la distruzione di una società pacifica.
Potrei andare avanti… La preferenza di genere per le donne nelle cause di separazione ha devastato le famiglie divorziate, perché ai padri vengono sistematicamente negati pari diritti di custodia, oltre che pari diritti di visita ogni volta che si trovino a che fare con donne vendicative o che perseguano un qualche altro vantaggio – come ottenere più soldi.
A mio modo di vedere un elemento essenziale perché si possa ristabilire un rapporto sano e civile tra i due sessi è eliminare tutte le leggi che favoriscono uno dei due sessi – ed oggi nella maggior parte dei casi si tratta di leggi che favoriscono le donne.

(1. Continua)


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “8 marzo: ripensare il femminismo/.1 Intervista a Wendy McElroy”

  1. Marco scrive:

    Una posizione interessante, destinata ad essere compressa fra posizioni più radicali, palesemente tifose di una parte e dell’altra ma più semplici e meno problematiche per chi vi aderisce ricevendo un’approvazione alla 1984. E’ sempre andata così nella Storia: quelli con una posizione sfaccettata o addirittura, non sia mai, critica, scalzati da chi dice semplicemente “noi buoni e voi cattivi”. E’ un peccato davvero. Le guerre si eternano così. E’ da un paio d’anni che ogni tanto mi faccio un giro su siti femministi/antimaschilisti e maschilisti/antifemministi.
    Persino sui termini non si vuole essere d’accordo, visto che si vuole riservare il significato positivo e paritario a sè e quello discriminatorio e negativo all’avversario. Da parte mia è palese da un punto di vista lessicale che il tipo anti-ista è di chi si oppone ad un’ideologia radicale e il tipo -ista è di chi quest’ideologia la professa. E’ così in moltissimi altri campi. A nessuno verrebbe in mente di chiamare un fascista “anticomunista” se non per nasconderne i difetti. E’ interessante, e lo dico da sinistra, che molta sinistra aggressiva e radicale si dica solo “antifascista” E’ ipocrita: se hai un credo rigido,almeno ammettilo)
    Fatto sta che poi nei fatti ho trovato un misto di buone intenzioni, moltissimi stereotipi (a cui, mea culpa, neanche io come maschio sono immune) legati a casi singoli, esperienze personali, assolutizzazione di problemi di problemi reali di una parte di uomini o di donne, ecc. e tanta, tanta, partigianeria ed esaltazione del sesso (o, più blandamente, genere sessuale) di chi scrive e di chi frequenta, una sorta di doppia bolla chiusa seguita da molti commenti acritici di ammirazione per l’inno maschile/femminile di turno che non aggiungono niente. I problemi, le cattiverie, i furbi e le furbe restano. Basti pensare a due fatti innegabili (ovviamente ciascuna parte porta come esempio solo uno dei due): il trattamento discriminatorio in caso di divorzio per l’uomo e quello avvilente in ambito economico-lavorativo per la donna (pensiamo ai licenziamenti di donne incinte)

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  1. […] Posted on 09 marzo 2012. Tag: 8 marzo, donne, Faraci, femminismo, libertarismo, Ron Paul, velinismo, Wendy McElroy  – In occasione della Festa della Donna proponiamo un’intervista a Wendy McElroy, studiosa canadese ed una delle massime esponenti del “femminismo individualista”, una corrente di pensiero che esalta i princìpi della libertà individuale e del mercato come chiavi dell’emancipazione femminile. Ha scritto e curato numerosi libri, tra cui “Freedom, Feminism and the State”, “Sexual Correctness” e “Liberty for Women”. In italiano ha pubblicato “Le gambe della libertà” . La prima parte dell’intervista è disponibile a questo link. […]