Supertuesday. Una singola giornata in cui gli elettori repubblicani si pronunciano in 11 Stati diversi per grandezza, posizione geografica, tendenza politica, tradizione, metodo di assegnazione dei risultati.

Un totale di 416 delegati, che sono “la moneta” con la quale si misura la posizione dei 4 candidati rimasti in gara: Mitt Romney, Rick Santorum, Newt Gingrich, Ron Paul, che fino ad ora se le sono date di santa ragione tra spot, dibattiti, colpi bassi e attacchi nei 12 Stati in cui si è già votato.

Ieri, quindi, si è praticamente raddoppiato, in un colpo solo, quanto fatto in 2 mesi (sebbene oggi il supertuesday esprima circa la metà dei delegati che espresse nel 2008): ma da qui al 24 marzo altri 12 Stati andranno alle urne. Considerato che ovunque i vertici locali del partito si trattengono pochi superdelegates di cui decidono a loro discrezione l’assegnazione, ora che manca qualche piccolo aggiustamento in alcuni Stati, la situazione è questa.

In Vermont Romney ha preso 9 delegati, Santorum 4 e Paul 4; in Idaho Romney 32 a zero; in Wyoming Romney 5 e Paul 1; in Tennessee Santorum ne prende 25, Romney 10, Gingrich 8; in North Dakota Santorum ne prende 11, Paul 8, Romney 7, Gingrich 2; in Georgia Gingrich ha 46 delegati, Romney 13 e Santorum 2; in Virginia vince Romney che prende 43 delegati, mentre 3 vanno a Paul; l’Oklahoma dà 14 delegati a Santorum, 13 a Romney e Gingrich, 1 a Paul; il Massachusetts regala i suoi 41 delegati al suo ex Governatore Romney; in Alaska Romney 8, Santorum 7, Paul 6 e Gingrich 3 e per finire l’Ohio, che ha un significato simbolico importantissimo nelle elezioni americane, premia Romney con 35 “punti” mentre ne dà 21 a Santorum. Il totale di delegati in questo momento (ne servono 1.144 per aggiudicarsi la nomination nella convention di Tampa, a fine agosto) dice questo: Romney 415, Santorum 176, Gingrich 105, Paul 47.

Questi i numeri. Ma insomma, com’è andata? Ha vinto Barack Hussein Obama (che è il candidato dei democratici de plano, a prescindere dal fatto che ieri in 15 contee dell’Oklahoma le ha prese da un radical più radical di lui: ma è solo rumore di fondo), senza nemmeno il bisogno di favorire il caro vecchio divide et impera tra i suoi avversari, i quali – manco stessero facendo le primarie nel PD – stanno scrivendo a 8 mani (ma all’inizio della corsa i candidati erano addirittura 9) un manuale su come far perdere la Casa Bianca al proprio partito e, dal punto di vista di chi scrive, altri 4 anni al proprio Paese.

Tanto che continuano a circolare voci di una brokered convention, ovvero di una possibilità dell’arrivo di un(a) presunto(a) deus ex machina ancora non sceso(a) in pista che su richiesta popolare possa accettare di candidarsi direttamente a fine agosto, non avendo fino ad allora partecipato ad una sola primaria: un Hail Mary Pass come quei tiri da una parte all’altra del campo da basket, sul suono della sirena, che una volta su mille finiscono dentro e fanno vincere la partita da una situazione disperata.

Il sottoscritto sogna Condoleezza Rice, poi non dite che non ve l’avevo detto. Il supertuesday regalerà forse l’abbandono di Gingrich, stanco (ieri si è addormentato in diretta in collegamento con un evento live), con pochi soldi e molto indietro nel computo dei delegati: la logica vuole che si schieri dalla parte di Santorum. Paul rimarrà in gara, ma fa una gara tutta a sé: rappresenta le istanze libertarie, parte integrante della complicata dinamica del GOP, e ha sufficiente carisma per arrivare fino a Tampa, sapendo da tempo di non avere alcuna possibilità di vincere. Il problema è che Mitt e Rick rischiano fortemente di andare avanti altri 5 mesi a sportellate, facendosi del male più di quanto Obama possa riuscire a farsi da solo continuando a mettere in atto le sbagliate politiche che hanno dato vita alla landslide contro il suo partito nel voto di midterm del 2010.

Tre messaggi finali. Uno: diventa fondamentale la scelta del Vice Presidente, per il GOP. Romney e Santorum sono due candidati di religione diversa da quella mainstream. Il primo è forte tra chi è più ricco (non ricchissimo, quelli votano e finanziano Obama), tra gli indipendenti e quindi più al centro, mentre il secondo è più popolare nel tradizionale elettorato a destra nel GOP (oggi vince bene in North Dakota, Oklahoma e Tennessee, gli Stati più conservatori in questo supertuesday) e fra i repubblicani più poveri, ma ha poche capacità di prendere voti indipendenti.

Il primo è visto da tanti come troppo ricco, il secondo non ha alcuna esperienza di governo. Sono due uomini bianchi non giovanissimi, con scheletri politici nell’armadio. Il primo potrebbe chiamare il secondo a fargli da Vice: ma a parte che se ne stanno dicendo davvero di tutti i colori e c’è da dubitare che magicamente tutti i voti di Santorum si trasferirebbero a Romney (c’è però la curiosità di un video con un caldissimo endorsement di Santorum a Romnney nelle primarie del 2008), rimarrebbe comunque scoperto il voto femminile, quello afroamericano, quello ispanico e quello giovane: tutta roba che 4 anni fa andò dritta dalle parti di Obama.

Due: Romney e Santorum sono candidati deboli. Ciò, tuttavia, non vuol dire che è assolutamente impossibile pensare che sarebbero buoni Presidenti: non c’è una automatica assoluta corrispondenza tra come si corre e come si governa (Mario Cuomo diceva che la prima attività è in poesia, ma la seconda in prosa): basta guardare la differenza tra la incredibile, storica ed entusiasmante campagna di Obama nel 2008 e il deludente rate approval che ne boccia questi 3 anni di presidenza.

Tre: chissà quante ne accadranno da qui a novembre. A fine marzo avremo assegnato appena la metà dei delegati, a fine aprile il 75%. Se nell’immediato andranno a votare Stati favorevoli a Santorum (Alabama, Mississippi, Kansas e Louisiana su tutti) è anche vero che la distribuzione proporzionale dei delegati permetterà anche a Romney di aumentare i propri numeri.

Il ruolo dei super pac, comitati che non rispondono ai candidati ma che nascono essenzialmente per gettare fango sugli avversari, è stato e sarà fondamentale. Ma ne vedremo delle belle, o forse delle brutte: basti pensare che da qualche giorno girano email improvvidamente svelate da Wikileaks secondo le quali il corpo di Bin Laden non sarebbe stato gettato in mare, come annunciato da Obama in mondovisione, ma sepolto negli USA. Se fosse vero, e chi scrive spera proprio di no, sarebbe un clamoroso caso di Presidente che mente alla nazione – anzi, al mondo intero.

Vi ricordate cosa è successo l’ultima volta con Clinton? Ecco, moltiplicatelo per mille, visto che allora Clinton era nel suo secondo mandato mentre qui Obama sta correndo per la rielezione.