Pareggio di bilancio: provvedimento serio o ennesima ammuìna?

– Come è noto, la crisi dei debiti sovrani ha, tra l’altro, determinato una stagione costituente in diversi Stati membri (Germania, Spagna e Francia), contraddistinta da un maggiore rigore nel controllo della spesa pubblica. Il nostro Paese non è rimasto a guardare e ha avviato un iter di revisione costituzionale per inserire la regola del pareggio di bilancio, che ieri ha registrato il penultimo passo, l’approvazione in seconda lettura alla Camera.

Naturalmente, il dibattito pubblico intorno a questa importante riforma è stato caratterizzato da una conformistica adesione di stampo patriottico, anche alla luce delle circostanze che ne stanno determinando la nascita e del conseguente valore simbolico rispetto alla comunità internazionale e finanziaria.
Infatti, il complesso iter procede speditamente, senza che nessuno ne metta in discussione la bontà nel merito, malgrado in dottrina siano già state formulate numerose osservazioni critiche, soprattutto con riferimento ad un obiettivo elemento di criticità relativo ai controlli, che risulta carente anche in relazione con quanto accade nelle altre esperienze costituzionali.

Manca, infatti, la previsione di un ricorso diretto della Corte di Conti alla Corte costituzionale (come, a suo tempo, aveva previsto la Commissione Bozzi) o di altro strumento, magari a disposizione delle minoranze, per la verifica del rispetto della disposizione costituzionale.
Ciò è, però, ormai appartenente al passato, in quanto il testo non è più emendabile e nemmeno è possibile immaginare l’arresto del procedimento, ma di ciò bisognerà tener adeguatamente conto per evitare il ripetersi di un fenomeno già conosciuto nel nostro ordinamento: il progressivo sostanziale affievolimento della regola costituzionale in materia di bilancio pubblico.

Infatti, malgrado il principio del pareggio di bilancio non sia stato inserito nel testo costituzionale, come auspicato da Einaudi, molti di coloro che votarono l’attuale disposizione dell’art. 81 Cost, 4° comma, ritenevano che questo avrebbe in realtà prodotto il medesimo effetto. E per un certo tempo prevalse un orientamento interpretativo molto rigoroso.

Questo orientamento viene però superato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1/1966, nella quale

“La Corte ritiene che l’interpretazione cosiddetta estensiva dell’obbligo imposto dall’ultimo comma dell’art. 81 sia quella conforme alla lettera e allo spirito della Costituzione”

in quanto

“il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio del bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa.”

È evidente che la lettura della sentenza citata deve essere contestualizzata per potere essere compresa. Siamo in pieno boom economico e il debito pubblico è ben lontano dall’assumere la dimensioni elefantiache cui ormai siamo tristemente abituati.
Ciononostante, è utile osservare che già l’originaria formulazione testuale, ossia quella ancora vigente, avrebbe potuto essere interpretata nel senso cui intende procedere il legislatore costituzionale. Allora sembra normale porsi la domanda se la nuova formulazione è idonea a scongiurare completamente il rischio che la storia si ripeta.

Al riguardo, una prima ricognizione testuale non sembra essere molto incoraggiante. La previsione di ricorrere all’indebitamento sulla base dell’andamento del ciclo economico, e previa autorizzazione della Camera a maggioranza assoluta, al verificarsi di eventi eccezionali non sembra offrire le necessarie garanzie, in quanto il riferimento al ciclo economico potrebbe consentire in un futuro più sereno, o meno drammatico, la riproposizione della tesi del tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra entrate e spese, con buona pace del pareggio di bilancio.

Certo, la ratio della riforma dovrebbe comportare il prevalere almeno nel breve periodo di orientamenti giurisprudenziali rigorosi, ma la disciplina di attuazione sarà demandata al legislatore ordinario e quindi potrebbe ammorbidirsi col tempo.

Inoltre, anche la previsione della maggioranza assoluta in presenza di un sistema elettorale con un forte premio di maggioranza sembra essere più un fattore di complicazione procedurale che un serio ostacolo alla maggioranza politica, che, appunto, in questa cornice elettorale è sempre sovradimensionata in Parlamento rispetto al suo effettivo grado di rappresentanza del corpo elettorale.

In definitiva, la fulminea rapidità con la quale si sta realizzando questa riforma non deve far dimenticare che questa da sola non sarà comunque sufficiente, se continuerà a mancare una adeguata sensibilità sulle condizioni delle finanze pubbliche, perchè la formulazione testuale non sembra metterle al riparo dall’assalto alla diligenza che irresponsabilmente potrebbe ricominciare quando le acque si calmeranno, o peggio appariranno tali.

Questo sconfortante timore potrebbe essere paradossalmente confermato proprio dal quasi unanime consenso finora registrato, il quale fa sorgere il dubbio che qualcuno pensi che serva soltanto a fare teatralmente scena. È infatti difficile credere che un certo ceto politico perda molto del suo potere di intermediazione sociale senza colpo ferire.

Ma mai come in questo caso saremo felici di essere clamorosamente smentiti!


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

Comments are closed.