Categorized | Il mondo e noi

Nel paradiso Maldive non entrano le donne

– Dopo il colpo di stato dello scorso 7 febbraio, continuano i disordini nelle Maldive, aggravati da episodi di maltrattamenti nei confronti delle donne dell’opposizione. Vicende che segnano una battuta d’arresto nel percorso di democratizzazione intrapreso dal paese con le prime elezioni multipartitiche nel 2008, dopo trent’anni di autoritarismo.

In seguito all’arresto di un giudice accusato di corruzione e favoritismi politici, sono scoppiate proteste contro il presidente Mohamed Nasheed, il quale si è dimesso su pressione dell’esercito. Da allora Nasheed, il primo capo di stato democraticamente eletto, invoca l’intervento diplomatico della comunità internazionale per avere elezioni anticipate (quelle ordinarie sono previste per il 2013). Il nuovo presidente  Hassan Waheed, ex vice di Nasheed, reclama la costituzionalità del passaggio di consegne e nega il golpe.

Risultato di tutto ciò è stato il susseguirsi di manifestazioni dell’una e dell’altra fazione, accompagnate da scontri con la polizia e l’esercito, che non sembrano fermarsi.

È questo lo scenario tumultuoso in cui si inseriscono vari episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine verso le donne militanti del partito del deposto presidente (Partito Democratico Maldiviano – MDP), come riporta Amnesty International.

In particolare durante una manifestazione a sostegno di Nasheed ad Addu City, le donne sono state isolate dagli altri manifestanti e picchiate con manganelli, calci e spray al peperoncino. Stesse scene in una città vicina; si parla anche di altre donne inseguite fino alla sede del partito e qui aggredite.

Certo in una società patriarcale e conservatrice come quella maldiviana, essere donne e militanti del partito appena rovesciato da un golpe  non è una posizione comoda e pacificamente accettata.

Le Maldive, infatti, sono un paese in cui il 100% degli abitanti sono musulmani sunniti, in cui l’islam è la religione di stato, nonché l’unica ammessa. Quindi le recenti violenze di stampo politico si inseriscono in un contesto societario fortemente influenzato dal culto islamico e conseguentemente dalla concezione subordinata della donna che questo porta con sè, tant’è che il sistema giudiziario (vero tallone d’Achille dell’arcipelago) si basa sulla Sharia, leggermente mitigata da influenze del common law britannico. Viene applicata regolarmente la fustigazione per rapporti sessuali extraconiugali, pena destinata in quasi totalità alle donne, il che porta a diffusi paradossi giudiziari in cui la donna accusata di adulterio è condannata e il presunto amante assolto. L’infibulazione è ancora praticata, le donne sono lontane dai posti di potere (ad esempio 5 parlamentari su 77), fuori dal mercato del lavoro, la loro istruzione spesso si ferma alle scuole primarie. Sono molti i casi registrate dalle autorità di violenza di genere, sessuale e non, sia tra le mura domestiche che all’esterno, spesso giustificati dall’abbigliamento della vittima o dal luogo in cui questa si trovava.

Si tratta di una situazione di brutalità e subordinazione diffusa che perdura nonostante le aperture e le riforme promesse dell’ormai ex presidente, musulmano moderato. La situazione rischia di peggiorare con il nuovo capo di stato, considerato vicino al partito islamista del paese, proprio quello che aveva protestato all’annuncio di Nasheed di voler introdurre la libertà di culto nella costituzione. Nelle relazioni con il paese, su tale realtà la comunità internazionale ha sempre chiuso un occhio, preferendo sottolineare, i suoi punti di forza: l’apertura al turismo occidentale, la rispettabilità di Nasheed (può vantare una carriera di attivista democratico sotto il regime), l’impegno del governo contro il surriscaldamento globale (a causa di cui l’arcipelago rischia di scomparire). In più le isole hanno valenza strategica regionale non secondaria per la dirimpettaia India e per gli Stati Uniti, contro il “filo di perle” cinese (la serie di basi navali che la Cina sta prendendo in affitto intorno la penisola indiana).  E come la storia ci insegna, raramente i governi fanno ritorsioni e pressioni a difesa dei puri e semplici diritti umani, e non certo a scapito di interessi più concreti.

Non resta da notare che, così come visto in Egitto, il trinomio donna-politica-opinione dissenziente è una realtà non ancora accettata in una certa fetta del mondo musulmano, dove si viola allo stesso tempo l’uguaglianza di genere e la libertà di espressione. L’arcipelago è ben inserito all’interno di questa fetta, nonostante l’apertura al mondo occidentale tramite gli accessi turistici.

Per il momento l’amara conclusione è: Maldive paradiso solo per i vacanzieri. 


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

Comments are closed.