– La Commissione Giustizia della Camera ha approvato in modo bipartisan il breve testo sul “divorzio breve“, il quale riduce a un solo anno il tempo di attesa necessario per ottenere il divorzio. Due anni in presenza di figli minorenni. I Radicali hanno promosso emendamenti che avrebbero consentito un “divorzio-flash“, annullando alla radice (almeno in assenza di figli minorenni) ogni intervallo temporale tra l’inizio del periodo di separazione e l’effettivo conseguimento del divorzio; d’altro canto, la Lega Nord ha presentato degli emendamenti sopressivi al DDL in esame. L’una e l’altra direzione sono state ambo respinte, e il breve testo è stato approvato nella sua piena originalità. Già nel 2003 vi fu un simile tentativo legislativo, ma il voto trasversale dei cattolici, unito alle pressioni della lobby degli avvocati, riuscirono ad affondare il provvedimento sotto la scure di un voto segreto. Il contesto odierno pare comunque profondamente diverso, rispetto a quello di nove anni fa. Se vi è chi preme per una riduzione meno significativa dei tempi di separazione (l’UDC spinge per una riduzione a due anni, tre in caso di figli minorenni) non sono moltissime le voci di coloro che apertamente osteggiano il provvedimento nella sua sostanza. Voci che sovente provengono dagli scandalizzati esponenti di professioni e da appartenenti al celebre partito dei “valori non negoziabili” che la libertà pare avere assunto nella forma del suo nome, ma espulso dalla sostanza del suo agire.

Le esigenze che costituiscono la forza propulsiva del provvedimento sono impossibili da ignorare; esso nasce con l’obiettivo di porre fine al fenomeno del “turismo divorzile”. Piuttosto che fronteggiare una serie di tempi, paletti legali e lustri di controversie giudiziarie, sono moltissime le coppie in crisi che, in forza della normativa comunitaria, sfruttano le regole vigenti in materia in un paese estero aderente all’unione europea. Il meccanismo è molto semplice: basta che uno dei coniugi elegga residenza presso un qualsiasi paese Ue, perché egli (o l’altro coniuge) chieda il divorzio in base alla legge del paese prescelto. La concorrenza è agguerrita: in Gran Bretagna si può divorziare anche senza l’assistenza di un legale se vi è mutuo consenso fra i coniugi. Il tempo necessario oscilla fra i 4-5 mesi e il procedimento ha natura meramente amministrativa. La meta preferita dalle coppie sembra tuttavia essere la Romania, con una bassissima invadenza burocratica in materia. Il fenomento è in vistosa e costante crescita; non c’è da stupirsi visto che una pratica non consensuale di divorzio può durare, in Italia, sino a 15 anni, trascinandosi per tre gradi di giudizio. Il triennale periodo di separazione non costituisce più (non ha mai costituito) quel momento di “ripensamento” e di “avvicinamento” per riallacciare le fila affettive di una coppia disorientata; esso rappresenta un limbo di serpeggiante conflittualità tra i coniugi e di straziante sofferenza per i figli. Non di rado, è proprio in questo periodo che si tenta di ricorrere alla Sacra Rota per ottenere (con conseguente giro d’affari) l’annullamento in radice del matrimonio contratto.

La peculiarietà costituita dall’ordinamento italiano si ritrova nel fatto che esistono sia la separazione che il divorzio. E che il primo passaggio è propedeutico al secondo; in Europa, al contrario, la separazione non esiste affatto (Finlandia, Svezia) o, se esiste, non costituisce la condizione propedeutica alla richiesta di divorzio (Francia, Spagna). L’idealistica ratio di fondo all’istituto della separazione ha perso il duro confronto con la realtà, e impone che su di essa venga svolto un laico e concreto esame di efficacia; solo il 2% delle coppie si riunisce nel corso dei tre anni di separazione, e sono pochissimi i paesi europei che contemplano tale strumento. Ancor meno, quei paesi che la sfruttano in modo simile all’Italia (come l’Irlanda e la Grecia). Essa (come correttamente proposto dai radicali in Commissione Giustizia) va radicalmente abolita; non solo per un motivo di corretta amministrazione della giustizia e di ragionevole durata dei procedimenti giudiziari, ma anche (e soprattutto) perché il divorzio costituisce un momento drammatico della sfera personale, foriero di dolore e tensioni. Lo Stato dovrebbe agevolare tale momento, non intralciarlo; certo, è fondamentale predisporre una rete di protezione per i figli e per il coniuge debole, ma il tutto non deve ostacolare  – come oggi avviene – quello che, comunque, rappresenta un atto di pari ed eguale importanza al matrimonio. Il rispetto dei diritti individuali, la fiducia nella capacità di autodeterminazione e l’avvicinamento all’Europa dei Diritti passa anche da qui.