Categorized | Il mondo e noi

In Iran perde Ahmadinejad contro Khamenei. Ma non cambierà nulla

- I risultati ufficiali verranno diffusi solo domani. Ma già, nelle elezioni parlamentari dell’Iran, si parla di sconfitta di Mahmoud Ahmadinejad. Vince la fazione dei “principalisti”, fedeli all’ayatollah Alì Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica Islamica. Ma attenzione a cantare vittoria.

In primo luogo, le elezioni iraniane non sono libere. Benché vi sia la possibilità di scegliere fra più di uno schieramento, i deviazionismi non sono tollerati. I candidati vengono scelti, uno per uno, dal Consiglio dei Guardiani, un organo non elettivo che risponde direttamente di fronte all’ayatollah Khamenei. I due protagonisti politici dell’Onda Verde, Mehdi Karroubi e Mir Hossein Moussavi, candidati riformatori, sono tuttora agli arresti domiciliari. L’Onda Verde stessa, la rivolta scoppiata dopo le elezioni presidenziali truccate del 2009, nell’ultimo anno appare fortemente ridimensionata. Tre anni di repressione hanno prodotto il loro effetto: non si è più tenuta alcuna manifestazione in grado di far notizia.

Eliminate le opposizioni vere e proprie, sono “rientrati nei ranghi” anche i due leader del fronte anti-Ahmadinejad: gli ex presidenti Akbar Hashemi Rafsanjani e Alì Khamenei, distintisi per aver difeso, in più occasioni, le ragioni dell’Onda Verde. Khatami, in particolare, aveva dichiarato di recente di non voler votare, né partecipare con la sua fazione alle elezioni, fino alla liberazione di Moussavi e Karroubi. Poi, per ragioni che non ha ancora spiegato, è andato regolarmente al voto. Rafsanjani, anch’egli in conflitto con l’establishment di Ahmadinejad, si è recato alle urne sabato e ha auspicato che i risultati “riflettano la volontà del popolo”. Non c’è molto da stupirsi di questa marcia indietro. Rafsanjani è sempre stato un uomo fedelissimo al sistema della Repubblica Islamica, di cui è stato presidente. Durante i suoi mandati (1989-1997) gestì l’Iran nel dopo-Khomeini con alcune riforme economiche di segno liberale, ma mantenendo il pugno di ferro sulla società. Khatami, suo diretto successore (1997-2005) fece sperare (l’Occidente, soprattutto) in un’apertura del sistema iraniano, sia in campo economico che sociale. Già lo pensavamo come il “Gorbachev iraniano”. Ma, proprio come l’ultimo presidente sovietico, di fronte alla prima rivolta in patria, reagì con estrema violenza: la rivolta studentesca del 1999 (antefatto dell’Onda Verde) fu schiacciata con la forza. E’ dunque normale che politici quali Rafsanjani e Khatami “rientrino nei ranghi”: non ne sono mai usciti.

Una volta eliminati i riformisti, le elezioni si sono svolte solo fra varie fazioni di fedeli e fedelissimi della Rivoluzione khomeinista. E la propaganda martellante che ha preceduto le elezioni parlamentari riecheggiava i toni dell’ondata di retorica anti-americana del 1979-1980, all’epoca del sequestro dell’ambasciata Usa a Teheran. Gli spot televisivi lanciavano tutti, grosso modo, lo stesso messaggio: «uniti contro l’America». La politica internazionale è in primo piano. Sono aumentati i rumors su un possibile attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani. Dall’inizio del 2012, ne parlano tutti, in Occidente come in Iran (e forse gli unici che non ne parlano sono proprio i vertici militari israeliani). Le nuove sanzioni finanziarie imposte dagli Usa e dall’Unione Europea, il braccio di ferro navale nel Golfo Persico e la cacciata dell’ambasciata britannica, per non parlare della guerra civile in Siria, sono tutta carne al fuoco. L’Iran si contrappone al resto del mondo, come ai primi tempi di Khomeini, e il suo successore Khamenei non perde tempo a capitalizzare politicamente questo senso di accerchiamento.

Dal momento che le opposizioni hanno deciso di boicottare il voto, l’alta affluenza è diventata l’obiettivo principale del regime. «Andate a votare per lanciare un segnale forte ad amici e nemici» è stato il proclama lanciato da Khamenei il venerdì mattina, all’apertura delle urne. Il messaggio non è stato raccolto a Teheran. La capitale è stata anche la città più coinvolta dalle contestazioni dell’Onda Verde. E si vede anche oggi, a quanto pare: l’affluenza ha riguardato meno della metà degli aventi diritto al voto (48%). E potrebbe essere stata addirittura inferiore ai dati ufficiali, considerando che osservatori esterni non hanno neppure notato le code ai seggi che caratterizzavano le scorse elezioni. Nel resto del Paese è andata meglio (peggio, dal punto di vista degli oppositori): sempre stando ai dati ufficiali, ha votato il 64,2% degli aventi diritto.

Detto questo, ha importanza sapere chi ha vinto le elezioni? All’atto pratico no. Fra Khamenei e Ahmadinejad, e i loro rispettivi gruppi di fedelissimi, si è combattuta una guerra di potere per tutto l’anno scorso. Ma le ragioni degli uni e dell’altro, dal nostro punto di vista, coincidono. Per altro, tutte le leve del potere e della politica estera iraniane sono nelle mani di Khamenei: Guardia Rivoluzionaria, programma nucleare e persino il movimento Hezbollah rispondono solo alla Guida Suprema, non al presidente Ahmadinejad. Tutte le mosse da “falco” compiute dall’Iran negli ultimi anni sono responsabilità di Khamenei, non di Ahmadinejad, che, per quanto concerne la politica estera e il programma nucleare, è solo un portavoce. Il presidente di Teheran è stato un pessimo portavoce, a dire il vero. Non è rispettato all’estero ed è ormai preso in giro anche in patria. E’ probabile che, crollata la sua fazione in parlamento, venga sostituito da un presidente più rispettabile alle prossime elezioni presidenziali. Ma non illudiamoci che con l’arrivo di nuovi uomini di regime, magari apparentemente più “pragmatici”, “moderati” o addirittura “riformisti”, l’Iran sia destinato a diventare un Paese più libero. O che diminuisca il pericolo di un regime rivoluzionario che aspira a diventare una potenza nucleare.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “In Iran perde Ahmadinejad contro Khamenei. Ma non cambierà nulla”

  1. Carolus scrive:

    Quando un Paese è governato da “religiosi” e la religione è “di stato”, non può esistere alcun barlume di democrazia e di libertà.
    L’esperienza italiana con “gli stati pontifici” ci ha insegnato che “La Chiesa non tollera ombra di libertà”.

    • Ahyatoqua scrive:

      In Iran c’è la democrazia, e le cose cambiano. Sicuramente c’è più democrazia in Iran che in USA e Israele.
      Il consiglio dei guardiani è eletto da organi eletti dal popolo iraniano. Impariamo a rispettare la volontà di questo popolo che ha conquistato la democrazia con il sangue. Quando governavano gli amici degli USA in Iran c’era la dittatura.

Trackbacks/Pingbacks