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Fiscal compact, le illusioni della politica, la realtà dei mercati

Con la sigla del Fiscal compact da parte di venticinque dei ventisette paesi dell’Unione europea si è di fatto chiuso il primo, lunghissimo tempo della crisi dell’eurodebito e dell’intera fallace costruzione di una unione valutaria che credeva di riuscire a sopravvivere all’assenza di una unione fiscale e politica degne di questo nome. La crisi è stata precipitata dai mercati finanziari, e dagli stessi è stata per ora posta in uno stato cronico, grazie all’azione della Bce. Di finzione in finzione, il rischio di un esito catastrofico non è scomparso ma solo spinto più in là.

Il Fiscal compact altro non è che la riedizione del Patto di Stabilità e crescita mandato al macero da tedeschi, francesi ed italiani nel 2003. Incorpora un tentativo di maggior cogenza, con l’obbligo di costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio (che resta pur sempre un costrutto umano e non trascendente, e quindi per definizione aggirabile), ma resta basato su quegli stessi velleitari meccanismi sanzionatori che hanno causato la disapplicazione della prima versione, quali ad esempio le sanzioni monetarie pro-cicliche, cioè applicate nel momento di maggior criticità per i conti di un paese.  Di positivo c’è che il limite massimo di deficit-Pil allo 0,5 per cento è riferito al saldo di bilancio strutturale, cioè corretto per la fase del ciclo economico, e non a quello ciclico, cioè espresso in valore assoluto, ma sono dettagli tecnici.

La verità è che la crisi è stata per ora depotenziata attraverso le iniezioni di liquidità della Bce, che stanno anche attenuando l’importanza del dimensionamento del fondo salva-stati, nel senso che 500 o 750 miliardi sono comunque importi ridicoli, quando la liquidità si ritrae improvvisamente da una area economica, come accaduto a novembre dello scorso anno. Quanto sta accadendo dimostra che le costruzioni politiche e gli accordi faticosamente raggiunti in notti di parole altro non sono che un fondale di cartapesta in un teatro in cui le leve degli effetti speciali e (soprattutto) del sipario restano saldamente in mano ai mercati.

Anche in assenza di un Fiscal compact la cui inutilità operativa e concettuale si disvelerà appieno nei prossimi mesi, sarebbe bastata un’azione vigorosa della Bce a sostegno dei debiti sovrani, simile a quella di altre banche centrali in giro per il mondo, per evitare gli sconquassi degli ultimi mesi. Ma, come ormai noto anche ai bambini, la Bce non poteva agire come la Fed, la Bank of Japan o la Bank of England, ed occorreva comunque avviare un’azione di contenimento del deficit a livello aggregato in Eurozona, prima di dare il via libera ad un intervento che formalmente rispettasse il mandato statutario della Bce (quindi centrato sulle banche), ma che avesse evidenti ricadute sui sovrani. Il ritorno degli investitori internazionali sul nostro debito, anche per colmare posizioni di pesante sottopeso rispetto ai propri benchmark, sta facendo il resto, anche in assenza di riforme di struttura compiute.

Questo spiega in modo piuttosto agevole la sovraperformance del nostro paese rispetto alla Spagna. Come direbbe chi lavora sui mercati finanziari, l’Italia è un asset ad “alto beta”, cioè ad elevato rischio e rendimento potenziale. Quando i mercati sono spaventati e fortemente avversi al rischio, il nostro paese viene letteralmente gettato via dai portafogli; quando, come in queste settimane (sotto l’effetto delle potenti iniezioni di liquidità della Bce) la propensione al rischio aumenta, i nostri titoli di stato tornano ad essere un’eccellente opportunità di alto rendimento, ed improvvisamente gli investitori divengono assai più concilianti nei confronti del nostro percorso di “risanamento”, e del fatto che apriremo una nuova farmacia ogni 3300 abitanti e lasceremo vendere i farmaci galenici e quelli veterinari anche alle parafarmacie. Tutte pietre miliari del percorso di liberalizzazione, come noto. Chissà se qualcuno riuscirà a realizzare che il nostro debito pubblico e l’intero sistema-paese ormai si comportano sui mercati proprio come i paesi emergenti, ma senza avere il potenziale di crescita dei medesimi.

Ed è proprio la variabile finanziaria e di mercato ciò che continua a sfuggire alla politica. Alla nostra, ma anche a quella tedesca. La spaventosa fornitura di liquidità operata dalle banche centrali del G4 (Fed, Bce, BoJ e BoE) aiuterà per qualche tempo a ridurre l’acuzie della crisi di debito. Fin quando un nuovo incidente di percorso non farà calare nuovamente la liquidità e torneremo a parlare di necessità di regole fiscali ancora più cogenti e di liberalizzazioni (reali o immaginarie) ancora più spinte. Nel frattempo seguiamo con interesse la “ribellione” del taciturno Mariano Rajoy contro la marcia a tappe forzate verso l’equilibrio fiscale. Per quest’anno niente rapporto deficit-Pil al 4,4 per cento ma al 5,8 per cento, ha deciso l’inquilino della Moncloa, comunicandolo al mondo all’uscita dalla cerimonia della sigla del Fiscal compact, rivendicando la “sovranità” spagnola su questa decisione. Quanto è buffo il mondo, a volte.
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Twitter: @Phastidio


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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