di CARMELO PALMA – “Padroni a casa nostra” era uno slogan della Lega, ora è anche dei No Tav. Che, come i leghisti, sono una minoranza rumorosa e manesca travestita da maggioranza silenziosa ed oppressa. Gli uni e gli altri campano di un antagonismo parassitario e non hanno alcun interesse ad aggiustare o cambiare le cose, ma semmai a sfasciarle e a conservarle sfasciate, per accomodarsi più largamente nel disordine e lucrare la rendita facile e sicura della resistenza vittimistica al “potere”.

Il movimento No Tav è divenuto, esattamente come la Lega, uno dei punti in cui l’estrema destra e l’estrema sinistra si toccano e si confondono, accoppiando la frustrazione del presente e l’idealizzazione del passato, l’urgenza profetica e l’alienazione nichilistica. La destra leghista e la sinistra No Tav parlano allo stesso modo (“i nostri paesi, le nostre radici, i nostri figli…”) e raccontano lo stesso sogno, quello di un futuro “originario”, chiamato a restaurare un ordine assoluto, ideale e naturale, che la modernità tecnologica relativizza ed espropria del suo dominio esclusivo. Il sogno di un mondo che rallenta, in cui tornano a contare, più che le differenze, le distanze, e in cui la geografia si vendica della storia, il locale del globale e la “terra” del “mondo”.

Che il Carroccio sia oggi a favore della Tav piuttosto che contro non conta assolutamente nulla, proprio perché la Tav in sé non significa assolutamente nulla né per i No Tav, né per la Lega. Il tunnel è il buco, attorno a cui gli uni e gli altri impastano la ciambella, il vuoto politico del pieno ideologico, il mezzo tattico (e fungibile) del fine strategico (e non negoziabile). Se le vicende politiche e l’ampiezza degli interessi locali in gioco (oggi, invero, esigui) lo richiedessero, il Carroccio non avrebbe problemi a convertirsi alla lotta “anticolonialistica” contro Roma e Bruxelles (per cui d’altra parte, fino al 2005, sembrava apertamente parteggiare). E se anziché a una nuova infrastruttura ferroviaria, ci si fosse decisi  dall’inizio al raddoppio del traforo autostradale del Frejus (l’esito cui oggi inevitabilmente porterebbe la cosiddetta moratoria) i No Tav sarebbero divenuti No Tir e avrebbero agevolmente costruito sull’alternativa tra “gomma” e “ferro” la piattaforma del fronte del No.

La coerenza politica è una cosa più seria del fanatismo ideologico e impone più severe rinunce.  I No Tav, invece, non devono rinunciare a nulla. Neppure a spendere gli argomenti “liberisti” contro la sostenibilità economica dell’opera, come se questa fosse (e dovesse rimanere) indipendente da ogni possibile incentivo pubblico per trasferire il traffico merci dalla strada alla ferrovia. Così il Carroccio ha sempre usato indifferentemente argomenti di destra e di sinistra e continuerà a farlo, perché gli argomenti, come i fatti, sono punti di vista relativi che non ingombrano la “ragione politica” assoluta e purtroppo non la trattengono.

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