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Più Iva e meno Irpef, un fisco per la crescita

Partiamo da un presupposto: su tutti ha ragione ConfCommercio quando afferma che “l’Italia ha necessità, nel suo complesso, di una riduzione della pressione fiscale complessiva”. Per tagliare le tasse, la via maestra è la riduzione della spesa pubblica e su questo fronte si devono concentrare gli sforzi del Governo.

Ciò non può esimerci, tuttavia, dal considerare l’opportunità di riequilibrare il sistema fiscale per renderlo più adatto alle esigenze di un paese che deve crescere. Per Monti, occorre ridurre le imposte sui redditi e aumentare quelle indirette. In altre parole meno Irpef e più Iva. Spostare la tassazione dalle persone alle cose può sembrare una mossa antiegalitaria, dato che la propensione al consumo è inversamente proporzionale al reddito. Il principio di progressività non deve però diventare un ostacolo dogmatico ad ogni riforma. Tanto più se si considera, ad esempio, che una riduzione dell’aliquota sullo scaglione di reddito più basso, a fronte di una maggiorazione dell’IVA sui beni di lusso, avrebbe comunque un effetto progressivo sul sistema fiscale.

In generale, ridurre le imposte sui redditi significa al contempo lasciare più soldi in tasca ai lavoratori, abbassare il costo del lavoro, incoraggiare la produttività, l’occupazione e la crescita. Aumentare la tassazione indiretta ha in sé effetti inflattivi e di compressione della domanda, che però sarebbero compensati dalla maggior disponibilità di denaro da spendere da parte dei consumatori conseguente alla riduzione dell’Irpef.

Un discorso a parte merita la proposta di aumentare la tassazione delle rendite finanziarie. Di fatto queste fantomatiche “rendite finanziarie”, contro cui si abbatte la retorica anticapitalistica, altro non sono che reddito creato da reddito risparmiato. Chi mette da parte una porzione del proprio reddito cerca di difendere i risparmi dall’inflazione, che ne ridurrebbe il valore reale, aprendo un conto corrente, deposito o postale, oppure comprando obbligazioni, quote di fondi di investimento, azioni o altri prodotti finanziari.

Questo reddito risparmiato è già stato tassato almeno una volta. Prendiamo un lavoratore che percepisce 30 mila euro in un anno. A fine hanno ha già pagato 10 mila euro di tasse. Possiamo ipotizzare che destini ai consumi 15 mila euro e metta da parte gli altri 5 mila. Questo gruzzolo (così come il reddito consumato) è già passato sotto la scure dell’imposta sui redditi. Se li mettesse sotto un materasso, l’inflazione eroderebbe il valore reale del suo risparmio. Posta per ipotesi un’inflazione del 3%, tenendoli nella propria camera da letto è come se perdesse 150 euro l’anno. Decide di aprire un conto deposito che gli rende il 4%, ossia 200 euro l’anno.

Di fatto il valore reale del suo “capitale finanziario”, prima delle tasse, aumenta di appena un punto percentuale. Se poi si considera l’attuale aliquota sulle rendite finanziarie, al 20%, dopo un anno gli restano 160 euro. Il valore reale è aumentato di appena 10 euro in un anno; ossia dello 0,2% rispetto al suo capitale iniziale di 5000 euro. Il decisore politico deve tener conto di questo fattore. Una tassazione delle rendite finanziarie alta scoraggia il risparmio; meno risparmio significa non solo minor capacità di progettare una vita e di garantire un futuro ai propri figli, ma anche meno credito per le imprese.

In premessa si è detto che il reddito risparmiato e investito in attività finanziarie è tassato “almeno” una volta. Nel caso, infatti, di un investimento azionario, il reddito risparmiato viene di fatto impiegato da un’impresa per produrre nuova ricchezza, a sua volta soggetta a imposte. Se per esempio quei 5 mila euro fossero stati investiti in azioni, il ritorno finanziario passerebbe due volte sotto la scure del fisco. Se la società in cui si è investito è sana, questa registrerà utili su cui pagherà l’Ires (27,5%) e l’Irap (la cui aliquota dipende in parte dalla legislazione regionale). Al piccolo capitalista rimarrebbe quindi la sola quota di utile al netto delle imposte sui redditi della società distribuito ai soci (quindi non reinvestito) e ridotto del 20% dall’aliquota unica sulle rendite finanziarie, oltre che la potenziale plusvalenza legata all’incremento del valore del titolo (anch’essa da tassare) in caso di vendita.

Un aumento delle imposte sui redditi da attività finanziarie non può quindi che essere contenuto e dovrebbe quantomeno essere bilanciato da una riduzione delle imposte sulle imprese. Una riduzione delle imposte sulle società renderebbe il nostro sistema paese più attrattivo nei confronti degli investitori internazionali, incoraggerebbe l’impiego di capitali in fattori produttivi e darebbe quindi impulso alla crescita.

L’idea di spostare la tassazione dalle persone alle cose risponde a criteri di equità e può rivelarsi una strategia premiante. Occorre però metterla in pratica in modo coerente. Senz’altro aumentare l’IVA per ridurre l’Irpef  è una manovra che va nella giusta direzione. L’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie sarebbe una misura che contraddice il principio fin qui sostenuto. A meno che non serva per abbassare le imposte sui redditi delle imprese.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

7 Responses to “Più Iva e meno Irpef, un fisco per la crescita”

  1. pippo scrive:

    IVA anticipo Irpef

    Abolizione sostituto d’imposta

  2. l’iva ricade proporzionalmente di più sui ceti poveri che sui ceti ricchi(quelli medi ormai stanno sparendo), riducendone la loro capacità di spesa molto di più di quanto un aumento dell’irpef danneggerebbe la capacità di spesa delle fasce alte.

    aumentare l’iva per non aumentare l’irpef mi sembra una corbelleria non solo sociale ma anche economica

  3. foscarini scrive:

    Persone e capitali se ne stanno andando dall’italia anche con la tassazione sulle “rendite” al 20%.
    Mi pare che Monti non faccia altro che alzare tasse senza tagliare nulla della spesa pubblica.
    Altro che riforme. Questo governo è tale e quale come quelli che lo hanno preceduto.

  4. Massimo74 scrive:

    @maschileindividuale

    Ma l’hai letto l’articolo?Qui si parla di aumentare l’iva o altre imposte indirette per ridurre le aliquote irpef.Fosse per me abolirei del tutto la tassazione sui redditi (sia delle persone fisiche che delle imprese) e lascerei solo le imposte indirette.Il tutto dovrebbe però essere accompagnato dalla riduzione di almeno 10 punti della pressione fiscale generale (quindi passare dal 45% attuale al 35%).

  5. l’ho letto.
    e ti ripeto: aumentare l’iva per diminuire l’irpef è una corbelleria che pesa sui ceti bassi.
    la considerazione di aumentare l’iva solo sui beni di lusso per compensare una riduzione dell’irpef per i ceti bassi è talmente sballata che non merita considerazione.
    una riduzione della pressione fiscale così alta è irrealizzabile. roba da inizio anni 80 credo. siamo seri e facciamo i conti con la realtà, non con le ideologie.

  6. Piccolapatria scrive:

    Paese che vai tasse che trovi…
    Slovenia, appena passato quello che un tempo era il confine con Gorizia, c’è un Casinò che, si dice, sia molto frequentato da italiani non solo regionali; chi passa accanto in auto non può non vedere, all’esterno dell’entrata, in bella mostra un grande cartello sul quale agevolmente si legge all’incirca: ” L’Italia tassa del 6% la tua vincita, se vieni da noi per ogni tua vincita ti diamo un bonus in più del 10%”

  7. Massimo74 scrive:

    @maschileindividuale

    Non è vero che peserebbe sui ceti bassi.A aprte il fatto che non spieghi perchè non si potrebbe aumentare l’IVA sui beni di lusso,ma in ogni caso l’aumento dell’IVA sarebbe compensato dall’aumento dei salari dovuto agli sgravi irpef quindi non ci sarebbe perdita di potere di acquisto.La riduzione di 10 punti di PIL della pressione fiscale è perfettamente realizzabile…. basta ovviamente tagliare la spesa pubblica…. se poi vuoi dire che la nostra classe politica cialtronesca e criminale non ha alcuna intenzione di farlo perchè dalla spesa pubblica trae il proprio consenso elettorale, ti posso anche dare ragione… ma non significa che tecnicamente la cosa non sia fattibile.Tanto per darti un idea di come si potrebbe effettuare un taglio alla spesa pubblica di un ammontare pari al 13% del PIL (circa 200 miliardi di euro) prova a dare un occhiata qui:

    http://www.rischiocalcolato.it/2012/03/il-partito-di-rischio-calcolato-ovvero-come-uscire-dalla-crisi.html

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