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Oscar al miglior cartone: retorica di basso Rango

Attenzione: l’articolo, non essendo inteso come una vera e propria recensione, ma piuttosto come un commento politico, contiene spoiler sulla trama del film (NdR)

La scorsa domenica l’intero showbiz americano ha rivolto il suo sguardo all’ottantaquattresima cerimonia degli Academy Awards. La prestigiosa statuetta nella categoria del miglior film d’animazione è stata assegnata a Rango, il simpatico camaleonte che da piccolo rettile solitario diventa per puro caso l’eroe del far west. Rango è un cartone animato di indubbia qualità, egregiamente diretto da Gore Verbinsky, un capolavoro dell’animazione digitale.

Le avventure del bizzarro camaleonte a cui Johnny Depp ha prestato la voce sono una delizia per i bambini. Tuttavia la produzione ha pensato bene di rivolgersi anche a una fascia di pubblico più adulto, arricchendo l’intera trama di retorica politica e significati profondamente ideologici, in modo nemmeno troppo velato.

L’anno scorso a ricevere l’Oscar nella stessa categoria di Rango fu il bellissimo Toy Story 3, con la sua forte carica libertaria e le sue acute osservazioni sulla genesi del potere politico, sull’uso della forza e del consenso. Il film piacque così tanto che Quentin Tarantino lo piazzò tra i suoi dieci preferiti dell’anno. D’altronde come resistere a una Barbie animata che cita Thomas Jefferson e ad un orsetto rosa che è il ritratto del Principe machiavelliano?

Quest’anno invece la retorica della lotta di classe in salsa “occupy Wall Street” ha pervaso Hollywood tanto da contagiare anche i film per bambini, e Rango può considerarsi l’emblema pop del nuovo corso dell’industria cinematografica americana.

Come accennato, l’opera dei Nickelodeon Studios narra la storia di un camaleonte che si perde lungo una strada nel deserto del Nevada. Camminando nella sabbia infuocata giunge in un villaggio colpito da una grande siccità e tra mille peripezie e prove di coraggio diventa sceriffo della città. A seguito di indagini Rango scopre che a controllare l’acqua è il sindaco, che in questo modo tiene sotto scacco tutti i cittadini. La sensazione che la città di Rango rappresenti lo slogan degli occupiers di Wall Street, la divisione della società tra il 99% di poveri e l’1% di ricchi, non fa che confermarsi nel susseguirsi delle vicende. L’intera trama è ricca di metafore: quando alla banca manca l’acqua, i personaggi sostengono che ci sia una mancanza di liquidi nell’istituto di credito; di conseguenza il sindaco che controlla l’acqua, ossia i liquidi, è in grado di controllare tutto in quanto detentore del potere economico.

La retorica antipolitica è palese: quando l’intera città è a secco gli unici ad avere da bere sono il sindaco e i suoi soci in affari. Ma solo nelle battute finali l’ideologia sottesa all’intero film appare nuda, senza ormai più metafore o coperture: appare lo spirito del West che comanda a Rango di non essere individualista, perché il fine non è l’individuo ma la comunità. Il West è morto – gli spiega – e la frontiera non esiste più; al suo posto ora c’è la tanto elogiata civiltà che non ha portato altro che crisi e disuguaglianza, oltre ad aver distrutto la natura dove vivevano da millenni Rango e i suoi simili per usarla a biechi scopi di lucro, come le perfide multinazionali che oggi deturpano l’ambiente.

Nemmeno un redivivo Jean-Jacques Rousseau e Greenpeace messi insieme avrebbero saputo fare meglio di Rango. Per non parlare dell’odiato sindaco, secondo cui lo sceriffo e il bandito sono figure mitologiche più simili tra loro di quanto si possa credere, retaggio di un passato estinto; perché nel mondo dove comanda il capitale non c’è spazio per valori come il bene e il male ma soltanto per il profitto, il vile interesse.

In confronto a Toy Story 3, Rango appare fazioso e banale. Le argomentazioni che apporta per legittimare l’aria che tira alla Casa Bianca e nei salotti buoni del cinema americano sono di basso livello, servite agli spettatori come verità così inconfutabili da non aver nemmeno bisogno di essere esposte con più coerenza. Regnano sovrani il complotto dei pochi che controllano l’economia mondiale, la lotta di classe combattuta dai figli del benessere armati di iPhone, l’anticapitalismo degli attori milionari, l’ambientalismo e il mito del buon selvaggio. Alla fine della giostra lo sconfitto è il sindaco, l’emblema del capitalismo genesi di ogni male, ucciso dal bandito più feroce del west che in confronto è un buono; anzi, diciamo pure che è la società del capitalismo che l’ha reso cattivo.

Rango non è certo il primo cartone animato in cui i produttori hanno voluto inserire tematiche troppo complesse per essere comprese dai bambini. Il guaio di questi film non è quello di voler influenzare menti ancora troppo giovani per capire, ma pretendere di impartire ai loro genitori lezioni di politica ed economia attraverso luoghi comuni e peripezie di lucertole parlanti.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Oscar al miglior cartone: retorica di basso Rango”

  1. Sascha scrive:

    Rango e` molto piu` una critica alla commistione di potere politico ed economico, il monopolio e la menzogna, esattamente come China Town da cui una gran parte della struttura di trama deriva. Il problema non e` la banca che detiene i liquidi dei cittadini, non e’ l’acqua usata come moneta (in quanto risorsa scarsa), ne la modernizzazione che non viene rifiutata in quanto tale, il problema e` il sindaco che, in un classico conflitto di interessi che dovrebbe fare orrore ai liberisti, usa la sua posizione di potere consolidato per strozzare, in segreto, l’ economia cittadina in modo da potersene appropriare a basso costo. La morte della figura dello sceriffo e del bandito non deriva dal mondo moderno che incombe, deriva dall’ erosione di liberta` imposta dal monopolio, che gradualmente riduce gli spazi di chi vuole vivere a modo suo.

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