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Ma a chi conviene davvero una Chiesa che campi di tasse?

- Il governo di Mario Monti ha in qualche modo infranto un tabù mettendo in discussione alcuni vantaggi della Chiesa cattolica in ambito fiscale – in particolare condizionando in maniera più efficace l’esenzione dal pagamento dell’IMU ad effettive finalità non commerciali degli immobili.

La questione del rapporto tra Chiesa e tassazione è estremamente delicata e non è semplice muoversi sull’argomento senza essere accusati di voler utilizzare la questione strumentalmente per colpire il ruolo culturale e sociale della Chiesa nel nostro paese.
E’ senz’altro positivo, in questo senso, che il rinnovato clima politico abbia creato dei margini per discutere di questa tematica più serenamente che in passato.

Muovendo da un punto di vista liberale, non si può certo augurare di pagare più tasse a nessuno, ma ugualmente vale la pena di chiedersi quanto sia utile al paese, alla prospettive di libertà economica ed alla stessa Religione una posizione di particolare privilegio per la Chiesa cattolica – una posizione che non si articola solamente attraverso alcune esenzioni, ma anche attraverso l’importante sussidio che alla Religione arriva dal gettito IRPEF.

Il vero problema è che una Chiesa finanziata dallo Stato è condannata volente o nolente a fiancheggiare lo statalismo. Una Chiesa che non è taxpayer, ma è taxconsumer, è destinata a non stare dalla parte dei taxpayers, bensì intrinsecamente dalla parte di un sistema che punta a massimizzare le entrate pubbliche.

Forse la ragione più sensata per cui la Chiesa dovrebbe pagare le tasse è che i religiosi dovrebbero trovarsi a condividere la condizione dei contribuenti. Dovrebbero pagare lo scotto di vedersi sottratte risorse economiche che avrebbero destinato a tante cose giuste, utili ed importanti – perché anche le famiglie ogni anno si trovano private della possibilità di fare cose importanti per il fatto di dover cedere parte significativa dei loro guadagni al fisco.

Insomma sarebbe bello poter avere la Chiesa dalla nostra parte – anziché da quella dell’Agenzia dell’Entrate. Sarebbe bello che la Chiesa potesse davvero comprendere l’effetto devastante che l’attuale livello di tassazione ha sul tessuto del paese, sottraendo risorse alle famiglie ed alla società civile per conferirle ad una classe politico-burocratica destinata a farne un uso peggiore.

In definitiva, la strana alleanza Bagnasco-Befera non è certamente nell’interesse di chi desidera meno tasse e meno Stato. Ma, a onor del vero, ci sono buone ragioni per dubitare che una Chiesa tax consumer faccia davvero bene allo stesso Cristianesimo.

In fondo in Italia la Chiesa ha un’influenza rilevante sulla politica, ma al tempo stesso segna il passo nella sua capacità di influenzare la cultura nazionale e di plasmare i comportamenti individuali secondo la sua visione valoriale. In questi anni la Chiesa sembra ancora in grado di condizionare con qualche successo il varo di questa o quella legge; eppure assiste sostanzialmente impotente ad un’inesorabile secolarizzazione della società italiana.

Siamo in presenza di un arretramento che non si misura solamente nella crisi delle vocazioni o nella diminuzione del numero di praticanti, ma anche, ad esempio, nella presa sempre minore sulla società degli insegnamenti religiosi in materia di morale sessuale e familiare o nel limitato successo dei tanti appelli ad uno stile di vita solidarista e caritatevole.
All’atto pratico troppe volte l’adesione al cristianesimo finisce per ridursi ad un elemento di (blanda) appartenenza comunitaria. Come dire: siamo in Italia e quindi va da sé che è “socialmente appropriato” essere cattolici.

Ci si può chiedere se la condizione di relativa debolezza in cui si trova il nostro cattolicesimo non possa anche dipendere in qualche misura dal modo improprio in cui si è declinato nel nostro paese il rapporto tra Chiesa e Stato – una condizione di ambiguità che ha indebolito l’indipendenza e di conseguenza anche la credibilità della Religione presso alcuni settori della popolazione.

Da questo punto di vista, un confronto interessante può essere fatto con la grande vitalità dei movimenti religiosi negli Stati Uniti, una realtà in cui il cristianesimo sa assumere un ruolo rilevante come fenomeno “dal basso”. Nei fatti, in America – come ben predisse Thomas Jefferson – la separazione delle sfere non ha indebolito la Religione, ma al contrario l’ha preservata come una forza vigorosa, iniettandovi un corroborante spirito di mercato e presentandola non come un’emanazione del potere politico, ma semmai come un suo contraltare. Magari è quello che servirebbe anche da noi.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Ma a chi conviene davvero una Chiesa che campi di tasse?”

  1. Vincenzo Pacillo scrive:

    L’articolo di Marco Faraci entra in una questione di politica ecclesiastica di estrema ricchezza e complessità . Mi piacerebbe rispondere, spero di avere il tempo di farlo in un prossimo articolo.

  2. istriaitaliana scrive:

    “All’atto pratico troppe volte l’adesione al cristianesimo finisce per ridursi ad un elemento di (blanda) appartenenza comunitaria. Come dire: siamo in Italia e quindi va da sé che è “socialmente appropriato” essere cattolici. ”
    Sagge parole.

    Complimenti per l’analisi spassionata ed obiettiva.

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