La Grosse Koalition la fanno i partiti forti, non Berlusconi

di SIMONA BONFANTE – Non è chiaro perché Berlusconi si dica favorevole, ora, all’ipotesi che quando era lui a capo del suo inizialmente scoppiettante via via sempre più traballante governo respingeva manco fosse la peste (e non il regime virtuosamente sperimentato nella Germania che non ha mai smesso di crescere e riformarsi, e quello sorprendentemente testato persino nello stabilmente bipolare Regno Unito). La grosse koalition, con premiership altra (Monti?) e maggioranza allargata a Pdl, Terzo polo e addirittura Pd, secondo l’ex Presidente che a me m’ha eletto il popolo, suona adesso un’ipotesi auspicabile, possibile persino, per la legislatura che si aprirà nel 2013, con la conclusione ‘istituzionale’ della missione ‘rescue’ avviata dal governo attuale.

Cosa suggerisca a Berlusconi, con il Pdl a fare i conti con il fallimento storico della sua non certo estemporanea presenza nella vetta del decision-making istituzionale, l’idea di avallare l’ipotesi di ammucchiatona elettorale, francamente, lo si potrebbe pure intuire. Ma in fondo, esercitarsi nell’interpretazione onirico-politica del nostro ex Presidente del Consiglio non serve poi a granché. Pare più costruttivo occuparsi del perché la risposta politica ad una simile prospettiva non possa che essere ‘no’. Il governo Monti, ricordiamo, nasce per l’urgenza di assumere quelle decisioni che i governi politici, alternativamente, per oltre vent’anni, hanno rifiutato di assumere, auto-assolvendosi, oltretutto; dicendo che era colpa ora di questo ‘alleato intemperante’, ora di quel ‘potere forte’ vessatorio. Era colpa di chi governava, naturalmente, e della sua mancanza di interesse – non certo di possibilità – a fronteggiare le resistenze.

La grande coalizione è un’opzione nobile, là dove tuttavia essa maturi dal convincimento profondo delle forze politiche partecipanti della necessità di spendersi a favore di scelte non di parte ma giuste. Scelte come la trasformazione del nostro paese da regime bloccato a sistema a negoziazione aperta, dove il potere è trasferito dalle strutture passive portatrici di veto ai soggetti attivi portatori di iniziativa. Ecco, quel tipo di grande coalizione non solo fa bene all’ensemble – responsabilizza le scelte, eleva le finalità – ma fa bene pure alla politica perché impone ai player una competizione al rialzo in cui, a trarre i maggiori vantaggi, è chi si mostra più capace di motivare le opinioni pubbliche verso il sostegno alle scelte considerate, in virtù del precedente, martellante, indottrinamento, impopolari.

Che poi è quello che sta facendo Monti, semplicemente, dicendo la verità: sulla situazione economico-finanziaria del paese, sulla sua esposizione (non ignorabile) nel contesto politico-finanziario internazionale, sulle cause della sua progressiva, ma costante, perdita di valore, cioè la generale perdita di competitività delle sue imprese, di appetibilità del suo tessuto economico, di influenza del suo brand; l’ormai cronico impoverimento dei suoi cittadini, la ancora più significativa attitudine conservativa del paese nella sua generalità, là dove conservare non è altro che perpetuare le condizioni che hanno patologizzato la crisi.

Al nostro paese non serve una grande coalizione, ma partiti decisi impegnarsi in campagna elettorale ad assumersi la responsabilità di fare quelle scelte che l’eventuale Monti bis assumerebbe. Al nostro paese serve che Pdl, Pd, Terzo Polo si contendano la fiducia degli italiani sulla credibilità, competenza e serietà delle scelte che ciascuno di essi, arrivasse al governo, assumerebbe sui dossier che ciascuno di essi, al momento, ha demandato al governo Monti la fatica di affrontare: welfare, lavoro, tasse, spesa pubblica. La grande coalizione avrebbe senso se il Pdl non fosse il Gasparri che si assicura i voti della corporazione dei taxisti a spese di tutti gli altri e se non fosse il Pd che spera di contenere il travaso di voti verso Sel presenziando alle piazzate della Fiom.

La grande coalizione la fanno i partiti forti. E partiti incapaci di fare loro quello che invece son ben lieti di far fare ad altri, ebbene, loro, quella forza non ce l’hanno.

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 Twitter @kuliscioff


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “La Grosse Koalition la fanno i partiti forti, non Berlusconi”

  1. mogol_gr scrive:

    E’ una notizia diffusa dagli “attivisti”?

  2. foscarini scrive:

    L’unico partito forte rimane il PD con il suo zoccolo duro di elettori.
    Il PdL si sta disfacendo vista l’incapacità di rappresentare posizioni politiche di stampo liberale e liberista.
    Il terzo polo si chiama UDC, ma Casini e Buttiglione non riescono ad attrarre neanche un voto dal disfacimento del PdL.
    La realtà è che il centro destra è stato distrutto.
    L’incapacità di rappresentare il 10% degli elettori più ricchi determina il fallimento elettorale di qualsiasi formazione di centro destra.
    La grosse koalition altro non è che il tentativo di salvarsi al naufragio da parte di Casini e Berlusconi.
    Ma non credo proprio che nel Pd siano così boccaloni da cascarci. La riforma elettorale non si farà quasi di sicuro. Al PD conviene lasciare le cose così come sono.

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