Il “governo delle banche” contestato dalle banche

– Era inevitabile che, al pari di tutte le altre categorie interessate dal progetto di liberalizzazioni del governo Monti, anche le banche facessero sentire la loro voce contro le misure contenute nel decreto. Addirittura, ieri pomeriggio il comitato di presidenza dell’ABI si è dimesso per protesta.
Il presidente dell’Abi Mussari fa notare che “il Governo non può chiedere ad una impresa di offrire ai propri clienti servizi gratuiti”. L’affermazione, da un punto di vista meramente imprenditoriale, è incontestabile.

Il legislatore, nell’atto di imporre condizioni economiche di accesso ai servizi, opera una grave ingerenza nel mercato e ne altera le dinamiche. In passato questa ingerenza si concretizzava nel controllo dei prezzi quando non anche nella partecipazione in società controllate o pubbliche. L’ondata di privatizzazioni cominciata con il 1992 avrebbe dovuto produrre non soltanto cassa per il Tesoro bensì, soprattutto, virtuosi meccanismi di concorrenza e benefici per i consumatori.

Ripetendo un copione già visto per autostrade, benzina, assicurazioni ecc. l’effetto è stato invece quello di spostare verso l’alto i costi a carico dei cittadini clienti. Secondo uno studio della commissione UE, i servizi bancari italiani sono i più cari d’Europa con un costo medio di 292 euro l’anno, per una spesa complessiva di ben 4,2 miliardi. Una parte di questa spesa è dovuta certamente al fatto che il numero di clienti che utilizzano i più economici servizi di home banking sono relativamente pochi rispetto al totale. Tuttavia il divario rispetto ai servizi bancari più competitivi offerti in altri Paesi dell’Unione resta troppo ampio anche al netto delle resistenze culturali tipiche dell’italiano medio.

L’indicatore sintetico dei costi (ISC), l’iniziativa “patti chiari” che vede coinvolti 98 istituti di credito, le informative acquisite dall’Antitrust, finora non hanno prodotto riduzioni sufficienti. Ai nostri sportelli si paga tutto, dagli estratti conto alle domiciliazioni delle utenze, dai prelievi agli assegni, fino persino agli sms.

Essendo un sistema che evidentemente genera cassa per tutti (Stato compreso, visto che dalla voce spese bancarie esso ricava più di un miliardo di tasse all’anno), nessuno tenta di fare mercato adottando profili di costi competitivi. I meccanismi di mercato si eludono accordandosi sui costi e appiattendo l’offerta in modo da annullare la possibilità di scelta dei clienti, e in ogni caso, da un punto di vista statistico è possibile per le banche individuare standard di costi che consentano a tutti i soggetti di non mettere al rischio la massa critica dei depositi gestiti. Eppure l’iniziativa di una nota banca estera, che proprio in questo periodo sta aprendo le proprie filiali, dimostra che ridurre i costi si può. Vien da pensare che uno degli attori del mercato dei servizi bancari non abbia svolto bene il proprio compito.

In definitiva sarebbe lecito aspettarsi dal decreto liberalizzazioni misure atte a garantire la concorrenza e un rafforzamento dei poteri di vigilanza degli organismi preposti, più che imposizioni di prezzi di vendita politici.

L’ultima considerazione va a tutti coloro che, trasversalmente da destra a sinistra, indicano in Monti il braccio armato delle banche puntato contro i popoli oppressi. Di fronte al testo approvato dal Senato, i loro ragionamenti appaiono irrimediabilmente privi di verità.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

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