Categorized | Il mondo e noi

Putin ha il timore della “sindrome siriana” in casa sua

– La Russia, assieme alla Cina, non perde occasione per difendere Bashar al Assad.

Riassumendo solo i momenti più salienti delle ultime puntate della crisi siriana: grazie al veto di Mosca e di Pechino, ben due risoluzioni sono state bocciate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una mozione di condanna al regime di Damasco, ma con il voto contrario di Russia e Cina. Le due potenze orientali viaggiano in coppia, ma si esprimono diversamente. Silenziosi e decisivi i cinesi, molto rumorosi (e altrettanto determinati) i russi, che non lasciano passare giorno senza rilasciare dichiarazioni ai massimi livelli.

Il 15 febbraio è stata Mosca a proporre all’opposizione siriana (riunita nel Cns, ora in fase di crisi e scissione) di dialogare con le autorità del regime. Il giorno successivo, il presidente della Commissione Affari Esteri della Duma russa ha annunciato di volersi recare a Damasco per incontrare i vertici del regime e “farsi un’idea personale della situazione”. Il giorno stesso l’Unione Europea invitava i russi ad interrompere la fornitura di armi alla Siria. Ricevendo una prevedibile risposta negativa. Secondo quanto riporta Guido Olimpio, sul Corriere della Sera, il volume dell’export militare russo alla Siria non è affatto trascurabile: nel 2011 (quindi nel corso della ribellione) Mosca ha venduto a Damasco armi per 960 milioni di dollari. In totale le forniture di armi del periodo 2007-2010 ammontano a 4,7 miliardi di dollari. Non solo armi, ma anche personale: sarebbero circa 2000 i consiglieri militari russi che operano in Siria.

A proposito di russi: dove sono andate a ormeggiarsi le due navi iraniane che (sfidando Israele e dimostrando lealtà all’alleato Assad) hanno passato il Canale di Suez per approdare in Siria? A Tartus, ovviamente. Una base navale in cui c’è già una forte presenza russa (è il principale scalo della squadra del Mediterraneo), destinata a crescere nei prossimi anni.

Quando, il 17 febbraio, l’Assemblea Generale dell’Onu ha votato a maggioranza la già citata mozione di condanna, l’ambasciatore di Mosca ha reagito con quasi le stesse parole di quello di Damasco, definendo il documento come un modo di “imporre” una soluzione politica dall’esterno. Per tentare di riconquistare credibilità e legittimità, il dittatore Bashar al Assad ha indetto un referendum per votare una “riforma costituzionale”, ricchissima di contraddizioni (basti pensare che la forma di governo viene definita “democrazia pluralista”, ma non si ammettono “partiti settari e religiosi”, categoria in cui può rientrare qualunque partito arabo). Nessuno ha creduto al referendum, salvo due eccezioni: Cina e Russia, ovviamente.

Quando due giornalisti occidentali, Marie Colvin (americana, del Sunday Times) e Remi Ochlik (fotoreporter francese) sono stati uccisi a Homs, molto probabilmente assassinati intenzionalmente dai governativi, Mosca ha espresso la sua condanna. Ma subito dopo si è distinta, praticamente unica su tutti i Paesi, nell’avvertire i suoi reporter di abbandonare le aree di combattimento. Dimostrando, più che prudenza (muoiono più giornalisti a Mosca che a Homs, comunque), una gran volontà di nascondere al pubblico la realtà della repressione in corso.

Quando i Paesi della Lega Araba, gli Usa e l’Ue hanno indetto la conferenza degli “Amici della Siria” a Tunisi, per concordare una proposta di cessate-il-fuoco, è stata la Russia (assieme alla Cina) a boicottare l’evento. Nei giorni immediatamente precedenti, il premier russo Vladimir Putin ha avvertito di “non fare come in Libia”. Cioè, non intervenire militarmente, né schierarsi apertamente con i ribelli. Senza muovere un dito, ha comunque ottenuto facilmente quello che voleva: Tunisi non ha partorito alcun risultato concreto.

Mosca promette una “piena cooperazione” con Lega Araba, Ue, Nazioni Unite e Organizzazione della Conferenza Islamica per una soluzione della crisi siriana, ma non intende avallare alcuna forma di “ingerenza”. Marzouki, presidente della Tunisia aveva proposto un esilio di Assad in Russia. Ma il Cremlino ha rispedito l’idea al mittente. “La Tunisia pensi agli affari suoi e non ci suggerisca cosa dovremmo fare” – ha commentato un’indisposta fonte del Cremlino all’agenzia Ria Novosti. Che poi ha calcato la mano, andando fuori tema: “Per di più, altri Paesi arabi hanno sperimentato sulla loro pelle cosa voglia dire la promozione della democrazia”. E poi ha anche aggiunto che: “La giustizia non arriverà, e la vita dei siriani è più importante della giustizia”.

Queste frasi, pronunciate da una fonte rimasta anonima, sono molto più utili di qualsiasi dichiarazione ufficiale per comprendere lo stato d’animo del Cremlino. E’ ovvio che la Russia non voglia perdere una sua base mediterranea, un suo alleato cliente e debitore, un suo partner storico. Tutto vero. Ma principalmente, in fondo all’animo dell’attuale classe dirigente di Mosca, c’è un grande desiderio di fermare l’Occidente, dimostrare che l’esportazione della libertà è un modello sbagliato, difendere il principio assoluto di stabilità nello status quo per evitare il “caos” democratico. Quando gli uomini del Cremlino guardano ad Assad, vedono loro stessi. Quando pensano alle piazze di Damasco e Homs in rivolta, si immaginano scene analoghe a Mosca e Pietroburgo. E quando Putin, in uno stadio di Mosca, tuona contro le “ingerenze” straniere a incita alla “difesa della Patria”, quando ha paura che le opposizioni che scendono in piazza contro di lui siano pagate da Washington, teme una sindrome siriana in casa sua.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

Comments are closed.