In Val di Susa, a spasso per i luoghi della letteratura del progresso

– La storia infinita del cantiere dell’alta velocità Torino-Lione si arricchisce di nuovi episodi. Anche tragici come quello del leader No Tav caduto da un traliccio in Val di Susa. Dopo quelli più recenti. Prima la manifestazione, alla quale hanno partecipato almeno ventimila persone, organizzata dai sindaci No Tav e dalla Comunità montana. Poi i tafferugli alla stazione di Torino, con il lancio di sassi e petardi contro forze dell’ordine e un’ambulanza. Infine, ieri, gli scontri sull’A24, ultimi in una situazione sempre più critica e soggetta a continui aggiornamenti di cronaca. Sopra tutto quello accaduto nel passato ed ora nel presente, al di là delle ragioni degli uni e degli altri, l’impressione, anzi il timore, è che si stia consumando un braccio di ferro che, alla fine, non avrà che sconfitti. Un conflitto che sembra nascere intorno ad un treno.

“Un bello ed orribile Mostro si sferra Corre gli Oceani Corre la terra: Corusco e fumido Come i vulcani, I monti supera, Divora i piani; Sorvola i baratri; Poi si nasconde Per antri incogniti Per vie profonde; Ed esce; e indomite di lido in lido Come di turbine Manda il suo grido, Come di turbine L’alito spande …”. Sono i versi dell’Inno a Satana, la poesia con cui Carducci celebra il progresso, e la macchina che meglio lo simboleggiava, la locomotiva. Diventa paladino di quella modernità, condannata da molti come prodotto di Satana.

L’atteggiamento, i sentimenti, esplicitati con tanta forza da Carducci agli inizi della seconda metà dell’Ottocento non erano una novità. Intorno alla ferrovia, su di essa, si sono intrecciati pareri difformi, sono nate espressioni contrapposte. Soprattutto in ambito letterario e, più generalmente,  in quello artistico. Su sponde contrapposte si sono affrontati i profeti del progresso e i conservatori   della tradizione. Divisi ed uniti, non solo materialmente, da quel percorso, uniformemente regolare, che si snodava su binari e rotaie. Un tracciato percorso da una locomotiva sbuffante che, non di rado, andava ad alterare l’immagine di paesaggi in gran parte incontaminati.

Passione ed avversione per la locomotiva. Trenofilia e trenofobia insomma. Per un Carducci che ne promuoveva l’efficacia un Ruskin che non nascondeva la sua inimicizia per quel mostro moderno che é la ferrovia. Il suo “Non considero viaggiare l’andare in treno”, una laconica definizione del suo pensiero. Il tentativo di opporsi ad uno sconvolgimento visivo e uditivo dei territori che conosceva e, a suo modo, cercava di proteggere. Come continuano a sostenere, a distanza di più di un secolo, i No Tav della Val di Susa, forse non conoscendo il loro illustre precursore. “Per Ruskin, la ferrovia rappresenta uno spietato assalto alla tranquillità rurale, distruggeva l’anima dei luoghi, sradicava comunità, invadeva la campagna, con la sua bruttezza rivestita d’acciaio”, scrive Roger Scuton nel suo recente Del buon uso del pessimismo (e il pericolo delle false speranze). Tutte ragioni gridate a gran voce ancora oggi, in un tempo assai differente rispetto a quello vissuto tra Ottocento e Novecento, nel quale sono mutate le esigenze e con esse, per causa ed effetto di quelle esigenze gli spazi extra-urbani, le campagne.

Addentrarsi nelle pagine piene di fascino un po’ retrò, portato quasi naturale di un certo passato patinato, della Storia  dei viaggi in ferrovia di Wolfgang Schivelbusch, permette una recherche nelle fantasie scatenate dal treno. Segmenti o parti cospicue di opere, semplici suggestioni o approfondite riflessioni, fotogrammi o scene complesse. Interpretati, letti, osservati con ottiche dissimili. Da Proust a Freud, da Tolstoj a Karl Abraham. Se Freud riuscì ad osservare un “nesso tra vibrazione meccanica ed eccitazione sessuale”, per Tolstoj il treno é il giustiziere silenzioso di Anna Karenina.  Ancor più per Proust il treno e il suo intorno sono elementi assai ricorrenti. Così ne La strada di Swann é “il fischio …, che, piú o meno lontano, come il canto di un uccello in una foresta, segnando le distanze, mi descriveva la distesa della campagna deserta, dove il viaggiatore s’affretta verso la stazione vicina; e il viottolo ch’egli percorre gli resterà impresso nel ricordo dall’eccitazione che gli dànno dei luoghi nuovi, degli atti insoliti, i recenti discorsi e l’addio sotto una lampada estranea che lo seguono ancora nel silenzio della notte, la prossima dolcezza del ritorno”. Ma é anche motivo indiretto per esaltare le stazioni ferroviarie come “luoghi speciali” che pur non facendo parte della città “contengono l’essenza della sua personalità”.

Il treno é distruzione delle distanze, obliterazione consapevole di spazio e tempo. Il suo procedere, con una velocità regolata da altri e comunque in nessuna relazione con la dimensione geografica, alimenta il disinteresse nei confronti dei singoli elementi del paesaggio che sfilano via. Piuttosto che spingere ad osservare. Per certi versi fomenta il tutto indistinto. Così affermavano, pieni di orgoglio, i trenofobi. Rivendicando la salvaguardia di territori già depredati di alcune parti. Dimenticando però che attraverso quel mostro d’acciaio, intere generazioni di italiani avrebbero potuto conoscere quel che non avrebbero altrimenti conosciuto, vedere quel che differentemente mai  avrebbero avuto la possibilità di osservare. Il treno ha dilatato lo sguardo di molti, offrendo una percezione dello spazio nuova. Prima di Facebook, prima di i-pad, molto prima dell’era digitale quelle carrozze trainate dalla locomotiva hanno trasportato non solo persone e merci ma anche, soprattutto, idee, suggestioni, pensieri di libertà. Hanno costituito lo stimolo ad osservare. Ad andare lontano.

Il treno é anche il co-protagonista di tante pellicole. Ma forse due, tra le tante, possono aiutare i trenofobi, se non a farsi trenofili, almeno ad ascoltarne, con animo sereno e mente sgombra da pregiudizi, le ragioni. In L’uomo del treno, film del 2002 di Patrice Leconte, si racconta la storia di due tipi di uomini, molto differenti tra loro, “quelli che prendono i treni” e “quelli che li vedono passare”. In Train de vie, film del 1998 di Radu Mihaileanu, il treno é il mezzo attraverso il quale gli abitanti di un villaggio dell’Europa dell’Est trovano la salvezza.

La locomotiva aiuta a cambiare, alimenta quasi naturalmente il confronto. Aiuta a conoscere meglio, luoghi e persone. Non é un mostro moderno da osteggiare. Continuare a combatterlo significa anche, in parte, decidere che i confini non debbono essere superati, gli steccati superati.

Salute o Satana, O ribellione O forza vindice De la ragione!” diceva Carducci.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “In Val di Susa, a spasso per i luoghi della letteratura del progresso”

  1. Silvio Giordano scrive:

    in tanta erudizione e poesia manca un dato:
    un bel treno in val Susa passa già,
    utilizzato al 20% della sua capacità
    e per “dilatare lo sguardo … ad una percezione dello spazio nuova”
    basta salirci su,
    non è il caso di farne un’altro

  2. Mara Dolce scrive:

    Beh che dire.. i lettori di queste pagine sono molto meglio degli articoli che leggono. Ma perche questo sito si chiama libertiamo??? ogni singolo articolo che ho eltto finora non ha nulla a che fare con autentiche posizioni libertarie.

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