di CARMELO PALMA – La causa dei No Tav, che è pur sempre di resistenza e dunque affascina una valle che è rimasta incantata dalla memoria partigiana, non è contro il treno ad alta velocità, ma contro il mondo “sbagliato” che il treno velocemente approssima e globalizza.

Dei manifestanti pacifici e dei militanti violenti di questa forma estrema e non banale di paranoia localista, parente povera e antagonista del territorialismo padano, bisogna prendere, non perdere le misure, facendosi trascinare nel corpo a corpo. Di loro occorre parlare soprattutto con loro, se davvero vogliamo “dialogare”. Non del treno, non della galleria, non dei conti dell’opera. Per i No Tav un buco di 13 chilometri (la parte italiana del cosiddetto tunnel di base) è uguale alla dominazione nazi-fascista, perché significa la stessa cosa. L’occupazione, l’espropriazione, la dominazione dello straniero.

Da qui deve partire il “dialogo”. Dal fatto che “noi” – l’Ue, l’Italia, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino – siamo i nazisti, perché vogliamo fare una galleria per farci passare un treno. I valsusini che non si oppongono e i sindaci favorevoli sono i collaborazionisti. E loro sono i partigiani.

Il progetto originario nell’ultimo decennio è stato profondamente cambiato, adattato a tutte le richieste, conformato a tutte le cautele, ridimensionato nell’impatto ambientale ed economico. Politicamente non è però cambiato nulla, perché il problema non era e non è se il percorso della linea ad alta velocità corra sul versante orografico destro o sinistro della valle, se eviti o attraversi i depositi di uranio e di amianto della montagna, se i costi siano inferiori o superiori a quelli vaticinati dai catastrofisti, se le decisioni siano state condivise (e con quali procedure) con le comunità locali, se l’opera sia economicamente sostenibile e a quali condizioni possa diventarlo…

Il problema è semplicemente che c’è qualcosa e non dovrebbe esserci nulla. La valle e la montagna non devono essere “violate”. I No Tav non sono una coalizione d’interessi disposta a negoziare e a ragionare in modo relativo – sui costi e sui benefici, sui rischi e sugli indennizzi – ma un movimento ideologico assoluto. Non hanno neppure l’intenzione di rappresentare la maggioranza dei valligiani né dei contribuenti italiani, destinati, per quanto dicono, a rimetterci. Hanno piuttosto l’interesse a dare il tono che fa la musica della trattativa e ci sono finora perfettamente riusciti, in primo luogo grazie ad uno standing politico intransigente e indisponibile a ogni trattativa.

Non sopportano come va il mondo, ma sanno perfettamente come va la politica. Sanno usare tutti i mezzi, a partire da quelli opportunistici e “borghesi” delle perizie, del contenzioso perenne e della prescrizione dei fatti nelle beghe di diritto. Guai a chi glieli tocca, questi mezzi legittimi, ma guai anche a chi gliene appronta in sovrannumero, come se la piega che prenderanno le cose potesse dipendere da un ricorso al Tar e si potesse persuadere qualcuno a diffidare dell’alienazione luddista dei capipopolo, per confidare nel latinorum di una politica e di una giustizia parruccona.

Dei No Tav è serio e grave solo il tema psico-politico: la relazione intrinseca tra la frustrazione rivoluzionaria e l’arcaismo reazionario. Questo solo loro importa, questo solo deve importarci. Mentre tramonta il sole dell’avvenire, risorge quello del passato; se non è possibile costruire l’uomo nuovo post-capitalista, occorre resuscitare quello vecchio pre-capitalista. Quello dei No Tav è un movimento “pasoliniano”, che elabora il lutto della rivoluzione fallita, proponendo di uscire a marcia indietro dalla società dei consumi e di contrapporre all’ordine anonimo delle regole globali l’identità specifica delle comunità locali, alla società industriale quella contadina e all’intelligenza moderna del territorio (come rete di traffici e relazioni civili) la cultura arcaica della terra (come matrice antropologica e dimensione esclusiva e “proprietaria”).

Di tutto questo occorrerebbe discutere con i No Tav. Di tutto, fuorché della Tav, che non è sostanza, ma purissimo accidente, non causa, ma occasione di una guerra di resistenza alienata e geniale. Il povero Abbà non si è arrampicato sul traliccio per fermare il treno. Non contasse balle. Se si risveglia – e glielo auguriamo di tutto cuore – il discorso anche con lui bisognerà riprenderlo di qui. Se non serve a “loro”, questo discorso, serve comunque a “noi”, per riallacciare il filo anche culturale e non solo politico di quello che stiamo facendo, quando mandiamo le “pecorelle” a difendere un cantiere.

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Twitter @carmelopalma