The Iron Lady/7. Le grandi visioni sono tali perché influenzano il futuro

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

 

– “Non esiste quella cosa chiamata società“, disse Margaret Thatcher in un’intervista a Woman’s Own nel 1987. La frase colpì per la sua crudezza, tanto che nessuno fece caso alla restante parte del ragionamento: “Ci sono uomini e donne, e ci sono le famiglie. E nessun governo può far nulla se non attraverso le persone, e le persone debbono anzitutto badare a se stesse. E’ nostro dovere badare a noi stessi e poi al nostro prossimo“. L’intenzione della Thatcher era sottolineare che la società non è un’astrazione, ma un insieme di individui, famiglie e libere associazioni di persone. Da profonda estimatrice del pensiero di Friedrich von Hayek, la leader Tory condivideva la diffidenza di quest’ultimo per l’uso retorico troppo disinvolto che la classe politica tende a fare del termine “società”: “è un’etichetta che viene usata quando non si sa bene di cosa si parli“, diceva il pensatore austriaco con non poche ragioni. Le istituzioni più solide e durature, secondo Hayek, sono quelle forgiatesi spontaneamente, non quelle costruite artificialmente e tanto elogiata dalla cultura socialista. La famiglia, le reti di amici e le piccole comunità in cui l’uomo vive sono invece le migliori erogatrici di assistenza sociale ai propri membri, vere e proprie agenzie di welfare privato di gran lunga più efficienti e meno distorsive del welfare pubblico. Il thatcherismo enfatizzava l’importanza della responsabilità individuale (contrapposta all’eccessivo affidamento ai servizi offerti dal settore pubblico) ed incoraggiava le persone al lavoro autonomo e all’imprenditorialità.

Posta la questione nei termini di cui sopra, tra il “There is no such a thing as society” di Margaret Thatcher e la “Big society” di David Cameron la differenza non è poi così grande come alcuni vorrebbe farla apparire. La grande società è un enorme cambiamento culturale – disse Cameron nel luglio del 2010, due mesi dope la sue nomina a primo ministro – nel quale le persone, nella loro quotidianità, nelle loro case, nei loro quartieri e nel posto di lavoro non sempre chiedono a funzionari pubblici, ad autorità locali o al governo centrale risposte ai problemi che affrontano”, ma si sentano “sufficientemente libere e capaci di aiutare se stesse e le loro stesse comunità“. Non è molto diverso da quella visione che Margaret Thatcher esemplificava con “valori vittoriani” e con la profonda opera di arretramento della frontiera dello Stato dall’economia e che, secondo Cameron, dovrebbe portare all’istituzione di libere scuole da parte di associazioni di famiglie, all’offerta di formazione e welfare privato ai dipendenti da parte delle aziende o all’immissione di nuovi fornitori privati nei servizi pubblici.

Si può ben dire che il nuovo modello Tory di David Cameron rappresenti il consolidamento e l’aggiornamento della visione della Lady di Ferro alle mutate condizioni. Prendiamo il caso dell’energia. La Thatcher creò i più competitivi mercati dell’elettricità e del gas che ci fossero in Europa, privatizzando baracconi statali come British Gas, British Energy, National Power e PowerGen. Nel 1997, tale cambiamento aveva già ridotto i prezzi al consumo di circa il 20 per cento rispetto ai prezzi pre-privatizzazione, secondo stime ufficiali. Tuttavia, il nuovo assetto di mercato, portando negli anni ad una crescita esponenziale della scala degli investimenti necessari, ha infine indotto lo Stato ad offrire garanzie pubbliche per gli stessi, vuoi per assicurare i consumatori dal rischio che l’eventuale fallimento di un produttore di energia lasciasse milioni di persone al buio e al freddo, vuoi a causa della pressione lobbistica esercitata dai colossi dell’energia sui decisori pubblici. La scelta di Cameron di promuovere l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili per famiglie e imprese è un modo per provare a ridimensionare il peso politico delle grandi compagnie energetiche e, in prospettiva, per ridurre la dipendenza di famiglie e imprese dalle elefantiache centrali energetiche. Come non vedere in questa politica il tratto tipico del conservatorismo britannico, l’ambizione che ogni casa privata nella più sperduta contea del paese possa essere energicamente indipendente?

Un adattamento del thatcherismo al nuovo contesto culturale e tecnologico e alle dinamiche reali con cui la politica ha il dovere di confrontarsi, insomma, non il superamento della Lady di Ferro. Un discorso non dissimile si può fare sul welfare, dove l’attuale inquilino di Downing Street annunciò un anno fa una “rivoluzione”, per superare la logica del controllo centrale e aprire l’offerta di servizi pubblici alla competizione e alla scelta dell’utente. “Is David Cameron reinventing him as a Thatcherite?” scrissero su The Telegraph. Qualche giorno dopo, sulle pagine dello stesso giornale, fu lo stesso premier a fugare molti dubbi: il suo è thatcherismo aggornato, leggere per credere.

In fondo è questa la forza storica di un leader immenso quale è stata la Signora di ferro: finire per influenzare il futuro, oltre ad aver determinato il proprio presente; persino costringere il partito d’opposizione – quello guidato da Tony Blair dalla seconda metà degli anni Novanta in poi – a farsi post-thatcheriano per vincere le elezioni, senza poter essere anti-thatcheriano; rappresentare – per tutti, nel bene e nel male – un paradigma al confronto con il quale puoi difficilmente sfuggire.

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Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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