La grande crisi: il doposbronza spagnolo (1.Valencia)

– La terra delle opportunità stava a Levante. Frotte di Erasmus arrivavano da tutta l’Europa in un luogo vivibile, accogliente, a misura loro: un vero Paese dei Balocchi, con la Città delle Arti e delle Scienze di Santiago Calatrava a rappresentare la nuova, sfavillante Valencia. La Valencia del presente che si faceva futuro.

Chi non voleva studiare arrivava come cameriere e dopo un anno apriva il suo ristorante. Il mattone regnava e la razza padrona dei popolari al potere inventava la città dei grandi eventi, conosciuta nel mondo come mai nella sua storia. I pensionati del nord Europa si spostavano verso Benidorm, Benicássim, Penyscola, attirati dal clima, dai prezzi più bassi che nei loro Paesi, da una regione la cui crescita sembrava sarebbe stata senza fine. La terra promessa stava a Levante. Si chiamava Comunità Valenciana.
Qualche anno dopo, di quella terra promessa rimane una regione strangolata dal debito, dopo troppi anni di gestione pubblica disinvolta; dove quasi un giovane su due è senza lavoro e con poche prospettive; dove gli studenti sono barbaramente pestati dalla polizia per più giorni di seguito; una terra dove la crisi e la corruzione hanno completamente messo in ginocchio un modello produttivo che avrà bisogno di molto tempo per rialzarsi.
La terra promessa non esiste più.

Le cronache di questi ultimi mesi disegnano una Comunità Valenciana che, per chi ha avuto la fortuna di viverci negli anni del boom, si stenta a credere sia vera.
Valencia, il capoluogo di questa regione spagnola, rimane il gioiello di allora.
Una città che dieci anni di buona amministrazione (i Novanta) hanno portato in alto, riconosciuta e amata a livello internazionale: una città con la giusta dimensione (non arriva a un milione di abitanti), collegata da un sistema di trasporti efficiente (5 linee di metro e taxi low cost), benedetta da 300 giorni di sole all’anno e da un ambizioso progetto di rinnovamento di un’intera classe dirigente.

Agli inizi degli anni Duemila la conclusione del rifacimento del letto del fiume Turia, che anticamente scorreva per tutta la città, nel quale al posto del corso d’acqua, deviato, una politica lungimirante decise di fare un parco, invece della colata di cemento che pure era stata ipotizzata, mostrava una città verde e al passo con i tempi. E la Città delle Arti e delle Scienze diventava il nuovo simbolo di Valencia: un simbolo moderno e tecnologico, una splendida costruzione luccicante e avveniristica, il biglietto da visita ideale per un luogo che entra nell’epoca della globalizzazione con tutte le carte in regola.

L’amministrazione popolare della Comunità, chiamata Generalitat Valenciana, guidata da Francisco Camps, e della città, con Rita Barberà numero uno, si beava della rinnovata dimensione internazionale: e fu per loro grande impulso che Valencia si aggiudicò l’America’s Cup e il Gran Premio di Formula Uno. Erano d’altronde gli anni del primo Zapatero, quello che polemizzava con Prodi sul possibile sorpasso rispetto all’Italia. E anche la Chiesa vide in Valencia una zona nevralgica e strategica: Benedetto XVI, al suo primo anno di pontificato, decise di organizzare qui la Conferenza Internazionale sulla Famiglia, nel luglio del 2006, conclusasi con una spettacolare Messa sul prato antistante la Città delle Arti e delle Scienze. A dimostrazione che anche nella Spagna secolarizzata e laica di quei tempi Santa Romana Chiesa gridava a gran voce la sua presenza sempre forte e lo faceva nel modo più scenografico possibile.
Zapatero e Barberà, Ratzinger e Camps, Ecclestone ed Ernesto Bertarelli (l’armatore di Alinghi): personaggi diversissimi l’uno dall’altro, che però certificavano, ognuno per suo conto, che i soldi e il potere in quegli anni giravano da quelle parti. A Levante.

Dopo, arrivarono i primi scricchiolii. Alcuni iniziarono a pensare, tacciati delle solite accuse di disfattismo, che forse Valencia e la sua Comunità il passo l’avevano fatto troppo grande. Che l’idea che ossessionava i politici valenciani, stare davanti a Barcellona e alla Catalunya, città e regione culturalmente “cugine” ma proprio per questo non amate (con un eufemismo), era probabilmente fuori dalla portata di una terra che storicamente, proprio rispetto alla Catalunya, era sempre rimasta indietro, per secoli.

Dopo l’entusiasmo dei primi anni, ci si iniziò a interrogare sulla reale funzionalità dell’opera di Calatrava, definita da più parti “una scultura e non un’architettura”, dai costi di manutenzione altissimi. Le infrastrutture messe su per l’America’s Cup, che riqualificarono un porto popolato fino ad allora da tagliagole e delinquenti di varia specie, rimanevano destinate all’oblio, utilizzate una volta all’anno solo per la Formula Uno. Una Formula Uno i cui costi lievitavano sempre più: buona per uscire un fine settimana all’anno sulle tv di tutto il mondo; un po’ meno per rientrare nelle centinaia di milioni di euro spese per organizzare l’evento.

Poi, mentre Zapatero parlava di Spagna nella Champions League dei Paesi europei (beata innocenza), arrivò la Grande Crisi. E i rumors sulla presunta corruzione di Camps divennero vere e proprie indagini penali. Neanche l’ossessiva presenza dello stesso Camps, e di Rita Barberà, su Canal Nou (la televisione “autonómica”) potevano più porvi freno. I giudici accusarono tra le altre cose Camps, il Presidente della Generalitat Valenciana, di avere favorito alcuni imprenditori amici fornendogli commesse pubbliche in cambio di regali costosissimi – soprattutto vestiti – per sé, la sua famiglia, il suo entourage. Era il cosiddetto Caso Gurtel.

L’inchiesta, durata anni, si è conclusa lo scorso mese con la sentenza di assoluzione in primo grado per Camps, nel frattempo mandato a processo e per questo dimessosi dopo anni dalla carica a cui fu riconfermato dagli elettori per l’ultima volta nel Maggio 2011: i vestiti e i regali sono andati effettivamente a Camps e al suo staff (moglie compresa), ma non si può accertare che fossero il compenso per favori forniti illecitamente.

La Grande Crisi ha investito Valencia in un modo che neanche il più acerrimo oppositore dei popolari avrebbe potuto prevedere. Complice, forse, un’opposizione afasica, balcanizzata e confusa: una sinistra socialista, “radicale” e verde con pochissima presenza sui media, pochi spazi di manovra (pena l’accusa di “catalanismo”, un vero marchio d’infamia, nella Valencia di questi anni), puntualmente bastonata alle urne nonostante gli scandali di corruzione e mala amministrazione che continuavano a investire la destra valenciana. Una destra valenciana che continuava a spendere e spandere, e a ballare sul Titanic che affondava.

Un esempio per tutti: l’inaugurazione in pompa magna dell’Aeroporto di Castellón, terza città della comunità, fortissimamente voluta dall’allora Presidente della Diputación (la “Provincia” spagnola) Carlos Fabra e dalla Generalitat Valenciana. Un’opera mastodontica, costata più di 100 milioni di Euro (sponsorizzazione del Villareal Calcio compresa) per un aeroporto da cui non è mai partito neanche un aereo. Il disimpegno da questa “grande opera” costerebbe alla Generalitat circa 80 milioni di Euro, che aggiungerebbero nuova sofferenza alle sue casse, già molto provate da questi anni di sprechi.

E che dire del Nou Mestalla, il nuovo stadio del Valencia Cf da 80 mila posti: la costruzione si è dovuta fermare, mentre era quasi terminata. Motivo: il Valencia Cf non ha più i soldi per portare a compimento l’ambizioso progetto e rimarrà nella sua vecchia casa, il glorioso Mestalla. Tra l’altro, uno stadio di sessantamila posti, tutt’altro che fatiscente, in una zona centrale e ben collegata della città. Molto di più di quella dove si decise di costruire il Nou Mestalla.

L’attuale Presidente della Generalitat, il popolare Albert Fabra, è arrivato qualche mese fa al potere nella sgradevole condizione di chi arriva la domenica mattina in un luogo dove c’è chi ha fatto baldoria fino all’alba ed è costretto a pulire i resti lasciati da chi ha esagerato con l’alcool. La dieta disintossicante imposta alla sua Comunità è in parte già stata dura ma sarà ancora più dura nei prossimi mesi, per un territorio che ha dovuto farsi dare dal Governo di Madrid, lo scorso Dicembre, i soldi per pagare un debito contratto con una banca tedesca, pena la bancarotta immediata.

E in tutto ciò si acuiscono le tensioni sociali, visto che la settimana scorsa la polizia ha ripetutamente pestato studentesse e studenti (spesso anche minorenni) che manifestavano nel centro di Valencia contro i tagli all’istruzione e contro la violenza dei giorni precedenti.
Il virus del conflitto sociale rischia di infettare anche il resto della Spagna, un Paese cui la Commissione Europea ha stimato (al rialzo) una caduta del Pil dell’1% nel primo trimestre del 2012, prevedendo che il numero dei disoccupati arriverà alla fine dell’anno a sei milioni, il 24% dell’intera forza lavoro.

La sbornia del sabato è passata: Valencia (come praticamente tutta la Spagna) si è svegliata con il cerchio alla testa, la bocca asciutta e l’alito pesante. Stavolta non basterà una pasticchetta, per riprendersi. Ed è passata anche l’ansia della domenica notte agitata. Il grigio lunedì di Gennaio è già iniziato, e non finirà presto.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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