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Quanto rumore per una sentenza ovvia

– La recente sentenza (n. 4377/12) licenziata dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione in materia di custodia cautelare per quanto attiene al reato di “violenza sessuale di gruppo” (art. 609-octies c.p.) è riuscita a provocare un’unica, immensa, bipartisan e indignatissima levata di scudi. Sulla sentenza in punta di diritto della Suprema Corte, sono piovuti piccati e scandalizzati commenti, dichiarazioni e comunicati stampa che hanno accusato gli ermellini di incentivare allo stupro, alla libertà degli stupratori e alla non-carcerazione degli stessi. Il tutto accompagnato da dichiarazioni dei politici “legalitari” (as they say) tanto a sinistra quanto a destra, rapidi e pronti nel condannare senza troppi fronzoli la tanto vituperata sentenza.

Sentenza che, a dispetto di quanto molti credono, nulla statuisce e cambia riguarda alla condanna definitiva, andando semplicemente a incidere sulla custodia cautelare.

Essa interviene infatti a bocciare un’ordinanza del Tribunale del Riesame di Roma, la quale aveva applicato a due imputati la misura cautelare della custodia cautelare in carcere; la fattispecie in questione (violenza sessuale di gruppo) era stata partorita in un clima di diffusa tensione e agitazione sociale riguardo l’entità e la frequenza degli stupri; l’art. 609-octies fu una delle “norme-manifesto” che maggiormente rappresentano gli obiettivi di politica criminale dell’allora governo Berlusconi (2009) manifestatasi nel decreto sicurezza; nella fattispecie, il testo di quest’ultimo escludeva senza eccezione alcune misure cautelari alternative alla carcerazione preventiva nel caso sussistessero a carico dell’/degli imputato/i gravi e fondati indizi di colpevolezza per reati di violenza sessuale (quindi non solo l’art. 609-octies, ma anche il 600-bis, 609-bis, e 609-quarter).

La Corte Costituzionale si occupò celermente della disciplina in materia, rivelando profili di incostituzionalità (sentenza 265/2010) tutt’altro che secondari, confliggenti con l’art. 3 (eguaglianza di fronte alla legge), art. 27 (funzione rieducativa della pena), art. 13 (libertà personale) della Carta. La custodia cautelare in carcere non può infatti venire inflitta a seguito di un mero e stantio “automatismo”, ma deve invece essere sottoposta a severa e rigorosa osservazione “caso per caso” proprio in virtù della portata affilittiva che essa reca. O forse si crede che basti la notitia criminis e che il processo sia un mero, e scomodo, optional?

La Corte di Cassazione non ha fatto altro che adempiere al suo compito di “guardiano del diritto” nell’attenersi al solco interpretativo tracciato dalla Consulta, il quale rappresenta un paletto di civilità giuridica del quale nessuno ha ragione o motivo di scandalizzarsi. Esso non afferma che “gli stupratori possono rimanere a piede libero”, ma che gli accusati di stupro (che forse la presunzione di innocenza funzioni a targhe alterne e solo per i potenti?) sono meritevoli come ogni altro degli elementari e fondamentali diritti costituzionali e di tutte le misure cautelari del caso.

La carcerazione preventiva non può e non deve diventare un’anticipazione della pena; chi sostiene tali aberrazioni non sta facendo altro che creare dei mostri, relegandoli e schiacciandoli fuori dalla società. Conviene a qualcuno?


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

One Response to “Quanto rumore per una sentenza ovvia”

  1. Paolo scrive:

    E’ facile, comodo e pure utile, per il politico populista nostrano, dare in pasto alla “gente” la notizia che “lo stupratore è già tornato a casa”.

    Ma cosa pretendete in un Paese dove l’incultura giuridica è totale, che i cittadini sappiano la differenza tra arresto, custodia e reclusione?

    Educazione civica questa sconosciuta…

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