Migranti europei in cerca di identità e occupazione

– I popoli europei più in crisi cercano altre terre promesse a Berlino, Sydney e Rio.
L’ultimo rapporto della commissione Ue, “Employment and Social Developments in Europe” e il saggio di Philippe Legrain “Immigrati. Perché abbiamo bisogno di loro” confermano le ragioni socio-economiche che spingono il flusso collettivo: opportunità di lavoro, livello medio dei redditi, tassi di disoccupazione e costo della vita.

Nel frattempo sono mutati, radicalmente, i modelli di riferimento. I nuovi immigrati sono diversi dai Magliari del dopoguerra, magistralmente ritratti nell’omonimo film del 1959 da Francesco Rosi. Niente di più lontano dalle braccia spedite dai governi mediterranei nelle miniere belghe di Marcinelle o nelle acciaierie tedesche durante gli anni Cinquanta.

In un’audizione parlamentare, nei giorni scorsi, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha disegnato la mappa della disoccupazione italiana. Nei primi mesi del 2011 l’occupazione giovanile (18-29 anni) è scesa del 2,5%, con una perdita di 80 mila posti di lavoro. Dati allarmanti anche sul fronte “rosa”, con una donna su due che lavora, appena il 30% al Sud.

Ulteriori argomenti al governo per la riforma del mercato del lavoro, oltre alle sollecitazioni che continuano ad arrivare dall’Europa. La Bce nel bollettino mensile ha insistito sulla necessità, non solo per l’Italia, di “riforme ambiziose”, con le quali “dovrebbero essere ridotte le rigidità del mercato del lavoro e dovrebbe essere accresciuta la flessibilità salariale”. Uno dei problemi che sta rischiando di soffocare la tremebonda Europa è proprio quello. Il mercato del lavoro.

I negozi chiusi nel centro di Atene, la fila di cartelli “affittasi” e “vendesi” nelle strade attorno a Grafton Street, a Dublino, sono i segni di un presente pieno di incognite. Così greci e irlandesi, oltre a spagnoli e portoghesi, hanno ripreso la via dell’immigrazione. Gli italiani, molti di loro, sono in procinto di farlo.

A prendere un volo che li trasporti lontano dall’incubo povertà non sono soltanto i più giovani. Per loro è più facile, vincoli più flebili e meno remore. Se ne vanno anche i quarantenni e i cinquantenni. Meta una città tedesca. Oppure Londra o qualche altra capitale del grande Nord. Senza disdegnare luoghi più “estremi” come Brasile, Argentina, Australia e Nuova Zelanda.

Le mappe dell’immigrazione sono in continua evoluzione, le nuove partenze materia per i sociologi sulla quale indagare. I modelli “push and pull”, sistematizzati negli ultimi anni, in procinto di essere rivisti. La “frontiera” è a tutti gli effetti tema di analisi politico-economica per i governi dei singoli Stati, ma ancora di più per il Governo europeo nella sua interezza.

L’esempio più eclatante e anche più drammatico è la Grecia. Il brillante Paese del biennio 2003-2004, nel quale alla presidenza di turno della Ue si aggiunsero le Olimpiadi del 2004 e la vittoria agli europei di calcio, è alla bancarotta sociale prima ancora che economica. Con la cancellazione di una larga fascia di impieghi e la folla dei “senza prospettive” schiacciati ancora più in basso. L’alternativa praticabile diviene quella di attraversare i confini.

Poi c’è la Spagna, con 4,5 milioni di disoccupati. Sembra lontanissimo il 2005, con il governo socialista guidato da Zapatero, capace di modernizzare in profondità il Paese potendo sfruttare gli 86 miliardi di euro provenienti da Bruxelles. Fino al 2008 almeno 500 mila immigrati all’anno trovavano posto nel terziario o nei cantieri delle opere che si andavano realizzando. Quegli operai polacchi e romeni se ne stanno andando. Si spostano a Nord oppure tornano a casa. Ma l’onda lunga si porta via anche migliaia di spagnoli, come documentano le stime dell’Istituto Nacional de Estadìstica, secondo le quali nel 2011 hanno lasciato il Paese quasi 581 mila persone, di cui più di 55.500 spagnoli. Per la prima volta negli ultimi vent’anni il numero delle partenze ha superato quello degli arrivi.

Passando alla Germania ci si immerge in una realtà, naturalmente, differente. L’Ufficio federale di Statistica di Wiesbaden ha da poco reso noto che il saldo tedesco è positivo. Nella prima metà del dello scorso anno la differenza tra ingressi e uscite è stata di 135 mila persone. Il 75% arriva da Paesi dell’Unione europea, quasi tutti dal blocco dell’Est. Ma accanto a questi ci sono anche 4.100 greci e 2.400 spagnoli. Sono avanguardie di una dinamica sociale che sta acquistando una crescente velocità.
Sono schegge impazzite proiettate lontano, partite dal fallimento di due progetti, quelli della Grecia del 2004 e della Spagna del decennio 1998-2008, che avevano alimentate false illusioni.

I parametri della “Migration Theory”, elaborata nel 1966 da Everett Lee, non sono più sufficienti ad indicare gli scenari del futuro prossimo. Né surrogano queste deficienze le spiegazioni personalistiche prospettate più recentemente.
I nuovi migranti scommettono, azzardano, spostandosi in cerca di cambiamenti dentro e fuori il Vecchio Continente. La scelta di una destinazione implica un progetto di fattibilità, in prospettiva. Verso le solide certezze offerte dalla Germania.
Così alla metà di gennaio il Financial Times raccontava di come le iscrizioni al Goethe Institut di Francoforte siano cresciute di un terzo. Le matricole sono quasi tutte greche e spagnole.

Ma si emigra anche verso nicchie preziose, come quelle dell’Inghilterra. Così il Guardian, invece, negli stessi giorni segnalava l’anomalo arrivo di infermieri e medici spagnoli negli ospedali di Sua Maestà. La spiegazione la offre proprio Philippe Legrain illustrando come in Gran Bretagna il Servizio Sanitario nazionale sia finanziato e gestito dallo Stato, che ha usato la sua posizione di forza per abbassare artificiosamente gli stipendi, “proprio come un monopolista usa il dominio del mercato per far salire i prezzi”. Il risultato è che i giovani inglesi disertano le facoltà di medicina. Secondo le previsioni del Ministero degli Interni nei prossimi vent’anni la Gran Bretagna avrà bisogno di altri 300 mila operatori sanitari. A questi argomenti sono interessati, come è ovvio, quanti del settore in Spagna sono alle prese con i tagli alla spesa pubblica annunciati dal governo Rajoy.

Questi calcoli di opportunità si stanno moltiplicando progressivamente, andando ad interessare impieghi e mansioni, professioni e mestieri. Ecco che si avviano processi di migrazione che coinvolgono Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Ma anche mete lontane dall’Europa. In Australia, un Paese che premia l’immigrazione di qualità, nel 2011 si sono registrati arrivi di circa 4 mila greci, 7 mila inglesi e addirittura 50 mila irlandesi. Oppure il Brasile che con i suoi investimenti mostra un appeal straordinario.

Le nuove migrazioni hanno iniziato a ridisegnare una geografia che promette di costruire gerarchie ed equilibri da consolidare. La redistribuzione delle forze provocata dagli spostamenti umani diviene la chance che i singoli Stati hanno. Quella di essere parte vitale di un tutto in movimento. Componenti responsabilmente volte a ricercare un Bene Comune che combatta efficacemente il crescere della povertà. L’antico flagello, nuovo spettro della contemporaneità.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Migranti europei in cerca di identità e occupazione”

  1. Daniele Medri scrive:

    Da quante unità era composta la fascia giovanile considerata per calcolare la percentuale di disoccupati? Da quanti giovani era composta la fascia del periodo precedente indicata? Com’erano distribuiti sul territorio per le principali variabili demografiche e socio-economiche? Esiste una fonte dove ritrovare i dati e i risultati elaborati?

  2. manlio lilli scrive:

    A parte i riferimenti già contenuti nel testo (Rapporto della Commissione Ue e il saggio di Legrain) i dati della Spagna sono quelli diffusi dall’Istituto Nacional de Estadistica. Quelli tedeschi sono resi noti dall’Ufficio federale di Statistica di Wiesbaden

  3. Daniele Medri scrive:

    Link ai rapporti?

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