In Italia si guadagna poco e si cresce anche meno ma ai sindacati non interessa

– C’è parecchio da riflettere sul rapporto Eurostat diffuso ieri sui livelli salariali nei vari paesi della zona Euro.

Secondi i dati, riferiti al 2009, gli stipendi italiani sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli che si riscontrano in altri paesi. La retribuzione lorda annua di un lavoratore italiano sarebbe di 23.406 euro – circa la metà di quanto intascano lussemburghesi, olandesi o tedeschi.

Solo maltesi, portoghesi, sloveni e slovacchi hanno un lordo inferiore e come se non bastasse ad incidere sulla busta paga netta dei lavoratori italiani c’è anche un livello di pressione fiscale ben superiore alla media continentale.

Insomma, suona proprio come una bocciatura per il sistema sociale italiano e per quel  modello di diritto del lavoro che pure i nostri sindacati difendono come pietra miliare della civiltà, al punto da opporsi a qualsiasi iniziativa di riforma – anche da quelle che provengono dalle ali più illuminate della sinistra.

Certo, ci sarà chi cercherà di leggere il dato Eurostat secondo i rancidi canoni del conflitto tra capitale e lavoro, denunciando l’avidità dei potentati economici e traendo spunto per nuove lotte dei lavoratori. Si tratta, tuttavia, di una posizione che denuncia sempre più la propria inconsistenza.

Quanti possono pensare in tutta coscienza che gli stipendi siano bassi in Italia perché sono troppo alti i profitti? Semmai è vero proprio il contrario, cioè che gli stipendi sono bassi per la bassa profittabilità di fare impresa in Italia.

Il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da un quadro giuridico molto restrittivo e dal ruolo determinante delle “parti sociali”.

Questo modello di rappresentatività e di tutele si presume debba garantire l’interesse del lavoratore. La verità, però, è che la sindacalizzazione e la regolamentazione statale della materia del lavoro non sono in grado di modificare in modo sostanziale i livelli di retribuzione, cioè di far sì che risultino davvero più alti di quelli che scaturirebbero in virtù di spontanee dinamiche di mercato.

E’ evidente, infatti, che forzare i livelli salariali oltre l’effettiva produttività dei singoli dipendenti significa obbligare le aziende a mantenere “in perdita” un certo numero di lavoratori, con l’esito di risultare meno competitive sul mercato e di non avere soldi per assumere e motivare i lavoratori più bravi.

Nella pratica difficilmente i sindacati possono spingere le loro richieste oltre un certo limite perché si tratta sul filo della rottura del sistema – con molte aziende prossime alla decisione della chiusura o della delocalizzazione in paesi dove il rapporto tra costo del lavoro e produttività effettiva sia più favorevole.

E’ così che il negoziato in genere conduce a ritocchi minimi al valore nominale dello stipendio che tuttavia le diverse sigle sindacali possono presentare come “trofei” agli iscritti ed ai simpatizzanti, rafforzando conseguentemente il proprio prestigio politico.

Non è dalla concertazione che possono venire soluzioni. Alla fine, l’unico fattore in grado di determinare un vero innalzamento delle retribuzioni è una modifica sostanziale, a livello di mercato, del rapporto tra domanda di lavoro ed offerta di lavoro – circostanza che può verificarsi solamente a fronte di un rilancio economico del paese.

Le buste paga degli italiani scontano due decenni di bassa crescita, bassa produttività e perdita di competitività del sistema Italia. Se gli stipendi non sono aumentati non è perché i sindacati non siano stati abbastanza potenti, ma è perché la domanda di lavoro – ed ancor più di lavoro qualificato – è stata molto bassa rispetto all’offerta, determinando un equilibrio salariale svantaggioso per il lavoratore.

In quei paesi che invece hanno conosciuto positive dinamiche di sviluppo economico non è il lavoro, ma sono i lavoratori ad essere una “risorsa scarsa” che le aziende si contendono agendo sulle retribuzioni. Non è un caso che l’Italia in questi anni non sia certo stata un polo di attrazione di lavoro qualificato da altri paesi, quando invece la Gran Bretagna, la Germania o l’Olanda accolgono  ogni anno professionals stranieri (italiani inclusi) offrendo stipendi competitivi e prospettive di crescita professionale.

Diciamo le cose come stanno. L’Italia deve tornare a crescere, altrimenti non c’è trippa per gatti.

E non sarà certo la CGIL a portare nelle tasche dei nostri lavoratori una ricchezza che non produciamo. Al contrario, se vogliamo far ripartire il paese, serve fare l’esatto contrario di quello che sostiene la CGIL – serve liberalizzare in modo coraggioso il mercato del lavoro per consentire alle nostre imprese di perseguire le proprie iniziative industriale in un’ottica di efficienza.

Quando il ministro Elsa Fornero dice che occorre «scardinare» l’attuale situazione di stallo, ci auguriamo che intenda proprio questo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “In Italia si guadagna poco e si cresce anche meno ma ai sindacati non interessa”

  1. creonte scrive:

    di certo non interessa agli imprenditori italiani che puntano unicamnete ad appalti pubblici interni… così non può crescere un paese.

    Nokia o Samsung non sono italiane, infatti

  2. Francesco Manzella scrive:

    Per bontà d’animo, tutte le ricette a priori sono degne di essere vagliate, approfondite e se è il caso attuate, un fattore invalicabile deve essere preso in considerazione, ossia che la vita di ogni persona deve essere degna e dignitosa a prescindere dal merito, tenendo alta la guardia affinchè tutto ciò non scada in un’atavica alimentazione del parassitismo.
    Se partiamo da questo presupposto, ci potrà essere secondo me un giusto equilibrio tra sviluppo economico e demografico, perchè per una giusta e prospera crescita di un paese un elemento non può prescindere dall’altro.

    Francesco Manzella
    Villa Vicentina (UD)

  3. thjuss scrive:

    Qualche settimana fa, anche un altro webmag, the Fielder, aveva trattato la questione con un articolo sulla situazione salariale in Italia. Direi che la visione sia similare:
    http://thefielder.net/07/02/2012/salari-problematiche-e-proposte/

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