– Io non voglio necessariamente un posto fisso, preferisco lavorare, guadagnare e realizzarmi per poter scegliere.

Non voglio dal pubblico garanzie ridicole ed insostenibili ma solo opportunità: so bene che quando il controllore è anche il controllato, allora c’è qualcosa che non va. Voglio fortemente che il controllore (Stato) favorisca merito e legalità, competizione e concorrenza erga omnes: che spenda pochi soldi per cose vere (modernizzazione della giustizia, ammortizzatori sociali efficaci, investimenti proficui in capitale umano…) e che favorisca il buon funzionamento dell’accesso al credito per imprese e famiglie.

Non vorrei mai contribuire con le mie tasse, pagate grazie al reddito prodotto, ad uno stato che vive a debito alimentando una folle spesa pubblica, saccheggiando generazioni future di stabilità e dignità. Mi verrebbe così voglia di sporgere denuncia per concorso esterno in associazione statalista contro chi amministra -pro tempore- la cosa pubblica.

Il dramma italiano ha un nome preciso: mancanza di crescita, poca creazione di ricchezza, bassa produttività, poche opportunità premiate: ogni sforzo – condiviso – dovrebbe tendere ad innescare un processo di sviluppo virtuoso e duraturo. Ma in che modo? con più o meno competizione? Con più o meno aperture delle rendite acquisite al mercato? Con più o meno merito da premiare per capacità e non relazioni?
Io faccio parte di quelle poche persone in Italia che privilegiano le prime risposte alle seconde (perché ce lo insegna la storia, l’evidenza empirica e pratica ed il buon senso).

Per questo, anche e soprattutto il sistema bancario andrebbe liberalizzato, aperto, e andrebbero rotti oligopoli nefasti. Non è più possibile sostenere – in buona fede – che allargare la concorrenza e le opportunità per gli esclusi sia sbagliato, o che aprire alla competizione monopoli dannosi tendendo a premiare il merito dei volenterosi sia uno sforzo inutile. Liberalizzare l’Italia vuol dire offrire al consumatore-cittadino la possibilità di scelta sulla base di più offerte; significa consentire al giovane di poter entrare nel mondo del lavoro subito e non dopo una corsa ad ostacoli fino ai 30 anni ed oltre.

Liberalizzare contribuisce ad abbassare i prezzi e migliorare i servizi offerti: vivo nel 2012 e posso comprare due biglietti aerei in tre minuti spendendo la metà rispetto al treno. E gran parte dei costi sarebbero tasse. Potrei farlo usando un servizio internet che non sarebbe mai esistito a questi prezzi se fosse rimasto il monopolio Telecom, ricevendo anche sms di conferma che, sempre se Telecom fosse rimasta monopolista, sarebbero costati un’enormità.

Vivo nel 2012 e penso a tante categorie di italiani poco europei: Benzinai senza benzina, Tassisti senza taxi, Postini senza posta, Avvocati e Notai senza studio, Giornalisti senza giornali, Ferrovieri senza treni, Commercianti senza negozi, Farmacisti senza farmacie…

Vivo nel 2012 e conosco un amaro primato italico: quello del numero di giovani inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (i Neet: Not in Education, Employment or Training)

Vivo nel 2012 e so bene che un intero modo di pensare, un’intera mentalità sono arrivati – finalmente – alla fine: continuare così non è più possibile. Illudere ragazze e ragazzi che potranno godere degli stessi privilegi della generazione dei padri significa solo prolungare l’inganno che ci ha “regalato” la realtà in cui, oggi, siamo tutti costretti a vivere.

Vivo nel 2012 e penso che occorra spiegare che il lavoro è un dovere piuttosto che un diritto, un dovere da conquistare, per realizzarci e consentire di vivere con dignità. E’ una delle più importanti lezioni che ho imparato nella vita, partendo dalla mia famiglia. L’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società a termine e dunque decadente e povera. Certo, ci sono i diritti sul lavoro – ed in Italia il quadro normativo è drammaticamente vetusto ed inefficace – ma il lavoro non si crea dal nulla: la ricchezza la producono essenzialmente le persone che lavorano nelle imprese, ed agevolarne la crescita è quanto un cittadino del 2012 credo debba avere massimamente a cuore – secondo merito e legalità – da parte di chi amministra la cosa pubblica.

Vivo nel 2012 e conosco storie di successo che sarebbero state impensabili senza gli strumenti della tecnologia e la moltiplicazione delle opportunità offerte dal mondo globale. Sviluppare con cura un’idea, pensare ad un pubblico internazionale e cercare i propri collaboratori sia in Italia che all’estero, sfruttando anche i social network, è una scelta che premia giovani ingegneri italiani di software e giovani ragazze imprenditrici.

Bisogna imparare anche da storie di successo: oltremanica, una giovane scrittrice rifiutata da tutti gli editori ha scelto di pubblicare il proprio lavoro (Switched – Il segreto del regno perduto) in formato e-book, ed ha raccolto, con gli interessi, quel successo che non avrebbe forse mai raggiunto per via “tradizionale”. Così anche gli editori cartacei si sono accorti del suo valore, e hanno deciso di puntare su di lei, premiandola con convinzione.

Vivo nel 2012 e quando leggo di sgrammaticate analisi economiche in difesa di interessi di categoria e mercati dalla competizione mi chiedo: il protezionismo arricchisce? C’è qualche società che si è mai globalmente arricchita chiudendosi al resto del mondo? No.

Ricordo la frase del giurista Oliver Wendell Holmes che recita così: “Le tasse sono il prezzo che si deve pagare per una società civilizzata.” Il prezzo, però, varia di paese in paese e in Italia la civiltà si paga cara e di “civiltà fiscale e debito” si muore. In Europa il nostro paese continua a guidare la classifica dell’indice di carico fiscale complessivo per le aziende con un peso pari al 68,6% dei profitti commerciali, generato da imposte e oneri contributivi, rispetto a una media europea del 44,2% e mondiale del 47,8%.

Gli amari primati non finiscono qui: il bel paese presenta infatti una burocrazia farraginosa e inefficiente. L’Italia risulta poco appetibile per eventuali investitori stranieri ed impone un vero e proprio salasso a chi ha già avviato un’impresa. Fra i paesi sviluppati, il nostro riesce a superare solamente la Grecia e si colloca addirittura all’ottantesimo posto su scala mondiale per difficoltà di sviluppo imprenditoriale. Ci vuole un cospicuo livello iniziale di capitale e, di conseguenza, c’è bisogno di credito. Anche qui, non ci sono segnali positivi: l’oligopolio bancario e la legislazione nazionale sulla bancarotta non incoraggiano le banche a dare fiducia alle imprese.

Se il mercato bancario italiano fosse più aperto, anche a banche straniere, queste potrebbero offrire credito a imprese e famiglie italiane. Aprire ancora alla competizione, appunto; facilitando l’accesso al mercato italiano di banche competitive non solo creeremmo la concorrenza operativa che forzerebbe le nostre a diventare più efficienti, ma offriremmo alle imprese sane un migliore accesso al credito per premiare le loro idee, a patto che siano fondate, e alle famiglie e alle persone più ambiziose una maggior libertà nei loro progetti di vita. Riformare un Paese in declino vuol dire ovviamente farlo anche nel mercato del credito.

Temo che finché questo Paese non premierà merito ma relazioni, non legalità ma forconi avremo vita difficile tutti, e tanti improbabili narratori e simpatici grilli opportunisti avranno buon gioco a segnare punti sulla lavagna del bar dello sport nella testa delle persone.

Trent’anni fa la distanza si calcolava in chilometri, oggi in ore. Da Milano a Berlino in aereo ci vogliono due ore scarse. E costa come andare da Milano a Bologna in treno. Quindici anni fa le compagnie low cost non c’erano. Ad ogni viaggio bisognava cambiare moneta e riferimento. Alla frontiera il treno si fermava e ti chiedevano i documenti (a volte ti controllavano anche il bagaglio). Non potevi avere notizie in tempo reale dall’Italia. Non c’erano giornali online, non c’era la tv in streaming. Potevi solo comprarti il giornale, ma di due giorni prima, e nel caso telefonare a casa (dalla cabina) al prezzo di una pizza. Fino a vent’anni fa non potevi neppure mandare un sms da un paese all’altro.

Sostenere persone competenti, oneste ed impegnate a ridurre il pletorico perimetro dell’azione pubblica potrebbe e dovrebbe essere la missione unificatrice del riscatto dei nati dagli anni ’70 in poi per tornare a giocare la sfida globale della crescita e dello sviluppo con carte credibili ed ottimismo fondato sulle proprie forze e sulle proprie responsabilità, senza alcuna delega ad improbabili demiurghi statali. Basta, una volta per tutte, con questa pretesa di accompagnarci (e, da parte nostra, di essere accompagnati) dalla culla alla tomba; anche perché nell’Ade della decrescita ci hanno trascinati già.

Vivere nel 2012 vuol dire, per tutti, comprendere appieno la propria realtà e guadagnarsi il benessere ereditato, che non è un regalo o una rendita acquisita, anzi, il contrario.

Facciamoci virus portatori sani di merito e legalità: giochiamocela con i buoni esempi da moltiplicare. E, se ci manca fantasia, pensiamo ai nostri nonni e padri nel dopoguerra, ed al loro “miracolo” di crescita e trasformazione dell’Italia.

“…migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.” (L.Einaudi)