Ma i giochi per Sarkozy sono ancora più che aperti

– Il direttore de L’Express Christophe Barbier ha provato a richiamare alla prudenza quelli che pensano che l’esito dell’elezione presidenziale in Francia sia segnato.

Nel 1981 nello stesso periodo, ricorda Barbier, non vi erano dubbi: Valery Giscard d’Estaing sarebbe stato rieletto. Anche nel febbraio del 1995 i giochi sembrano fatti; Edouard Balladur avrebbe vinto facilmente. Sappiamo come è andata a finire. Giscard fu sconfitto da Mitterand e Balladur fu eliminato al primo turno.
Chi pensa che Sarkozy si possa rassegnare alla sconfitta, nonostante i sondaggi, non fa i conti con il carattere di un uomo che riesce a dare il meglio di sé proprio nei momenti difficili.
Il discorso che Sarkozy ha pronunciato domenica scorsa a Marsiglia davanti ai suoi sostenitori ne è la riprova.

Ispirandosi alle “memorie di guerra” del Generale De Gaulle, lui, francese di sangue misto, ha cominciato con una lunga dichiarazione d’amore alla Francia. Per ben 133 volte in 55 minuti ha ripetuto le parole Francia o francesi, mentre non ha pronunciato una sola volta le parole destra o sinistra, categorie oramai del passato remoto.

In un paese in cui “securité sociale“, “assistance publique” e “education nationale” rappresentano tre dogmi su cui si regge il modello francese, Sarkozy ha rivendicato il coraggio di scelte dolorose ma necessarie. Ricordando che lo Stato non può fare tutto, Sarkozy ha rimarcato di aver portato a termine, dopo venticinque anni di sterili discussioni, scioperi e proteste, la riforma delle pensioni, di aver abolito la “taxe professionnelle” (l’equivalente della nostra Irap) per ridare competitività al sistema economico francese e limitare le delocalizzazioni, di aver creato strumenti come Oseo per finanziare la crescita e l’innovazione delle piccole e medie imprese, di aver snellito la burocrazia, di aver incentivato fiscalmente le imprese che assumono giovani entro i 30 anni o senior sopra i 45, di aver imposto il servizio minimo garantito nei trasporti in caso di scioperi. E anche di aver potenziato il sistema universitario francese per renderlo più competitivo a livello internazionale e di aver cominciato a riformare la giustizia.

Ha creato la RSA, una sorta di salario minimo garantito per aiutare le persone più bisognose e prive di risorse. Ma ha anche dovuto registrare delle sconfitte: nonostante le promesse, non è riuscito ad evitare la chiusura delle acciaierie Mittel di Gandrange, ha dovuto rinunciare allo scudo fiscale che sanciva che l’ammontare delle tasse versate all’erario non poteva superare il 50% delle somme guadagnate.

Sarkozy vi ha dovuto rinunciare per i vincoli di bilancio, come ha dovuto rinunciare alla soppressione dell’Isf (l’imposta sulla fortuna) anche se è riuscito ad esentare i patrimoni compresi tra gli 800 mila euro e 1.2 milioni di euro precedentemente colpiti. La ferma opposizione della “Francia rurale” gli ha impedito di liberalizzare gli orari di apertura dei negozi; il consiglio costituzionale ha bocciato la “taxe carbone” con cui si intendeva penalizzare chi produceva emissioni di Co2.

La legge Hadopi contro la pirateria telematica ha dato risultati molto modesti e la diminuzione dell’Iva nella ristorazione (da 19.6% a 5.5%) ha causato minori introiti all’erario per 2.4 miliardi di euro e dal punto di vista occupazionale sono stati creati 35 mila nuovi posti di lavoro contro i 40 mila attesi, tanto che a partire dal 1 gennaio l’aliquota é stata portata al 7%.

Nel bene e nel male Sarkozy ci ha sempre messo la faccia, assumendosi la responsabilità degli insuccessi. Un’attitudine ben diversa da quella dei suoi precedessori che erano soliti scaricare le colpe sui loro primi ministri.
In campo sociale va ricordato che Nicolas Sarkozy, come ministro dell’interno, represse con decisione la rivolta delle banlieues, e come Presidente della Repubblica ha denunciato i limiti del modello francese d’integrazione e del multiculturalismo, impegnandosi tuttavia per rispondere a situazioni potenzialmente pericolose che favorivano l’avanzata del Front National.

E’ stato il primo presidente ad aprire alla “diversité“, inserendo nel primo governo Fillon tre donne di origine straniera; Rachida Dati, Rama Yade e Fadela Amara. I risultati non sono stati pari alle aspettative ma il segnale è stato chiaro; anche i francesi d’adozione fanno parte a pieno titolo della République e possono ambire alle cariche più prestigiose.

La lotta contro il degrado delle banlieues e contro la criminalità è stata condotta con un discreto successo.
Sarkozy ha rilanciato il valore della laicità positiva “pietra angolare della République”, ribadendo la sua ferma opposizione a tutte le forme di comunitarismo.

Polemizzando con i socialisti ha ricordato che in Francia vi sono forze politiche pronte ad ogni compromesso. L’allusione era rivolta a Martine Aubry che, come sindaco di Lille, si era dichiarata pronta a modificare gli orari di apertura delle piscine pubbliche per permettere alle donne musulmane di accedervi al riparo da occhi maschili. Il nuovo patto repubblicano voluto da Nicolas Sarkozy e Jean François Copé prevede l’assoluta neutralità degli spazi comuni a tutti i cittadini rispetto alle religioni.In Francia – ricorda Sarkozy- non vi sono piscine pubbliche per sole donne, come non vi sono menu halal o kosher nelle mense scolastiche, così come non ci si può rifiutare di far curare la propria moglie da un medico di sesso maschile“.

Il burqua è  stato vietato perché segno di sottomissione e di umiliazione della donna; al tempo stesso, però, il governo è venuto incontro all’esigenza dei musulmani di creare nuovi luoghi di culto, prevedendo speciali finanziamenti, affitti di lunga durata con possibilità di riscatto ed agevolazioni fiscali in cambio di un controllo rigoroso della provenienza di finanziamenti stranieri (si temono incursioni gli integralisti) e della cessazione dell’occupazione delle strade.

Non va poi sottovalutato il bilancio in politica estera, dove Sarkozy è riuscito a dare centralità alla Francia in diverse occasioni.

A partire dall’ostinazione mostrata per convincere gli alleati riottosi ad impegnarsi contro la feroce dittatura del colonnello Gheddafi e nella determinazione con cui ha contribuito a sventare il putsch elettorale di Laurent Gbagdo consentendo al presidente democraticamente eletto, Alassane Ouattara, di potersi insediare alla testa della Costa d’Avorio. Con la firma del trattato di Lisbona il 19 ottobre 2007, riuscì nell’intento di scongiurare la morte politica dell’Europa, dopo che i francesi avevano bocciato la costituzione europea nel referendum del 2005.

Contro la repressione siriana e le minacce iraniane, la posizione di Parigi è sempre stata della massima fermezza, senza alcuna ambiguità.
Non vanno dimenticate la gestione della crisi georgiana e le misure proposte in maniera tempestiva per arginare la crisi delle banche durante la sua presidenza dell’Unione Europea nel 2008. In quell’occasione Sarkozy riuscì a mettere d’accordo Gordon Brown e Angela Merkel.

E ancora la lotta contro i paradisi fiscali, contro le speculazioni finanziarie, la proposta di introdurre la tassa sulle transazioni finanziarie per obbligare la finanza a riparare, sia pure in maniera parziale, ai danni compiuti.
Si può criticare sicuramente Sarkozy per le cose che non ha fatto o che avrebbe dovuto fare. Non ho tuttavia la sensazione che François Hollande rappresenti un’alternativa valida; al di là delle enormi divisioni all’interno della gauche pluriel, quello che impressiona del candidato socialista è l’assoluta mancanza di polso e la sua scarsa conoscenza dei dossier internazionali.

Pronto ad assecondare i verdi che chiedono la chiusura di 24 reattori nucleari, Hollande, a conferma del suo stato confusionale, tende a smentire la sera ciò che ha affermato al mattino, sia che si parli di quoziente familiare, di fiscalità, di politica estera o di immigrazione. Un editorialista de Le Figaro stigmatizzando questa attitudine ha scritto che “non si può far finta di essere Thatcher a Londra e Mitterand a Parigi” alludendo agli strali con cui il candidato socialista ha ricoperto il mondo della finanza nel suo primo discorso di campagna, salvo poi moderare i toni in un’intervista al Guardian. Il carattere molle e l’insicurezza di Hollande potranno avere la meglio su Sarkozy? La risposta il sei maggio prossimo.


Autore: Andrea Verde

47 anni, laureato all’Università Bocconi di Milano in Economia aziendale, vive e lavora in Francia da oltre vent’anni. E’ stato responsabile del budget e del controllo di gestione della Polimeri Europa France, é giornalista indipendente, collabora attualmente con GBS Engeneering ed é membro del consiglio direttivo della No.Gaf. (Nouvelle Generation Africaine pour la France)

2 Responses to “Ma i giochi per Sarkozy sono ancora più che aperti”

  1. Dario scrive:

    ma di che presidente democraticamente eletto della Costa d’Avorio parla questo articolo??? carissimi giornalisti ITALIANI lo ribadisco anche a voi di libertiamo per fare questo mestiere badate che non è sufficiente tradurre gli articoli dal Francese all’italiano e convincersi di aver fatto un buon lavoro ma bisogna informarsi prima di considerarsi informatori e per fare ciò se necessario bisogno andare sul posto di cui si scrive!! Quello che è successo in Libia ed in Costa d’Avorio sono la Vergogna in primis dell’Europa intera e nello specifico del governo di Sarkozy! e fidatevi che sarà proprio questa grande vergogna a determinarne la sconfitta elettorale. è di qualche settimana fa l’uccisione di un italiano in costa d’Avorio dalle forze armate di Ouattara che armati fino ai denti terrorizzano la popolazione in quanto i soldi che gli erano stati promessi per combattere Gbagbo( lui si Presidente democraticamente eletto della Costa d’avorio) non li sono stati versati! ora se arrivare al potere ammazzando più di undicimila persona è qualche cosa di democratico allora non posso che essere d’accordo con questo articolo!

  2. creonte scrive:

    forse se non fossimo intervenuti in Libia, avremmo potuto far qualcosa di più in Siria… fatto sta che non so come i francesi valutano la diarchia francotedesca che prevede libertà di politica estera per la prima e dittatura economica interna per la seconda.

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