The Iron Lady/6. Anche i liberali possono vincere, se sanno come fare

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

Chiunque andasse al cinema a vedere The Iron Lady con l’aspettativa di assistere a un film politico rimarrebbe deluso. Malgrado la pellicola vanti una Meryl Streep da Oscar, per qualità siamo ben lontani dal machiavellico ritratto di Andreotti ne Il Divo o dal Churchill intento a salvare l’Europa dal nazismo nel bellissimo Into The Storm. La trama, che pure non è conforme alla rigida logica biografica, è tuttavia in grado di offrire alcuni velati spunti di riflessione squisitamente politici.

Anzitutto, per comprendere oggi il fenomeno Thatcher non si può prescindere da alcuni quesiti: come ha fatto la figlia di un droghiere a diventare premier britannico, ottenendo ben tre mandati consecutivi? Come è riuscita a diventare la prima donna nel ruolo di primo ministro in Occidente e al contempo la donna più odiata al mondo? Come ha potuto farsi largo in un Partito Conservatore a predominanza maschile, ad ottenere la candidatura, a reggere ai tumulti, agli attentati, alle critiche?

L’esperienza di governo della lady di ferro, astenendosi dall’attribuirle un qualsiasi giudizio di valore, non può che confermare una profonda verità sulla natura del potere e su come esso viene esercitato in politica. Tale successo altrimenti inspiegabile può essere compreso solo tenendo conto del ruolo di primaria importanza che il carisma personale e la capacità di creare una narrazione e una rappresentazione collettiva hanno rivestito durante il suo percorso politico.

Come del resto Edmund Burke, padre del conservatorismo britannico, Margaret Thatcher sapeva che la natura umana non è interamente razionale e la massa di elettori chiamata alle urne per decidere a chi affidare le sorti del paese rispecchia del tutto quella natura, mossa com’è dagli umori, dalle credenze infondate, illusa dalle false promesse di un progressismo messianico che crede nello Stato come in un dio e nei burocrati come nei sacerdoti della sua religione civile.

Per arrivare in cima, la lady di ferro ha incarnato il Principe machiavelliano, molto più di qualsiasi altro leader dello scorso secolo. Ha saputo agire da “golpe et lione”, cavalcando il patriottismo inglese con una guerra di cui è riuscita a decifrare il valore politico e che le è valsa un’insperata rielezione quando tutti la davano ormai per sconfitta. Ha saputo arringare le folle con discorsi memorabili, divenire l’emblema della borghesia che lavora sodo senza pretendere sussidi da quello stesso Leviatano che le mette i bastoni tra le ruote. Ha saputo guardare al lungo periodo nell’operare tagli drastici alla spesa pubblica ed aprire la stagione delle privatizzazioni, rinunciando ad un consenso facile e immediato per ricavarne un grande tornaconto negli anni del boom economico come responsabile e protagonista di quel rinnovato benessere.

Se da un lato il fenomeno Thatcher, reso possibile quasi per caso dall’arguzia di una donna unica nella storia, può fungere da riprova della veridicità delle tesi liberali più diffidenti nei confronti della politica e delle derive oclocratiche della democrazia, dall’altro è la testimonianza che il potere ideologico esercitato dalle narrazioni politiche dello Stato taumaturgo può essere sconfitto da una figura liberale altrettanto carismatica e in grado di orientare il sentire comune.

Il guaio del nostro tempo non è la democrazia in sé, ma il dominio esercitato da elites che per garantirsi un ampio consenso fanno leva sulle debolezze che abitano da sempre l’animo umano, da ben prima dell’instaurarsi dei regimi democratici.

La politica è la rappresentazione di una società e nessun paese ha mai conosciuto governo migliore o peggiore di quello che più si meritava in un dato momento storico. Quando a vincere sono il qualunquismo e l’antipolitica, la miopia e la disinformazione, dovremmo chiederci se è nella disgraziata e inevitabile natura delle cose prendere tale piega o se forse i predicatori che critichiamo hanno capito più di noi cos’è il potere e come si fa politica.

Per questo la realpolitik in cui Maggie è stata maestra dovrebbe, oggi più che mai, ispirare l’azione politica di quelle forze liberali che troppo spesso vengono tradite da un approccio ingenuo e poco pragmatico, come quello di chi vuol fare politica pretendendo di non doversi sporcare le mani.

Nella stessa serie

  1. The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone
  2. The Iron Lady/2. La Thatcher fu ‘iron’ perchè ‘lady’ di Simona Bonfante
  3. The Iron Lady/3.  Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi di Marco Faraci
  4. The Iron Lady/4. Tenne le Falkland, e lo rifarebbe, perchè glielo chiesero i suoi abitanti di Stefano Magni
  5. The Iron Lady/5. In Italia faceva più paura ai moderati che ai comunisti di Umberto Mucci

Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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