Condanna sui respingimenti, l’ultimo capitolo della “repubblica degli ultras”

- La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo (CEDU) ha condannato l’Italia per i respingimenti di immigrati verso la Libia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti, l’impossibilità di ricorso e il divieto di espulsioni collettive.

La sentenza è estremamente interessante per tre ordini di motivi: giuridico, morale e politico.
Da un punto di vista giuridico, è la prima volta che il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare è equiparato alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio. E ciò indubbiamente costituisce un deciso rafforzamento per la tutela giuridica dei diritti fondamentali, in quanto garantisce un effettivo accesso all’asilo.
Inoltre, i giudici hanno evidenziato l’obbligo dell’Italia di non rinviare forzatamente le persone in paesi dove potrebbero essere a rischio di persecuzione o di subire un danno grave, cosa che nel caso in argomento era purtroppo assai più che un teorico rischio, visto che la Libia non offriva ai richiedenti asilo un’adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove potevano essere perseguitati o uccisi.

Questo inciso è particolarmente significativo anche alla luce di una recente sentenza (20 settembre 2011 – C/411/10 e C-493/10) della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha stabilito che uno Stato membro europeo non può trasferire un richiedente asilo verso lo Stato membro competente (ai sensi della normativa comunitaria) quando in tale Stato membro le carenze sistematiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza costituiscono seri motivi per ritenere che il richiedente corra un rischio reale di subire trattamenti inumani o degradanti.

Pertanto, se la verifica del rispetto dei diritti fondamentali deve essere effettiva e concreta e non già basata su una presunzione assoluta di conformità per uno stato membro dell’Unione, a fortiori ciò deve essere valido per altri Paesi notoriamente meno sensibili in tema dei diritti umani.

Difatti, da un punto di vista morale (e religioso per i credenti), al di là della esistenza di un preciso obbligo giuridico che ora la CEDU ha creato in materia con l’estensione della tutela prevista dalla Convenzione, non può non riconoscersi la responsabilità di coloro che compiono l’outsourcing delle politiche di immigrazione, al deliberato scopo di eludere maliziosamente la disciplina costituzionale posta a tutela dei diritti fondamentale.

D’altronde, già nel settembre 2010 scrivevamo che

“l’accettazione consapevole dei rischi sopra citati (tra cui, un drastico abbassamento del grado di protezione dei diritti umani fondamentali dei migranti, talvolta indotti a drammatici “caldi” rimpatri attraverso il deserto) dovrebbe indurre a interrogarsi sulla nostra responsabilità morale e politica, poiché non possiamo fare finta di non sapere cosa significhi in concreto la cooperazione con la Libia per una moltitudine indefinita di uomini e donne, che, talvolta, hanno l’unica colpa di fuggire un terribile presente. In definitiva, delegare ad altri il lavoro sporco non ci rende meno colpevoli”.

Infine, da un punto di vista politico, si può osservare che la stipula del famigerato Trattato di Amicizia ha costituito emblematicamente il punto di non ritorno della deriva populista e illiberale della vicenda politica berlusconiana e, più in generale, uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana.

Eppure, vale la pena soffermarsi sulle ragioni di questo approdo, che non è un prodotto originario del pensiero politico berlusconiano. Esso piuttosto rappresenta il più alto prezzo politico pagato al reale funzionamento di un ordinamento costituzionale gravato dall’ipoteca in favore delle ali estreme, che nel centro destra si è tradotto, appunto, in un progressivo imbarbarimento delle politiche di immigrazione e sicurezza (mentre a sinistra nell’irrigidimento in difesa del conservatorismo sindacale e giudiziario).

Queste sono le ragioni per le quali, se in futuro vorremo evitare di subire una vergogna analoga, sarà opportuno che questo periodo di decantazione, o di rigenerazione, politica, sia rivolto alla definizione di una nuova governance politica, che abbia il compito di ridimensionare la nociva influenza per la vita pubblica delle componenti più estreme, rimettendo quindi in funzione una serie di meccanismi, anche mediatici, idonei a ricostruire un tessuto civile, morale, giuridico ed economico gravemente lacerato negli anni di quella che poterebbe essere definita la Repubblica degli Ultras.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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