The Iron Lady/5. In Italia faceva paura più ai moderati che ai comunisti

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

Il Thatcherismo è stato dagli anni ’80 in poi una inconfessabile attrazione e allo stesso tempo minaccia per la classe dirigente italiana che lo studiava, i media che lo veicolavano e la (ridotta) opinione pubblica che di esso veniva (male) informata. A sinistra se ne parlava azzerandone i pregi ed esaltandone i difetti: ma paradossalmente era fuori dal perimetro comunista che la lady di ferro metteva più paura. Una volta capita – grazie al Giornale di Montanelli, il solo che le rendeva merito – la grandezza delle sue idee, del suo carattere, del suo coraggio e del suo carisma, chi aveva un ruolo nella politica “moderata” italiana considerò la Thatcher l’esempio di come si dovessero e si potessero riordinare i diversi aspetti del sistema italiano. Dalle riforme costituzionali alla legge elettorale, dalla politica economica a quella industriale fino ad un rinnovato orgoglio nazionale, ella era portatrice di una rivoluzione liberale di destra che avrebbe pericolosamente fatto da punto di riferimento per l’elitario status quo italiano, non abituato né pronto a farsi dettare la linea dalla figlia di un droghiere di un piccolo paesino britannico. Negli anni ’80 anche l’Italia ebbe un fenomeno femminile che (in parte) ne rivoluzionò la politica: era Cicciolina, e tanto basta a spiegare la siderale distanza politica tra i due paesi lungo quel decennio.

Geograficamente ed economicamente, invece, l’Inghilterra era molto più vicina: come fare, quindi, per togliersi dalle scatole questo pericoloso paragone di successo, frutto di un vero bipolarismo e di elezioni che premiavano l’attuazione di un programma sul quale si erano presi i voti? I “moderati” italiani decisero di scomporre i pezzi di un puzzle che era forte per la compattezza, la concretezza e la coerenza tra idee e azioni. Ci si affannava a spiegare perché le ricette Thatcheriane non andavano bene nello stivale: dove mancava il coraggio si diceva che invece mancasse il clima; dove serviva decisionismo si evocava un presunto attacco alla costituzione e al centralismo parlamentare; ai brillanti risultati economici della Thatcher si rispondeva che il deficit spending italiano era portatore della pace sociale; al benefico effetto per la coesione nazionale della vittoria nelle Falkland e al fermo atlantismo di Maggie si replicava con la tartufesca pseudoequidistanza di chi scambiava la propria posizione geopolitica con un conveniente lasciapassare per fare da leva con i propri stessi alleati tenendo spesso le mani libere.

L’economia monetarista che permise alla Thatcher di portare Londra dall’inverno del discontento alle eccezionali performance della seconda parte degli anni ’80, dimostrava che ci volevano coraggio, solidità e fermezza di intenti per uscire dalle secche. In Italia queste tre caratteristiche semplicemente non c’erano: le logiche di populismo fomentate dalla legge elettorale proporzionale, da un sistema bloccato e dall’immobilismo politico portavano nell’unica possibile direzione della crescita del deficit, della concertazione come unico metodo, del lasciare che fossero gli italiani del futuro a pagare il conto. In Inghilterra si privatizzava, in Italia si allargava il perimetro delle partecipazioni statali. Il capofila dei monetaristi italiani era Antonio Martino, insieme al buon Sergio Ricossa, Gianni Marongiu e pochi altri. Ma il Partito Liberale Italiano, teoricamente naturale punto di caduta del Thatcherismo, ebbe nei confronti di esso un atteggiamento di chiusura, dovuto al fatto che i loro omologhi inglesi erano ferocemente penalizzati dall’assetto bipolare.

Gli anni ’80 italiani videro molti tentativi andati a vuoto sotto il profilo delle riforme istituzionali: due bicamerali e una “grande riforma” del PSI nacquero e poi si spensero, tutte – molto timidamente – suggerendo di muoversi nella direzione incarnata dalla lady di ferro e dal successo suo e dell’impianto istituzionale e politico della Gran Bretagna. Qualsiasi tentativo di rafforzare un esecutivo che non aveva pari in Occidente quanto a intrinseca debolezza rispetto all’organo legislativo (ma in realtà, rispetto ai partiti che ne decidevano in sede extraparlamentare le ripetute eutanasie) veniva passato sotto le forche caudine di estenuanti trattative destinate dall’inizio a fallire, impallinate da editoriali di fuoco contro il decisionismo, il sistema elettorale maggioritario, il presidenzialismo. Dannato era tutto ciò che rendeva gli altri Paesi liberi da una vita politica in perenne preda agli sbalzi d’umore di una malata democrazia sempre in gravidanza, che ogni 9 mesi partoriva un nuovo Governo dandogli per padrino il Tomasi di Lampedusa per cui tutto andava cambiato affinchè tutto restasse uguale.

Di uguale significato fu l’approccio che si volle dare alle novità apportate dalla Thatcher nel mondo delle relazioni industriali. Un Paese in cui la linea del partito laburista veniva da anni dettata dalle Trade Unions, stava sperimentando una vera e propria rivoluzione: era bastato aumentare la democrazia interna al sindacato, resistere alle inevitabili proteste dello status quo, e dare voce ai lavoratori stanchi e insoddisfatti della cupola che gestiva le Unions, per dare il segnale che tutto stava cambiando. Non lo capì Arthur Scargill, potentissimo capo dei minatori inglesi, per il quale nemmeno le miniere esaurite erano improduttive: era il perfetto avversario contro il quale dimostrare la proverbiale granitica risolutezza della Thatcher che infatti lo annientò, grazie a un braccio di ferro senza paragoni nella storia dell’Occidente. Qui in Italia, dopo la marcia dei 40.000 quadri FIAT organizzata nel 1980 contro il picchettaggio sindacale, la cosa che più si avvicinò al decisionismo di Maggie fu il decreto di San Valentino del 1984. Il decreto nasceva da un ddl decisamente più risoluto, che perse pezzi ed efficacia grazie alle solite infinite concertazioni. Craxi, allora Presidente del Consiglio, capì però che c’era spazio per una prova di forza. L’aspetto rivoluzionario del tutto non erano certo i due punti di scala mobile, quanto piuttosto la forma del decreto legge, contro il quale il PCI – spinto dalla CGIL – raccolse le firme al fine di sottoporlo a referendum abrogativo. Il referendum diede una leggera prevalenza di no, sebbene per il si avessero votato più italiani di quanti votassero per i promotori (tra i quali, secondo lo schema degli opposti che si incontrano, c’era il MSI di Almirante). Il Governo Craxi cadde, e alla fine più o meno tutto cambiò per tornare come prima.

Craxi, dicevamo. Craxi capì che era l’unico a potersi permettere di incarnare, anche in minima parte, l’aspetto del Thatcherismo più facile da trasportare, il culto della leadership. Solo quello, beninteso: Craxi si schierò con l’Argentina nella disputa delle Falklands, e quando gli venne richiesto negò decisamente che la Thatcher fosse per lui un modello. Più pragmatico che ideologico, capo indiscusso del suo partito, sufficientemente sbruffone e di un’intelligenza superiore alla media, Craxi pilotò il sistema politico e mediatico italiano fino a farsi intestare la patente italiana di decisionista e innovatore, che al 10 di Downing Street avevano ragioni di risiedere molto più che a Via del Corso. E tuttavia, beati monoculi in terra caecorum, la cosa funzionò. Attribuendosi “grandi riforme” presidenziali che non voleva e sapeva non sarebbero mai passate; usando lo strumento del decreto ma svuotandolo dei contenuti necessari; litigando con gli Stati Uniti a Sigonella dopo aver appoggiato gli euromissili, Craxi finì per giocare il ruolo del protagonista davanti allo schermo in un mondo politico “moderato” e democristiano che fino a quel momento aveva visto i leader sempre manovrare dietro le quinte: e bastò questo a farlo accostare a chi in Gran Bretagna non aveva alcun timore a dire quello che faceva e a fare quello che diceva, vincendo così tre elezioni consecutive e scardinando il fortino politicamente più maschilista dell’Occidente, il Partito Conservatore Inglese.

In conclusione, dal modo in cui i “moderati” italiani scientificamente trattarono il Thatcherismo possiamo dedurre che lo conoscevano benissimo: ne studiavano la rivoluzionarietà, il successo, il rigore, il coraggio. Erano tutte cose che li terrorizzavano, e fu per questo che invece di adottarlo lo descrissero come una barzelletta. Il mondo era ancora troppo piccolo per poterli smascherare, e la fecero franca.


Nella stessa serie

  1. The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone
  2. The Iron Lady/2. La Thatcher fu ‘iron’ perchè ‘lady’ di Simona Bonfante
  3. The Iron Lady/3.  Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi di Marco Faraci
  4. The Iron Lady/4. Tenne le Falkland, e lo rifarebbe, perchè glielo chiesero i suoi abitanti di Stefano Magni

 


Autore: Umberto Mucci

Nato a Roma nel 1969, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, ha un master in marketing e comunicazione. Si occupa di pubbliche relazioni in ambito di internazionalizzazione. Rappresenta in Italia l’Italian American Museum di Manhattan. Ha pubblicato per la rivista per italiani all’estero èItalia e per Romacapitale. Ha co-fondato e diretto la Fondazione Roma Europea.

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