– Il futuro dell’Italia dipende dai dirigenti del PD. Come ci insegna Peter Parker, lo zio dell’Uomo Ragno, «da un grande potere derivano grandi responsabilità»: ci si augura che dalle parti di Sant’Andrea delle Fratte ne siano consapevoli abbastanza da prendere le giuste decisioni.

Il governo tecnico lavora bene, pone le basi per una ripresa dell’economia e per un progressivo allontanamento dalla cultura carcerario-farsesca del passato. Il prossimo anno però andremo a votare; toccherà ai cittadini decidere se continuare sulla strada virtuosa dell’investimento nel futuro o abbandonarla in favore di quel misto di amore per le illusioni e ricerca della gratificazione istantanea che ci stava conducendo in pessime acque appena qualche mese fa.

Il Terzo Polo ha espresso in maniera unanime l’auspicio che l’esecutivo Monti, o uno di simili caratteristiche e caratura, continui a portare l’Italia fuori dalla palude nel quinquennio 2013-2018. L’agenda di riforme – in primo luogo giustizia civile, mercato del lavoro, istruzione, mercati dei prodotti e dei servizi – è lunga e non si può pensare di arrivare alla fine in un annetto; meglio che la politica dei partiti faccia un passo indietro ancora per un po’, finché gli interventi strutturali non saranno conclusi e i relativi guadagni in via di consolidamento.

Su questa strada si può incontrare quella parte del PDL che non è compromessa privatamente con l’ex Presidente del Consiglio, soprattutto tra coloro che un po’ ancora credono alla rivoluzione liberale da lui promessa nel 1994 e mai realizzata. Non basta, però. È necessario incontrare anche la parte del PD che si riconosce più in Alesina, Giavazzi e Ichino che in Fassina; sostenitori della corrente politica riformista, che però in questo momento hanno limitato potere decisionale.

Se i democratici partecipassero al fronte del buon senso, il secondo governo Monti si potrebbe fare; le ricadute positive non sarebbero solo sull’economia ma anche sulla politica, perché finirebbero per perdere di rilevanza e legittimità tutte le opposizioni populiste, da La Destra al Movimento Cinque Stelle, che sono invece state sdoganate negli anni del dibattito arrabbiato e illetterato. Si preparerebbe il terreno per ridefinire, una volta ritornati su un sentiero di sviluppo sostenuto, le categorie di destra e sinistra.

L’altra scelta è suicida. Se il PD provasse a vincere le elezioni nella configurazione di Vasto, a fianco di IdV e SEL, si aprirebbero due possibilità. Uno: se fallisse il piano, il Paese con ogni probabilità non avrebbe una maggioranza di governo chiara, aprendo la via a deboli intese di breve termine non capaci di fondare un percorso di riforme, nonché a un senso d’incertezza e di scontento dove potrebbero mettere radici ancora più profonde gli urlatori di tutti i colori con deliri di volta in volta forcaioli, complottisti, xenofobi. Due: se invece la sinistra vincesse, si arriverebbe nella migliore delle ipotesi ad un fallimento rapido della coalizione di governo, come ai tempi dei veti di Rifondazione Comunista, e poi di nuovo alla confusione di cui sopra. Nella peggiore, si comprometterebbe il lavoro del governo Monti nel nome di malintesi ideali socialisti: nei fatti essi non potrebbero che tradursi in rigidità insostenibile del mercato del lavoro, crescita della spesa pubblica, mano pesante dello Stato nelle attività economiche, annessa inevitabile inefficienza delle stesse. Insomma perdita di un’ulteriore (forse dell’ultima) occasione per uscire dalla lunga fase di stagnazione.