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The Iron Lady/4. Tenne le Falkland, e lo rifarebbe, perchè glielo chiesero i suoi abitanti

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

Quando è uscito nelle sale italiane “The Iron Lady”, la sua ricostruzione della guerra delle Falkland è apparsa subito al pubblico sotto una luce di tetra attualità. In questi mesi, infatti, l’Argentina sta ricominciando a fare la voce grossa. Un misto di volontà di potenza del peronismo, ambizioni politiche della “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner e interesse strategico ad accaparrarsi le risorse energetiche, fa sì che Buenos Aires torni a sfidare apertamente il Regno Unito. Le Falkland sono di proprietà della corona britannica dal 1833. Gli Argentini, che le chiamano Malvinas, rivendicano un decennio di loro possesso delle isole, precedente alla definitiva occupazione inglese. Tuttora è motivo di disputa fra storici l’anno e l’autore della scoperta di questo arcipelago, a cavallo fra l’Atlantico del Sud e i mari antartici. Ma una cosa è certa: salvo qualche rara eccezione, tutti e 3000 gli abitanti di quelle isole, fredde e inospitali, sono di origine inglese e scozzese, parlano l’inglese, eleggono i loro rappresentanti e intendono rimanere parte del Regno Unito. Nel 1982 Margaret Thatcher tenne conto soprattutto della loro volontà, quando le Falkland furono invase militarmente dall’Argentina, allora governata dalla dittatura militare di Leopoldo Galtieri.

La guerra delle Falkland, in Italia, è sempre letta attraverso una lente di simpatia per l’Argentina e di una certa antipatia per il Regno Unito. Vuoi per motivi di comunanza etnica, culturale e religiosa con il paese latino-americano, vuoi perché chiunque guardi un mappamondo non capisce mai perché quelle isole, a due passi dall’Argentina, debbano essere britanniche. Nel 1982 pochi diedero retta a quel che diceva la Thatcher, molti di più (cattolici, sinistra comunista e un bel pezzo di destra che si riconosceva più nella giunta argentina che non nel governo conservatore britannico) vedevano quella della “lady di ferro” come una campagna neocoloniale contro un Paese più debole. Il governo italiano, guidato da Giovanni Spadolini, fu il primo, assieme alla Spagna, ad abbandonare il fronte delle sanzioni CEE contro l’Argentina, ad appena un mese dall’invasione delle isole. Il risultato è che, trent’anni dopo, noi ancora non capiamo le ragioni di Londra in quel conflitto. E dunque non capiamo la politica estera della Thatcher, che si espresse pienamente, proprio in quelle decisioni cruciali prese nell’aprile del 1982.

La Thatcher, nella questione delle Falkland, si mosse seguendo coerentemente tre principi. Nella politica: autodeterminazione. Nella strategia: mai (più) ritirarsi. Nella morale: mai cedere di fronte a un’aggressione.

Autodeterminazione: è un principio che viene più e più volte rievocato da Margaret Thatcher nella sua autobiografia (“Gli anni di Downing Street”) per motivare l’intervento militare. Non c’è alcun pregiudizio territoriale alla base della difesa di isole così remote. La Thatcher confessa apertamente di aver preso in considerazione, sin dal 1979, l’idea di cederle all’Argentina, sotto forma di “leaseback”: una formula che avrebbe garantito agli abitanti delle Falkland di mantenere uno “stile di vita britannico” pur sotto la sovranità di Buenos Aires. Ma, scrive la Thatcher: «Come, in fondo, mi aspettavo, nessuno degli argomenti diplomatici in favore del ‘leaseback’ parve molto convincente agli abitanti delle isole. Non volevano avere niente a che fare con queste proposte. Non avevano fiducia nella dittatura argentina ed erano scettici sulle sue promesse. Ma c’era di più: volevano restare britannici. Lo esposero molto chiaramente a Nick Ridley (ministro del Commonwealth, ndr) quando li visitò due volte per rendersi conto dei loro desideri. Anche la Camera dei Comuni affermava a gran voce che la volontà degli abitanti dovesse essere rispettata. L’ipotesi del ‘leaseback’ fu cancellata. Io non ero disposta a imporre agli abitanti delle isole una sistemazione che era per loro intollerabile. E che neanche io, al posto loro, avrei tollerato».

Dopo l’invasione, la Thatcher riprese l’argomento dell’autodeterminazione durante il tentativo di mediazione di Alexander Haig, allora segretario di Stato americano. Alla sua proposta di trovare una soluzione di compromesso sull’amministrazione delle isole, la Thatcher rispose che: «Se gli abitanti delle Falkland avessero deciso di unirsi all’Argentina, il governo britannico avrebbe rispettato la loro scelta. Ma a sua volta il governo argentino deve essere pronto ad accettare un’espressa volontà degli abitanti di restare britannici». Pochi giorni dopo, nel suo discorso alla Camera dei Comuni, la Thatcher ribadì che: «La soluzione (della questione delle Falkland, ndr) deve salvaguardare il principio che i desideri degli abitanti delle isole devono avere la priorità assoluta. Non c’è ragione di pensare che preferirebbero un’altra alternativa piuttosto che il ritorno dell’amministrazione di cui godevano prima che l’Argentina mettesse in atto la sua aggressione».

E qui entra in gioco anche il secondo aspetto della politica estera della Thatcher, strategico: mai più altre ritirate britanniche dalla scena internazionale. «Il significato della guerra delle Falkland fu enorme – scrisse la “lady di ferro” nella sua autobiografia – tanto per la fiducia della Gran Bretagna in se stessa, quanto per il suo prestigio nazionale nel mondo. Fin dal fallimento della spedizione di Suez nel 1956 la nostra politica estera era stata tutta una lunga ritirata. La tacita convinzione dei governi britannici, così come di quelli stranieri, era che il nostro ruolo nel mondo fosse condannato a perdere progressivamente di importanza. Eravamo ormai considerati dagli amici e dai nemici come una nazione a cui mancava la volontà e la capacità di difendere i propri interessi in pace e a maggior ragione in guerra» Questo ragionamento non è tanto da intendersi come una difesa estrema di un Impero (che non c’era già più nel 1982), né di una irrealistica volontà di riconquistarlo, quanto di una battaglia condotta nel nome di un principio di legalità internazionale, di cui il Regno Unito si fa portabandiera. «La questione è assai più ampia di una semplice disputa fra la Gran Bretagna e l’Argentina – disse la Thatcher a Haig, durante l’ultimo tentativo di negoziato con Buenos Aires – L’uso della forza per occupare un territorio conteso costituisce un precedente pericoloso. In questo senso, la questione delle Falkland interessa molti Paesi: la Germania, per esempio, a causa di Berlino Ovest; la Francia a causa dei suoi territori oltre mare, come la Guyana, di cui il Venezuela rivendica ampi territori. Noi in Gran Bretagna conosciamo per esperienza il pericolo di accontentare i dittatori».

Alla fine, è un principio morale che plasma tutta la politica estera della Thatcher: non cedere al Male, non accettare l’aggressione. Profondamente cristiana, cresciuta durante la Seconda Guerra Mondiale, entrata in politica seguendo le orme di Winston Churchill, subito dopo la vittoria, la “iron lady” non ha mai dimenticato l’umiliazione dell’appeasement con Hitler nel 1938, il primo passo verso il baratro. «Se non sappiamo affrontare l’Argentina fascista – le scriveva, per sostenerla, Laurens van der Post, scrittore sudafricano e suo amico – i sovietici si troveranno ancora più incoraggiati di quanto non siano ora a rosicchiare, con sempre nuovi atti di aggressione, ciò che rimane del Mondo Libero». E dunque: «Consentire all’aggressione e al Male significa essere in seguito complici di un’aggressione e di un Male ancora peggiori».

Nella stessa serie

The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone

The Iron Lady/2. La Thatcher fu ‘iron’ perchè ‘lady’ di Simona Bonfante

The Iron Lady/3.  Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi di Marco Faraci


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “The Iron Lady/4. Tenne le Falkland, e lo rifarebbe, perchè glielo chiesero i suoi abitanti”

  1. creonte scrive:

    non capisco la correlazione fra principi etici e rivendicazioni territoriali. Oltre al fatto che ai migliai di chilometri di distanza si dovrebbe sentir epiù vicini a quelli cdel contienete sudamericano che nona quello europeo.

    anche perchè poi perde di valore la questione della cittadinza a chi nasce in Italia

  2. Adriano scrive:

    Infatti,
    chiediti perchè gli abitanti delle Falkland si sentono più vicini al Regno Unito rispetto all’Argentina.
    Attititudine e verso i falklandesi espresse dai due paesi prima dell’aggressione Argentina:
    regno unito:
    rispetto e attenzione alla situazione degli abitanti;
    autonomia,
    democrazia e libertà
    Argentina:
    ultranazionalismo criollo;
    dittatura e desaparecidos
    voglia di revanscismo.
    Situazione durante l’occupazione:
    limitazione di tutte le libertà;
    minacce;
    espropri, furti e arresti
    divieto dell’uso dell’inglese edi ostentare diversità etnico culturale dagli argentini.
    Immaginiamo ora che una ipotetica Tunisia islamica rivendichi Lampedusa in relazione alla maggiore contiguità territoriale e all’appartenenza ” geografica” dell’isola.
    Cosa deciderebbero gli abitanti? Come si sentirebbe l’Italia?
    e ora immaginiamo per assurdo che questa Tunisia si annetta militarmente l’isola in base ai principi sopra enunciati, estendendo i principi dell sharia agli abitanti e perseguitando la cultura e le libertà occidentali.
    Come dovrebbe reagire l’Italia?
    l’appello al nazionalismo, a ll’emozione e all’irrazionalità non dovrebbe far parte del vocabolario politico degli stati progrediti.
    L’unica cosa che ha valore è la volontà delle persone sulla cui pelle dovrebbero riverberarsi gli effetti delle decisioni.
    nè il regno unito nè lArgentina si possono arrogare il diritto di imporre la loro volontà agli isolani su queste basi.
    Gli inglesi infatti si comportano e giustificano la loro presenza anche sul favore dei falklandesi, gli argentini evidentemente no.

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