– Beata l’Italia, se non avesse bisogno di eroi; perché smetterebbe così di cercare capri espiatori.

A questo proposito, la parabola di Roberto Saviano è esemplificativa, nella sua semplicità: il coraggioso giornalista e scrittore anticamorra che diventa sionista brutto, sporco e cattivo; il guru, l’illuminato, il senza macchia degradato a “bluff da smascherare”, al soldo di chissà quali inconfessabili e inconfessati interessi. Capro espiatorio perfetto dei fetidi miasmi che esala questa nostra Repubblica fondata sul livore dove l’esaltazione acritica troppo spesso trova il suo doppio speculare nel rifiuto aprioristico, nella condanna senz’appello, nell’ergastolo delle idee.

Il caso di Roberto Saviano è dunque da manuale, se vogliamo spiegare questa tendenza tutta italica. Ma a questo proposito, più che il rapporto tra Saviano e la camorra, è interessante scandagliare le sue prese di posizione filosioniste e le reazioni che queste hanno suscitato nel suo pubblico di riferimento.

Prendiamo spunto da un episodio avvenuto qualche giorno fa a Barcellona, dove lo scrittore napoletano era andato per presentare la traduzione in spagnolo e catalano del suo libro “Vieni Via con Me”. Una serata da tutto esaurito: sono state decine le persone che non sono riuscite a entrare nello spazio angusto della piccola libreria dove si svolgeva l’evento.

Alla fine dell’evento, come questo link documenta, si avvicinano a Saviano due ragazzi, muniti di una videocamera. Chiedono a Saviano un’opinione sulla lettera aperta che gli era stata indirizzata da Vittorio Arrigoni, l’italiano ucciso lo scorso anno in Palestina da oltranzisti arabi. Saviano dice di avere già risposto alla lettera aperta che gli inviò l’attivista italiano. I due sono allontanati dagli uomini della sicurezza che proteggono lo scrittore. Se ne vanno strepitando sconsolati, mentre un’esclamazione si staglia più in alto delle altre: “Roberto, ti abbiamo sempre seguito, avevamo tanto creduto in te!”.

Non staremo qui a giudicare, ora, quanto fatto dai due ragazzi, un attacco per quanto ci riguarda un po’ ingenuo e goffo. E alla ricerca del colpo a effetto, se è vero come è vero che presentarsi con una videocamera per filmare le proprie domande provocatorie a un personaggio famoso più che la predisposizione alla discussione ricorda quella al martirio. Ed è anche probabile che Saviano avrebbe potuto dire qualche parola in più sulla questione: anche se sulla questione lo stesso Saviano di cose ne ha dette fin troppe. Tuttavia, per un personaggio pubblico, uno sforzo di chiarezza non è mai abbastanza.

E però, ecco, a prescindere da tutte queste premesse, è davvero singolare come nella figura di Roberto Saviano si concentrino i vizi tricolori del cercare l’eroe a tutti i costi, e a tutti i costi cercare il capro espiatorio, l’ omm’e’mmerda che ci riscatta dai nostri mali.

Se l’Italia fosse un Paese normale, come invano invocò per anni Baffino nostro facendo spesso di tutto – vedi alla voce Bicamerale, ad esempio – perché non lo diventasse, Roberto Saviano non dovrebbe essere considerato un eroe: ma un bravo e coraggioso giornalista che fa con dignità e onestà il proprio lavoro, portandolo alle estreme conseguenze. Cercare la verità non dovrebbe significare infatti per un giornalista o uno scrittore mettere a repentaglio la propria vita e la propria esistenza: dovrebbe essere invece pane quotidiano, “normale” routine professionale, una forma mentis prima che una pratica di lavoro.

E invece in Italia, dove la criminalità organizzata è così forte, e così forte è anche la pavidità di molta parte del sistema dei media, Saviano è diventato via via un illuminato, un guru, un tuttologo. Buono non solo per commentare fatti e misfatti della camorra, ma per essere dalla parte delle buone cause che via via gli si proponevano davanti. Appelli per la “democrazia in pericolo”, soprattutto. E non solo in Italia, ma in tutto il mondo (è da poco che Saviano si è presentato ai manifestanti di Occupy Wall Street, benedicendoli).

Appelli di fronte ai quali una fetta dell’opinione pubblica, soprattutto quella antiberlusconiana più intransigente (e che per questo ricalcava dal berlusconismo gli stessi tic: insofferenza al pensiero critico, discorso pubblico guidato dalla bile e dal livore, la Costituzione usata come paravento e strumento di lotta politica), si sdilinquiva e portava Saviano a paradigma dell’intellettuale che un tempo si sarebbe chiamato organico.

Fino ad arrivare all’estremo paradosso: “la gente che piace alla gente che piace” guardava “Vieni Via con Me” su RaiTre come fosse l’ultima trincea di resistenza di fronte al potere berlusconiano già morente ma ancora insidioso e in grado di pericolosi colpi di coda: non sapendo, o fingendo di non sapere, che quel programma era prodotto da Endemol, società di proprietà di Mediaset. E quindi dell’odiato Silvio.

Fin qui, il Saviano “buono”. Ma è bastato che lo stesso Saviano si schierasse a favore di Israele, che incontrasse Shimon Peres, che partecipasse con un video a una manifestazione in favore dello Stato Ebraico svoltasi due anni fa a Roma, ecco, è bastato solo questo perché Saviano diventasse “cattivo”. E che il coraggioso difensore dei diritti umani, il fustigatore indefesso delle pratiche camorristiche, l’uomo di cultura pronto per le sue idee a mettere a repentaglio la sua stessa vita si trasformasse, in un solo colpo, un venduto al soldo del Mossad.

Come se l’adesione al sionismo non potesse essere frutto di una scelta volontaria e ponderata ma solo ed esclusivamente un segno di chissà che inconfessabili patti. E come se, “di default”, chi è contro la camorra dovesse essere contro Israele, perché così dice l’ideologia, un’ideologia che non spiega le idee in base alle esperienze ma le esperienze in base alle idee.

Saviano diventa così “bluff da smascherare”, i suoi libri (che parlano di tutt’altro) devono essere condannati all’oblio e il suo atteggiamento verso i due ragazzi che tentano di chiedergli conto della lettera di Arrigoni diventa addirittura “camorristico” (letto sul serio, in un commento su Youtube, proprio sotto il video di Saviano a Barcellona), come se la camorra, quella vera, non l’avesse condannato a morte. Come se per questo non fosse costretto a vivere sotto scorta ogni momento della sua vita.

Qui sta il problema di fondo, e uno dei più grandi macigni che il quasi ventennio berlusconiano ci lascia in dote, in un’Italia dove il senso critico sembra essersi smarrito, dove non si cercano le verità ma il Dogma: ed è quello di pensare che solo chi dice ciò che vogliamo e pensiamo noi può essere degno di essere ascoltato. Solo chi la pensa come noi parla in base a convincimenti personali, mentre chi a noi si contrappone diventa, a seconda delle volte e giusto per fare qualche esempio, “comunista” o “fascista”, “sionista” o “liberista”. Etichette per coprire l’unico, vero pensiero di fondo: quello che chi non la pensa come noi è un venduto. Eccolo qui, ritratto plasticamente, il vero retro pensiero che ci lascia questo quasi ventennio del nostro scontento.

A prescindere da come ci si possa collocare sul merito della questione Israele-Palestina, è sul metodo che secondo noi Saviano va difeso, e che va difeso anche oltre e a prescindere da se stesso e dalla sua tendenza a rappresentare sempre le giuste cause, spesso anche al di là delle sue reali competenze.

Saviano va difeso perché l’unica coerenza che chiediamo agli uomini di cultura, come scrivemmo in un articolo di qualche mese fa, è quella di essere fedeli a se stessi, alle proprie idee e alla propria coscienza: e perché se Saviano deve parlare sulla camorra lo deve fare a maggior ragione su Israele, senza timore che qualcuno pensi di zittirlo.

Questo non vuol dire che non si debba criticare, anche aspramente: fa parte delle regole del gioco, soprattutto per chi fa un mestiere basato sulla parola e sulle parole. Non idealizziamolo, non idolatriamolo, non strumentalizziamolo, non demonizziamolo. Prendiamolo per quello che è: un giornalista e uno scrittore coraggioso e di talento, che ha cose interessanti da dire e sulla quali è lecito e legittimo dissentire.

Certo, la sua parola non è il Verbo: ma non può neanche essere considerata “sterco del demonio”.