Rai, di tutto (quello di cui non se ne può) di più

di SIMONA BONFANTE – Il canone. È una tassa scandalosamente iniqua. Lo sarebbe anche se la Rai non fosse quella roba culturalmente sottosviluppata, economicamente irrazionale, politicamente distorsiva che è. È una tassa insopportabilmente coatta, il canone, perché associata al possesso di un apparecchio tecnico – la TV, nella fattispecie – atto alla ricezione di trasmissioni televisive in un sistema in cui la Rai è solo uno dei player – e neanche il più penetrante.

Il tasso di evasione così elevato, da sempre registrato, non ha mai incoraggiato regolatori ed amministratori dell’azienda ad ipotizzare strumenti più congrui, più razionali, più fair, per il pagamento dei servizi proposti nel regime di libera concorrenza nel quale l’azienda Rai da ormai quasi un trentennio opera. Il pay per view, ad esempio. La proprietà pubblica non ha alcun senso nel momento in cui essa in alcun modo garantisce all’utente un’offerta di servizi – per qualità e necessità democratica – che il privato non ha interesse o non ha strumenti per erogare. È vero il contrario: la La7 o Sky danno un’informazione migliore, più tempestiva, più trasparente, più approfondita. La funzione di ‘servizio pubblico’, cioè, non è in alcun modo funzione diretta della natura proprietaria. La Rai non è di tutti bensì di pochi che, abusivamente, usano le enormi risorse materiali e potenziali – in termini di penetrazione del mezzo – per consolidare posizioni comunicative di conclamata dominanza. La Rai va privatizzata. Il canone, evidentemente, abolito. 

Il canone speciale. La trovata, specialmente odiosa, di coattamente estendere ai dispositivi atti alla ricezione di trasmissioni tv online – e cioè smartphone, tablet, computer – l’imposizione del ‘tributo’ ha mostrato in tutta la sua speciale aberrazione la ratio che presiede il management dell’azienda: tappare le falle, dalla loro incapacità gestionale determinate, tartassando anche i non-utenti di Rai.tv.  Incapace, anche qui, di ipotizzare un sistema di pay per view, ovvero di agire gli strumenti di pricing propri del mercato, l’azienda si arroga la pretesa – ancora – di rappresentare il curatore di un bene superiore. Mi domando: quale?  La Rai va privatizzata. Il canone espunto dal lessico fiscale nazionale.

La sentenza. 7 milioni è l’ammenda che il Tribunale Civile di Torino ha ritenuto di dover comminare alla Rai ed al giornalista Corrado Formigli (all’epoca di Annozero, nella scuderia di Santoro) per aver mandato in onda un servizio sulla Fiat MiTo ritenuto causa di danno patrimoniale e non patrimoniale al Lingotto, in virtù di un’informazione colposamente parziale. L’azienda e il giornalista ricorreranno in appello, come è loro diritto. Ma è l’entità dell’ammenda, più che il merito della condanna, a turbare i rei. Si intestano la titolarità della funzione suprema di erogatori di servizio pubblico per pretendere il diritto a riscuotere ‘il tributo’, rifiutandone tuttavia le elementari implicazioni in termini di responsabilità verso i contribuenti: fornire loro un’informazione quanto meno non-manipolata.

La Rai va privatizzata. I suoi orrori sanzionati. La libertà dell’informazione definitivamente ripristinata.

 


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “Rai, di tutto (quello di cui non se ne può) di più”

  1. alex PSI scrive:

    Questa è una delle poche volte che non concordo. Sig.ra Bonfante preferisco una RAI meno politicizzata ma attenta a fornire una servizio di maggior cultura e antitetico rispetto alle tv commerciali.

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