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L’India non ha il diritto di arrestare i marinai italiani. L’Italia ha il dovere di dimostrarglielo

– L’evento è noto. Alle 16.30 ora locale del 15 febbraio, circa 24 colpi esplosi da fonte sconosciuta raggiungono il peschereccio indiano Anthony al largo dello Stato del Kerala causando la morte di Valentine Jalastine e Ajeesh Pinku. Sulla base della descrizione dei superstiti, la guardia costiera indiana individua l’origine degli spari nella petroliera italiana “Enrica Lexie” dell’armatore Fratelli d’Amato, equipaggiata con un nucleo della Marina Militare di sei uomini in funzione anti-pirateria. Di quel nucleo, il capo di prima classe Massimiliano Latorre e il sergente Salvatore Girone del reggimento San Marco vengono posti in stato di fermo nella città di Kochi dove la nave era nel frattempo attraccata. Sottoposti alla giurisdizione indiana e alla durezza della sezione 302 del Codice penale indiano rischiano ora di essere condannati a morte o all’ergastolo dalla Corte di Kollam.

L’apparente semplicità della ricostruzione indiana si scontra con almeno due elementi evidenziati dalle autorità italiane: la posizione esatta del vascello e l’impossibilità di giudicare militari che, agendo per conto dello Stato, godono dell’immunità funzionale dalla giurisdizione penale e civile per atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni.

Secondo rilevazioni effettuate dalla guardia costiera indiana al momento dell’allarme, quel giorno ben quattro imbarcazioni in movimento erano compatibili con il racconto dell’equipaggio del peschereccio. La “Enrica Lexie”, la gemella “Kamome Victoria“, la nave cisterna italiana “Giovanni” e la “Ocean Breeze” che imbarcava guardie private. Proprio quest’ultimo vascello, a sole due miglia e mezzo a sud dell’ormeggio di Kochi, è riuscito a respingere una ventina di assalitori armati riportando l’incidente all’Icc-Css, il Dipartimento crimini commerciali della Camera di commercio internazionale con sede a Londra. L’ufficialità della testimonianza è una prima breccia nelle affermazioni indiane che negano con forza la presenza di pirati nell’area squalificando a priori l’intera ricostruzione italiana. Se a questo si unisce l’incapacità dei membri dell’Anthony di identificare nominalmente l’assalitore, la testimonianza dei marò e i dati satellitari a disposizione della Marina italiana, è possibile che nel medesimo tratto di mare si siano svolti ben tre eventi concomitanti: il respingimento ad opera dei fucilieri di un’imbarcazione con 5 uomini armati a bordo, l’azione delle guardie private della “Ocean Breeze” e l’incidente che ha visto coinvolto il peschereccio. Come affermato dal Professor Umberto Leanza, nel caso della petroliera le procedure d’ingaggio sarebbero state correttamente rispettate avendo i militari esploso un totale di 20 colpi distribuiti in tre raffiche in mare solo dopo aver chiesto al vascello sospetto di identificarsi.

Al di là delle discordanze rispetto alla natura dell’incidente, ben più gravi appaiono i comportamenti tenuti dalle autorità indiane e ancor più grave l’accondiscendenza dimostrata dalla locale diplomazia italiana. Innanzitutto sia che l’incidente si fosse tenuto in acque internazionali – le 33 miglia riportate dal satellite e testimoniate dall’equipaggio dell’Anthony – sia nella zona contigua così come affermato dal procuratore indiano, il diritto dell’India di esercitare la propria giurisdizione sarebbe stato o assente o ridotto alla prevenzione di “violazione delle proprie leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria o di immigrazione” (art. 33 della Convenzione di Montego Bay) e non anche dell’omicidio. Su questi presupposti i legali dei due italiani hanno presentato un ricorso per “eccezione di giurisdizione” all’alta Corte del Kerala. Considerati gli avvertimenti della Marina a rimanere al largo, non è chiaro perché la nave abbia deciso di assecondare le richieste della guardia costiera indiana di dirigersi nel porto di Kochi per fornire ulteriori chiarimenti circa l’attacco e ancor di più far sbarcare i due marò per farli interrogare dalla locale autorità giudiziaria.

Tuttavia, come spiegato dal Professor Natalino Ronziti dalle colonne de “Il Giornale”, anche qualora il fatto si fosse svolto nelle acque territoriali indiane i militari dovrebbero essere giudicati solo da tribunali italiani in base “al codice militare di pace e alla legge 130 del 2011 che prevede la possibilità di avere a bordo dei team armati”. In base a questa legge e al successivo accordo dell’ottobre 2011 tra la Difesa e Confitarma circa 60 uomini coordinati da 16 ufficiali a Gibuti possono essere impiegati dietro richiesta degli armatori sui navigli mercantili che attraversino zone considerate a rischio di pirateria. Agendo in maniera totalmente autonoma rispetto al comandante, questi Nuclei Militari di Protezione (NMP) hanno il compito non tanto di affondare gli assalitori quanto di farli desistere dall’assalto. Non essendo contractors ma agenti dello Stato “prestati” al privato essi continuano a godere dell’immunità funzionale che prevede che “l’agente non può essere citato in giudizio per rispondere penalmente o civilmente degli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni”. Considerando che i corpi dei due pescatori sono già stati fatti inumare e che un’autopsia imparziale che possa metaforicamente “tagliare la testa” alla crisi è stata rifiutata, non è chiaro quanto le autorità del Kerala terranno in considerazione queste norme, tanto importanti quanto soggette ai rapporti di forza, del Diritto Internazionale.

Le migliori speranze per i due soldati sono quindi riposte nell’azione diplomatica che verrà dispiegata dal Ministro Terzi di Sant’Agata tramite l’invio del Sottosegretario De Mistura a sostegno della delegazione di esperti dei ministeri di Esteri, Difesa e Giustizia e tramite un viaggio previsto per martedì prossimo a Nuova Delhi. Dati i presupposti, cercare di raggiungere una situazione simile a quella della “Strage del Cermis” sarebbe l’esito migliore per il nostro paese. I militari verrebbero giudicati in tribunali italiani e lo Stato avrebbe al massimo la responsabilità di risarcire le vittime. Malgrado il richiamo possa sembrare macabro ed ingiusto per i due pescatori, pare lapalissiano che non solo il comportamento fin qui tenuto dalle autorità indiane non sia ispirato a principi di trasparenza ma che per l’Italia si giochi una partita fondamentale per il proprio prestigio internazionale. Da una parte, vi è la possibilità di abbandonare i due militari al proprio destino seguendo la lunga tradizione di mancata assistenza ai nostri connazionali all’estero, dall’altra di far valere con forza i propri diritti ottenendo che le loro responsabilità vengano accertate in Italia. Se questo risultato sarà raggiunto senza distruggere i rapporti con l’India e senza dar vita ad un patrio “dagli all’indiano” si potrà vedere solo nelle prossime settimane.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

6 Responses to “L’India non ha il diritto di arrestare i marinai italiani. L’Italia ha il dovere di dimostrarglielo”

  1. Federico Mozzi scrive:

    Due piccoli refusi: Umberto Leanza e non Umbero Leanza e De Mistura e non Misurata per il sottosegretario.

  2. Daniele scrive:

    Fossimo gli Usa bastava una grossa portaerei nella rada per far capire agli indiani di non avere collusione con i pirati e fare di testa loro per quanto riguarda il diritto internazionale..

  3. Federico Mozzi scrive:

    Dubito che con la diplomazia ottocentesca si possa ottenere qualcosa in questo caso, anche perché l’India non è il Giappone del 1853 né un avversario come l’Iran da “deterrere” con un paio di navi ma una democrazia fondamentale per gli equilibri dell’area con cui si condividono interessi e valori. In più il caso si è generato dalle decisioni delle autorità locali più che di quelle federali. Questo non vuol dire che si debba accettare il trattamento riservato ai due militari è ovvio.

    Per quanto riguarda la collusione penso che i tentativi di negare la presenza di pirati nell’area siano dovuti più alla necessità di presentare le proprie acque territoriali come sicure piuttosto che alla volontà di fornire appoggio esplicito a un’attività criminale. Fortunatamente l’India non è la Somalia.

  4. Adriano scrive:

    Ho visto che gli organi di informazione indiani danno per ammesse le colpe da parte degli italiani e non accennano minimamente a dubbi e spiegazioni alternative.
    il “Corriere” di oggi riferiva finalmente alcuni elemti riguardo ai proiettili trovati sul peschereccio indiano.
    Le poche informazioni trapelate possono autorizzare il sospetto che si tratti di munizionameto per armi di provenienza russa o cinese, comunemente utilizzate dalle forze governative indiane.
    I pescatori sopravvissuti sembrano molto reticenti riguardo all’episodio.
    Auspicando una completa estraneità dei nostri ritengo che, qualora cominciassero a trapelare ombre sulla versione indiana, si sbloccherebbe la questione della competenza e gli indiani improvvisamente si diranno disposti a lasciare partire gli italiani.

  5. Federico Mozzi scrive:

    Lo spero sinceramente. Leggevo oggi su Repubblica che la mancanza di voci “contrarie” alla versione indiana sui media locali fosse anche la conseguenza del silenzio stampa imposto dalla Farnesina all’ambasciata.

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