The Iron Lady/3. Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

Margaret Thatcher e già ricordata e continuerà ad esserlo come uno dei più grandi statisti del dopoguerra.

Il senso della sua esperienza di governo travalica i confini della Gran Bretagna, che da tempo non era certo più una “superpotenza”, per rivestire un ruolo di significato ben più ampio.

Non è sbagliato affermare che la sua ascesa abbia coinciso con il punto di svolta ideologico nella politica mondiale del dopoguerra, inaugurando il ciclo politico che nei due decenni successivi ha restituito dignità ed agibilità alle politiche di libero mercato ed ha ridefinito gli stessi confini del mondo libero.

Molte cose sono successe negli anni ’80 e ’90. L’elezione alla Casa Bianca di Ronald Reagan, lo sfaldamento del blocco comunista, la caduta del muro, l’avvio di riforme liberali in vari paesi occidentali, la rapida transizione all’economia di mercato dei paesi dell’Europa dell’Est.

Ma tutto è cominciato il 4 maggio del 1979 con l’approdo a Downing Street della Lady di Ferro.

Fino a quel momento il pensiero unico in Gran Bretagna, così come altrove, era quello del sostegno alla crescita attraverso la spesa pubblica e l’intervento diretto dello Stato in economia. Il concetto era che un civil service disinteressato, che avesse accesso ad informazioni “complete”, fosse in grado  di migliorare la condizione di vita della gente più di quanto non lo potessero essere le forze “cieche” del libero mercato.

Certo, il Regno Unito conosceva un sistema di alternanza politica – e si succedevano governi laburisti e governi a guida conservatrice.

Tuttavia, se ogni esecutivo laburista spostava il paese verso un maggiore statalismo, i governi conservatori operavano nella migliore delle ipotesi un’operazione di contenimento, ma più spesso contribuivano essi stessi alla deriva interventista, come era avvenuto ad esempio nel caso del governo Heath.

Il massimo obiettivo che si ponessero i tories era quello di gestire lo scivolamento verso il socialismo in modo meno accidentato – in modo più rassicurante per le tradizionali classi agiate. Era lo spirito di un one nation conservatism che puntava a salvaguardare la coesione sociale concedendo paternalisticamente da destra quello che altrimenti i laburisti si sarebbero presi da sinistra.

Insomma, il percorso graduale verso un’economia nazionalizzata appariva qualcosa di storicamente ineluttabile, tanto come lo era stato pochi anni prima la fine del sogno imperiale.

Non si trattava, è ovvio, di un trend solamente britannico. Era l’Occidente nel suo complesso che si trovava in una fase di ripiegamento ideologico e culturale, con un continente europeo sempre più sensibile al fascino di concezioni stataliste ed assistenziali ed un’America indebolita dalla sindrome post-Vietnam.

La vittoria di Margaret Thatcher nelle elezioni del 1979 invertì la rotta, risultando dal punto di vista storico molto di più di un normale cambio della guardia.

Il nuovo primo ministro si proponeva di riportare dopo tanto tempo la libertà all’offensiva, proponendo soluzioni politiche ispirate a quelle idee liberali classiche che avevano fatto parte della Storia dell’Inghilterra, ma che da qualche decennio apparivano ormai obsolete.

Era una svolta il cui coraggio lo si misurava anche nel fatto che non potesse realmente appoggiarsi ad esempi contemporanei, in quanto le politiche keynesiane prevalevano in varia misura in tutte le principali democrazie.

Il messaggio thatcheriano era, per il tempo, dirompente e faceva leva sui princìpi dell’iniziativa individuale, del libero mercato, del governo limitato e dell’indipendenza nazionale.

Il grande merito della Lady di Ferro è stato quello di essere riuscita ad impostare, nell’arco di undici anni, un’azione di governo effettivamente coerente con questi princìpi – e di aver dimostrato che l’aderenza ad una visione di riforma liberale dell’economia rappresenta una via elettoralmente praticabile.

Sicuramente Margaret Thatcher fu agevolata dall’efficienza del modello istituzionale britannico che favorisce la formazione di maggioranze monocolori e la stabilità dei governi. La democrazia alla Westmister è un sistema che consente la vera espletazione di una leadership, tanto quanto il sistema italiano massimizza da sempre il potere condizionante di qualsiasi minoranza.

Ma la Lady di Ferro ci mise molto di suo nel difendere la propria linea politica sia dagli avversari dichiarati, sia dai cultori del compromesso interni al proprio stesso partito. Seppe rifiutare la resa a quelle  considerazioni di “realismo politico” nel nome delle quali i politici tendono a derogare a piacere dal mandato degli elettori oltre che dalle proprie intime convinzioni.

Se gli anni di “Maggie” hanno impresso un significativo mutamento in termini di mentalità è perché la leader conservatrice non basava primariamente la propria politica sull’escamotage mediatico e non si proponeva di parlare solo alla “pancia” dell’elettorato.

Neppure era solita schivare il confronto diretto sul merito politico; al contrario scelse sempre di combattere in modo aperto la battaglia delle idee perché il suo obiettivo non era esclusivamente quello di far passare questa o quella riforma, ma anche quello di confutare l’impianto filosofico del socialismo vincendo la gente comune alla causa dell’economia di mercato.

Il thatcherismo fu tutto meno che un fenomeno estemporaneo. Fu il prodotto maturo di un’elaborazione politica e culturale profonda, nel solco del liberalismo gladstoniano e del lavoro di economisti come Friedrich Hayek e Milton Friedman.

Ben prima di andare al potere la Thatcher era stata di casa per molti anni al think tank liberista Institute for Economic Affairs e nel 1974 aveva fondato con Keith Joseph  il Center for Policy Studies per contribuire allo sviluppo di credibili alternative programmatiche al socialismo britannico.

Insomma nel 1979 non andò al potere una donna che si inventava liberale per calcolo, ma una leader culturalmente solida che si riconosceva in profondità nei valori che professava.

Sono state questa coerenza intellettuale e questa fedeltà ai princìpi che hanno reso così profondo il lascito politico della Baronessa Thatcher e che dovrebbero servire da esempio a chiunque anche oggi aspiri a conferire alle idee di libertà economica un respiro politico di governo.

 

Nella stessa serie

The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone

The Iron Lady/2. La Thatcher fu ‘iron’ perchè ‘lady’ di Simona Bonfante


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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