Il compagno Fassina? E’ come il vescovo Lefebvre

Le divisioni del Pd sull’articolo 18 sono politicamente vere e quindi utili. Sulla riforma del mercato del lavoro emerge con chiarezza che un pezzo di PD non abbozza, ma rilancia e ribatte colpo su colpo alla linea “ufficiale”. Nei gruppi parlamentari e nella classe dirigente democratica la resistenza al pensiero unico liberista è ancora maggioritaria, ma è politicamente sempre più residuale. E, anche in prospettiva, sempre meno servibile.

I consensi che l’esecutivo riscuote tra quanti hanno votato e voteranno Pd dimostrano al contrario che il “Pd di governo” interpreta in modo coerente l’orientamento di un elettorato forse meno militante, ma più vasto e generale di quello che le parole d’ordine anti-mercatiste del “Pd di lotta” riescono ancora a mobilitare e galvanizzare. Senza la sua “minoranza interna” liberista il partito di Bersani rischia di perdere non solo la sua centralità, ma anche la sua “maggioranza esterna”.

Per quanti pensano che il mercato sia una sciagura e che il capitalismo abbia i giorni contati, il PD rimarrà un partito di “compagni che sbagliano”. Non basta il “socialismo” di Fassina per frenare le emorragie a sinistra. Per quanti invece si sono rotti definitivamente le palle di avere torto con il partito pur di non avere ragione da soli, l’idea che il Pd appaia equidistante tra Cremaschi e Ichino è invece semplicemente intollerabile. Insomma, il Pd di Fassina può starsene all’opposizione per i prossimi decenni, gonfio di gloria e magari di voti, a stropicciare le paranoie tardo-berlingueriane dei suoi giovani turchi. Ma senza i liberisti di sinistra e i deviazionisti veltroniani, al governo il Pd non saprebbe più né come andarci, né come starci.

Dello scontro in atto dentro il principale partito della sinistra non conta la forma, ma la sostanza. Del richiamo all’ordine vagamente susloviano del giovane-vecchio compagno Fassina al vecchio-giovane compagno Veltroni non conta l’aspetto protocollare e, per così dire, liturgico. Conta la ciccia politica. Per quanto leggero ed effimero possa apparire il modernismo di Veltroni, l’anti-modernismo teorico e pratico dei suoi censori è culturalmente reazionario, anche nella prospettiva progressista.

Delle sinistre di governo che hanno fronteggiato con esiti politicamente controversi ma storicamente “grandi” le rivoluzioni conservatrici tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI la sinistra dominante nel Pd pensa, né più e né meno, che fossero “di destra”. Tutte troppo compromesse con il pensiero unico liberista e troppo poco socialiste per essere “vere” sinistre.

Come i tradizionalisti cattolici pensano che il Concilio Vaticano II non sia stato un modo per fare pace con la modernità, ma un complotto ordito dentro la Chiesa e contro la sua Tradizione, così i tradizionalisti della sinistra Pd vorrebbero riesumare i valori del socialismo “eterno” contro quelli eclettici, compromissori e relativistici della sinistra di governo. Ma si può seriamente pensare che sia il Sant’Uffizio della sinistra “lefebvriana” a dettare il futuro del Pd?

————————————–

Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Il compagno Fassina? E’ come il vescovo Lefebvre”

  1. HaDaR scrive:

    Non potrei essere più d’accordo…
    Se si considerano poi i dati sulla diminuzione della povertà a livello planetario grazie proprio al capitalismo (vedi il pezzo carino su: http://tinyurl.com/88qp3uu ), oltre che nell’atteggiamento generale, i “susloviani” alla Fassina & C. son proprio da considerare dei reazionari, dei dinosauri, dei passatisti.

Trackbacks/Pingbacks