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The Iron Lady/2. La Thatcher fu ‘iron’ perchè ‘lady’

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la  democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che abbiamo dedicato alla Lady di ferro [L.S]

La prima volta che mi sono imbattuta in Margareth Thatcher – seriamente, intendo – è stato leggendo una biografia di Tony Blair (by Anthony Seldon). Il padre di Blair era espressione di una middle class desiderosa di diventare upper, ovvero realizzare il proprio potenziale, ascendere socialmente ed economicamente, capitalizzando il proprio talento. Un’attitudine aspirazionale, quella, comune a gran parte della piccola e media borghesia britannica. Un’attitudine che l’egualitarismo laburista rigettava, l’elitarismo conservatore snobbava. Sino alla Thatcher.

Figlia di un droghiere e donna. Non sono aspetti marginali. Probabilmente, anzi, è proprio il vissuto personale ad aver fatto di Miss Roberts, Lady Thatcher, e della sua filosofia aspirazionale il paradigma di una nazione, non solo di un partito. Lei non ci pensava proprio a far la femmina di casa; non ci pensava proprio a rinunciare alla propria vocazione: la politica. La costruzione e realizzazione di una visione politica. Lei non ci pensava proprio a pretendere di non essere quello che l’evidenza le dimostrava essere: la leader di una nazione.

Realizzare in pieno il proprio potenziale individuale, a dispetto dello status familiare, è un approccio razionale allo sviluppo della persona, quindi della società – che è altro dallo Stato. Al contrario, porre ostacoli allo sviluppo dell’individuo (al progresso, nell’accezione neolaburista), limitarne le chance di affermazione, o ancora scoraggiarne il perseguimento in nome di un diritto all’eguaglianza d’arrivo significa alimentare ingiustizie sociali, dunque inibire la società nel suo insieme dal progredire, civilmente oltre che economicamente. Questo è – in sintesi estremissima, primordiale e certamente parziale – il thatcherismo. O meglio ne è, a mio avviso, l’aspetto più filosoficamente profondo e politicamente universale.

Le dinamiche sociali non sono mai neutre. Quel ‘patto’ tra liberi cittadini denominato Stato è una sovrastruttura poli-dimensionale – ideologica, ma anche tecnica, politica, culturale.

La sua funzione è, basilarmente, quella di ‘calmierare le dinamiche sociali’, regolandole. La regola è in sé sempre un’inibizione, talvolta necessaria (là dove essa serve ad impedire che la libertà di qualcuno neghi la libertà di qualcun altro), talora superflua o addirittura nociva.

È superflua, ad esempio, quando pretende di agire su ispirazione morale (la proibizione di consuetudini malsane per la salute). È nociva quando si spinge a commissariare il libero esercizio della responsabilità soggettiva, inibendo i destinatari della regola dal compiere le loro molteplici, non regolate manifestazioni creative. Gli Ordini professionali, la penalizzazione fiscale della ricchezza, la remunerazione tarata per default sull’anzianità, sistemi di ascesa fondati sulla relazione piuttosto che sulla cognizione: in breve, l’incoraggiamento alla passività, invece che all’intraprendenza, sono fattori che producono iniquità. Non agevolano ma inibiscono il merito, non contengono ma favoriscono i privilegi ereditari: soffocano le possibilità del singolo individuo e con esso quelle della collettività sociale di cui egli stesso è parte. Se ne rafforza lo Stato, la sovrastruttura, che non è un potere in sé – o, almeno, non dovrebbe esserlo, se non per le funzioni ad esso deliberatamente conferite ; che non è neanche soggetto responsabile: è un semplice provider di servizi notarili, lo Stato.

Può uno Stato agire come liberatore del potenziale individuale? Può farlo, riducendo al minimo gli effetti coercitivi, dunque distorsivi, della propria presenza. Dovrà regolare il gioco perché sia fair, equilibrato, mai cedere alla tentazione di sostituirsi ai player – nell’accezione singola o collettiva – ché non è suo compito pianificarne obiettivi, strategie, strumenti d’azione.

L’individuo è non solitario ma influente protagonista della società di cui è membro. E la società non è un universo a somma zero. Al contrario, la sua capacità potenziale (il suo Pil, il suo grado di sviluppo culturale, la sua attrezzatura civile) è sostanzialmente ‘non determinabile’ perché potenzialmente infinita. Quale Stato avrebbe mai potuto pianificare l’apporto al benessere collettivo di una creazione individuale come Google o Facebook o la Coca Cola o l’Iphone?

Non è qui – o non dovrebbe star qui – la differenza tra destra e sinistra. Aldilà degli apparati teorici di riferimento, il principio per cui chiunque deve poter essere nelle condizioni di contribuire allo sviluppo sociale con il proprio portato individuale, senza ostacoli o vincoli sistemici, ma anche nel pieno esercizio della propria responsabilità, e comunque senza la pretesa di essere in diritto di ricorrere allo Stato come prestatore di ultima istanza di risorse sociali, è condiviso da Blair e teorizzato da quello che fu il suo New Labour.

La differenza è che Blair riteneva legittimo, anzi possibile, il ruolo di player facilitatore, ovvero prestatore, da parte dello Stato, la Thatchter no. La differenza, cioè, sta nel ‘quanto’ e nel ‘come’ della spesa pubblica.

Il welfare o la potenza militare: sono entrambi costi, arbitrariamente decisi dallo Stato. Quale dei due valorizza di più individui e società? La detenzione in carcere o le pene alternative che vincolano, ma non inibiscono, la libertà del reo: quale forma di repressione degli atti anti-sociali favorisce meglio l’armonica convivenza della collettività? La costruzione di centrali nucleari o l’efficientamento di sistemi di produzione, distribuzione e consumo energetico garantisce meglio la possibilità di sviluppo industriale e tecnologico, dunque economico, dell’insieme? E l’Europa, anzi la Grecia dei bilanci falsi, e l’Italia dei corrotti, e la Spagna dei fake sistemici e l’Irlanda delle bolle e il Portogallo del miracolo (effimerissimo): siamo stati capaci di tutto e buoni (quasi) a niente. Ha ragione la Merkel che o austerità o morte, o abbiamo ragione noi che austerità sì, ma anche no?

Voi lo sapete? Io non lo so. O comunque, lo saprei se fossi al comando!

Agli amici che hanno criticato il film The Iron Lady, perché troppo negativamente riduttivo, troppo personale, troppo Alzheimer, mi permetto di far osservare che la politica è sempre (anche) quella cosa lì: vissuto personale, cioé valori, principi, convinzioni profonde, sostanzialmente auto-esperenziali. Questo vale per la donna Thatcher, come per l’uomo Blair. Come, ora, per l’uomo Sarkozy o la donna Merkel. E mi spingo oltre: non è la teoria liberal-liberista ad aver reso pazzescamente infinita la Lady, ma il suo essere donna, figlia di un salumiere, e con due palle così.

twitter: @kuliscioff

Nella stessa serie

The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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