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Opporre l’umanesimo alla crisi. Fatti non foste a viver come bruti…

– In una società che registra una nuova ridefinizione degli scenari e dei suoi attori, protagonisti del passato anche recente, con la parcellizzazione di realtà consolidate e la quasi scomparsa di grandi ambiti, le élites appaiono sempre esigue ma graniticamente solide e progressivamente più lontane. Il Paese narra sempre più numerose vicende di emarginazione, solitudine e povertà. Così il declino avvicina l’Italia a diversi partner europei disegnando una nuova geografia della crisi.

Nobiltà dello spirito, la raccolta di geniali saggi letterari di Thomas Mann, è per certi versi una sorta di velo con il quale il grande scrittore della decadenza, della malattia e della fine della borghesia, cercava di avvolgere, nascondendola, la sua opera romanzesca. Sperando, o solo mostrando di farlo, di lenirne l’impatto. Nobiltà dello spirito costituisce, certo, una raccolta di saggi su autori della letteratura mondiale. Ma è anche molto di più. Il tentativo di rintracciare, in quella summa di umanesimo e arte, gli antidoti, gli strumenti, per giungere ad una mediazione di quei conflitti e di quelle contraddizioni che stavano logorando la cultura umanistica europea. Natura e spirito, ragione e inconscio, vita e morale, civiltà e barbarie, coppie antitetiche che, nel prevalere dell’uno o dell’altro dei termini, orientano le nostre esistenze, si mostrano da tempo in pericoloso squilibrio.

L’umanesimo, nella centralità assegnata all’individuo e ai valori universali dell’uomo, è in una crisi evidente. Una crisi tanto radicale da investire non solo l’uomo nella sua essenza ma anche ogni cosa che lo circonda.
Il tema, affrontato sul versante sociologico in molte sue sfumature, è anche diventato il punto di partenza di un recente libro di Rob Riemen, che riprende intenzionalmente il titolo manniano, La nobiltà di spirito. Un libro che si presenta come un baluardo rispetto all’eclissi dei valori individuali e liberali. Un tentativo estremo di conservare quella dignitas hominis, che costituisce il bagaglio di conoscenze ed esperienze peculiare della cultura europea.

Questa perdita di valori non riguarda esclusivamente la sfera intellettuale. Molto più praticamente, si direbbe, le sue ombre si allungano minacciosamente sui temi politici ed economici. Influisce negativamente sugli organi vitali di ciascun Paese. Come aveva rilevato già nel I secolo Longino, nel De Sublime, esiste una stretta interrelazione tra crisi finanziaria e crisi morale. E proprio a causa di questa continegenza si smarrisce l’identità della grandezza umana.

L’umanesimo europeo si è a lungo fondato sulle cose che danno vita alla vita, come Giustizia e Verità. Ancora dovrebbe farlo. Scansando il timore di cadere in una polverosa restaurazione. Lo spirito non può essere contrapposto alla materia, all’economia, alla politica, alla genetica, che sta radicalmente cambiando la fisionomia dell’uomo. Lo spirito, se esiste, è la capacità di determinare frontiere morali. Proprio per questo esso non si identifica con l’arte e la letteratura, più che con le altre attività e conoscenze umane. Senza una consapevole immersione nella bruciante realtà tutto questo diverrebbe un’indagine archeologica, una recherche nel passato senza alcun aggancio con il presente. Anche drammatico ma necessario.

Un destino non solo italiano, ma europeo, nel suo complesso di popoli. Nel 1921 Thomas Mann nel saggio Goethe e Tolstoj si chiedeva se la tradizione classico-umanistica fosse un elemento fondante imprescindibile oppure la peculiarità di una fase storica, quella borghese-liberale, e proprio per questo destinata a tramontare con l’epilogo di questa. Rispondere a questa domanda significa trovare una soluzione.

Ritornare a Mann, alla sua posizione, aiuta a capire, ad orientarsi. Per Mann senza l’umanesimo europeo anche l’Europa è destinata ad esaurirsi e la nostra società ad autodistruggersi in conflitti di vario tipo. Il motivo è semplice. Perché l’umanesimo è il riconoscimento di valori eternamente umani che insegnano ad acquistare la necessaria dignità. Economia e politica di per sé non danno senso all’esistenza. A dispetto di quanto si creda. La letteratura e l’arte, se avulse dal contesto storico che le influenza, ma anche dal quale, contemporaneamente, vengono influenzate, sono deboli ostacoli alla barbarie. Arte e letteratura non possono forzare nessuno, ma sono una leva all’attuazione della vita autentica. Desta meraviglia, quindi, verificare come la società occidentale lasci andare quasi alla deriva l’umanesimo, consapevolmente tagliandosi i ponti levatoi che potrebbero permettere di spostarsi dal presente al futuro.

Se Marx parlava di un Lumpenproletariat, cioé un proletariato intellettualmente pezzente, “manovrabile”, e di un proletariato cosciente e impegnato, oggi si può fare riferimento ad una borghesia che spesso non si segnala per le sue doti morali e intellettuali. Una borghesia che in nulla, o quasi, assomiglia a quella classica, declinata da Croce, Einaudi, lo stesso Mann e molti altri, fondata su determinati valori e una sua cultura. Una borghesia che ha visto spegnersi in maniera inesorabile le sue stelle polari, progressivamente perdendo parte di se stessa. Fino a divenire “altro”, quasi snaturata rispetto alle origini. Non è improbabile che a questa degenerazione abbia contribuito anche il processo di diffusione della cultura fra masse sempre più vaste, quell’osmosi che piuttosto che costituire un arricchimento, ha molte volte significato perdita di identità, diluizione dei contenuti, livellamento in basso, invece che consolidamento, integrazione e spinta verso l’eccellenza.

Un nuovo umanesimo potrebbe salvare l’Europa dalla deriva che minaccia uno dopo l’altro molti degli Stati membri. Un umanesimo che non assomigli a quello ironizzato da Mann nella figura di Settembrini, nella Montagna magica. Una soluzione non cercata potrebbe offrire un’ancora di salvezza. Se la soluzione fosse offerta dall’arte e dalla letteratura sarebbe un bel successo. Una loro prova di forza. Come suggeriva già Levi, ad Auschwitz, resistendo anche grazie al ricordo di alcuni versi di Dante, “Fatti non foste a viver come bruti”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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