Non esiste il diritto a Google, siamo noi a dover valorizzare la nostra privacy

di PIERCAMILLO FALASCA –

“Il 1° marzo 2012 è la data di entrata in vigore delle nuove Norme sulla privacy e dei nuovi Termini di servizio di Google. Se scegli di continuare a utilizzare Google dopo l’applicazione delle modifiche, tale utilizzo sarà regolato dalle nuove Norme sulla privacy e dai nuovi Termini di servizio”. (Dall’anteprima delle nuove norme sulla privacy di Google)

Quanti negli ultimi giorni hanno ferocemente criticato la decisione di Mountain View di unificare il trattamento dei dati personali degli utenti in un solo corpo di regole (si legga a tal proposito l’editoriale domenicale di Gianni Riotta su La Stampa) dovrebbero, anzitutto, fare i conti con la premessa di queste nuove norme: se scegli di continuare a utilizzare Google e i suoi tanti servizi, queste sono le condizioni d’uso, peraltro immaginate per personalizzare l’offerta complessivaai gusti e alle esigenze dell’utente. Se scegli, quindi. Siamo liberi di avere Gmail o di non averla, di archiviare le nostro foto in Picasa o altrove, di usare o meno Youtube e Google Health. Soprattutto, siamo liberi di fare tutto questo da utenti registrati o da utenti anonimi.

Il Garante italiano della privacy Francesco Pizzetti, intervistato oggi da La Stampa, asserisce che per noi europei la riservatezza sarebbe “un diritto fondamentale”, mentre negli Stati Uniti sarebbe “sì un diritto, ma commisurato ad altri, come la libertà d’impresa”. Con le sue parole Pizzetti declina in salsa digitale una frattura storica e filosofica tra le due sponde dell’Atlantico. Nel Vecchio Continente prevale nel decisore pubblico la pretesa di accompagnare quasi paternalisticamente il consumatore – titolare di diritti, appunto – nei suoi rapporti con le imprese; negli Usa la visione del rapporto tra impresa e consumatore è interpretata anzitutto sulla base del “contratto”, liberamente stipulato tra le parti. La conseguenza del diverso approccio sta nei margini di libertà riconosciuti alle imprese, con l’America indiscutibilmente meno invasiva nei confronti degli operatori del mercato e delle loro strategie d’innovazione.

Dal 1° marzo, insomma, la mercanzia che Google offre ai suoi clienti include quel nuovo impianto di regole sul trattamento dei dati: prendere o lasciare. Qualcuno può forse rivendicare un “diritto a Google” e ai suoi variegati servizi, e perciò il dovere della multinazionale di svolgere la sua funzione entro i paletti stretti che i decisori europei vorrebbero fissare in materia di privacy? No, per fortuna.

Nessuno nega come negli ultimi tempi l’opinione pubblica abbia iniziato ad attribuire un valore sempre maggiore alla riservatezza, al pieno controllo dei propri dati e delle proprie azioni. Ciononostante, l’uso disinvolto dei social network sembra spesso ridurre questa attenzione per la privacy ad una mera preoccupazione teorica, non confermata dai comportamenti e dalle scelte quotidiane: di noi lasciamo sapere tutto a molti; lasciarci conoscere e conoscere gli altri, entrando reciprocamente nella sfera intima, è la ragione stessa per cui siamo iscritti a Facebook, a Twitter, a Google+ e via discorrendo.

Se comunque la nostra riservatezza c’importa – se rivendichiamo il nostro diritto di proprietà sui dati personali, al punto da poter eventualmente trasferire da un sito all’altro e finanche cancellarli del tutto – dovremmo probabilmente coltivare noi stessi la cultura della riservatezza: usare maggiore cautela in ciò che pubblichiamo e diffondiamo, informarci bene di quali condizioni regolano il nostro ingresso su questa o quella piattaforma di contenuti.

D’altronde, se la privacy diventa per noi un valore prezioso, state ben certi che sul mercato si affermeranno sempre di più programmi dedicati a proteggere i nostri dati, a cancellare cookies e ad avvertirci in tempo utile ogni qual volta stiamo per consegnare all’oceano della Rete nostre informazioni preziose. Google e gli altri grandi protagonisti del web, in fondo, sanno di dover (e in futuro sempre di più) fare i conti con la “domanda” di privacy dei navigatori, se non vorranno subire l’erosione di quote di mercato da parte di imprese che offriranno maggiori garanzie, fino magari all’anonimato. E’ nella consapevolezza delle nostre scelte di utenti, insieme alla potente “minaccia” di cambiare contraente, la migliore protezione possibile.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

Comments are closed.