The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri

Con questa recensione del film “The Iron Lady” Libertiamo inaugura una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la  democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che durante la prossima settimana Libertiamo dedicherà alla Lady di Ferro. [L.S]

Se non ricordassimo nulla di Margaret Thatcher, cosa sapremmo di lei attraverso il film biografico che la regista inglese Phillida Lloyd le ha dedicato?  Per cominciare, che oggi è una signora anziana, malata di Alzheimer, che vive un’esistenza agiata, anche se anonima e piuttosto solitaria; ma che ha avuto un grande passato, che la visita attraverso lampi della memoria intermittenti e disordinati.

In effetti – come capita nei film e non ai processi reali della memoria – sono disordinati solo in apparenza, perché predisposti in modo da fornire una ricostruzione sommaria di tutta la vita del personaggio: un artificio che si è generalmente disposti ad accettare.

Da ragazza, Margaret era la tremebonda commessa della drogheria di suo padre. Tremebonda, ma anche dotata di tale serietà negli studi e di tale determinazione, da vincere una borsa di studio all’università di Oxford.

Non fu certo facile per lei farsi strada nel Partito Conservatore inglese, la cui classe dirigente era composta tutta da uomini, provenienti da classi sociali più elevate della sua.

Ma aveva una dote che i suoi concorrenti non avevano: sapeva parlare con schiettezza, andava dritta al cuore dei problemi e non era disposta a troppi compromessi. Non aveva sensi di colpa nei confronti delle classi più povere, proprio perché proveniva da loro. Ed era dotata del senso pratico di chi ha dovuto combattere giorno per giorno per far quadrare i conti della piccola impresa familiare.

Eppure lei stessa, per modestia, non credeva che sarebbe diventata  leader dei Conservatori e poi Primo Ministro: se ci riuscì fu grazie al sostegno e ai consigli di alcuni esperti di comunicazione.

Al governo, dovette assumere decisioni difficili, ma necessarie per il rilancio dell’economia inglese e per il prestigio della nazione: la chiusura di certe miniere improduttive, i tagli alla spesa pubblica, e una guerra per la riconquista di alcune isole strappate con la prepotenza agli Inglesi dai generali fascisti argentini: le Falkland.

Seppe resistere con fermezza e con coraggio alle violentissime proteste che attraversarono tutto il paese. Ma le sue decisioni non furono prese a cuor leggero. Quando i soldati inglesi morirono durante la guerra, passò notti insonni, tormentata dai rimorsi, e scrisse personalmente a ognuna delle loro madri, giurando che nessuna delle vite dei loro figli sarebbe stata spesa invano. E la vittoria militare dell’Inghilterra sembrò confermare quelle parole.

Cosa c’è che non va in questa ricostruzione della vita della Thatcher? Che è un personaggio investito dalla luce della virtù politica, come certe figure di santi sono investite dalla luce della fede. Tutta abnegazione per il bene comune. Senza chiaroscuri.

Sulle questioni politiche accennate dal film, non c’è mai un vero contraddittorio. Gli oppositori della Thatcher parlano per demagogia, per opportunismo o per viltà.

E’ vero, la Thatcher un torto nel film ce l’ha: in una riunione con i suoi ministri, tratta con esagerata durezza il suo vicepremier, che in seguito rassegnerà le dimissioni.

Ma rispetto a tanto dispendio di idealismo, è un torto trascurabile, che, come è evidenziato nel film, interviene quando la Thatcher accusa i primi segni dell’Alzheimer.

Intendiamoci: “The iron lady” è un film per tanti versi ben fatto – ad esempio, non si può non lodare l’interpretazione di Meryl Streep, qui particolarmente sottile e convincente. E il film emoziona e magari commuove.

Ma, se mi permettete un paradosso, credo che, se ignorassimo tutto della Storia, a forza di semplificazioni psicologiche e politiche, un buon regista americano riuscirebbe a farci commuovere anche raccontandoci la vita di Adolf Hitler. Riuscirebbe cioè a trascinarci dalla sua parte.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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