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La politica ‘strana’ e la politica morta

Nessun partito è destinato a sopravvivere –  per come è e per come è stato –  al trapasso della Seconda Repubblica. Ieri l’ha detto anche Casini e ha perfettamente ragione. Qualche giorno prima, in modo più visionario, l’aveva detto Fini. Il passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia senza-partiti, dal mandarinato anonimo della Prima Repubblica al “personaggismo” politico e antipolitico della Seconda, non ha guadagnato all’Italia né l’efficienza né la normalità, che sembrava prometterle.

Come nel ’92-’93, anche vent’anni dopo, per rimediare al fallimento e prevenire il default si è ricorsi ad una soluzione tecnica, che è il modo paradossale con cui in Italia si riattiva il circuito politico sul piano della responsabilità e perfino della visione. La politica si è rimessa in cammino, anche se per vie apparentemente extrapolitiche.

C’è chi onestamente teme che l’ansia di lasciarsi alle spalle il passato nasconda un’operazione trasformistica e che il reset serva a riavviare la stessa macchina, con lo stesso sistema operativo e la stessa amministrazione di sistema. Ma la Seconda Repubblica è in crash, non solo “impallata”. Innanzitutto dal punto di vista culturale.

A dimostrarlo è il fatto che i partiti maggiori continuino ad aggrapparsi alle identità formali e alle partizioni ideologiche della politica novecentesca. E che oscillino tra l’organizzazione burocratica e la disorganizzazione plebiscitaria, tra la politica e l’antipolitica di massa, pur di resistere alle forme più individualistiche e meno consensuali di partecipazione politica. E’ possibile che la politica italiana abbia come sola alternativa quella tra un conservatorismo anni ’50 e una socialdemocrazia anni ’60, tra l’ordalia suicida di queste primarie e la pratica gaglioffa del vecchio “tesseramento”?

Come il governo Monti, così anche la sua politica è “strana e fuori dalle geometrie politiche”. E chi sceglie di sostenerla con l’ambizione di proseguirla tende naturalmente ad uscire dalla logica tolemaica delle amicizie e inimicizie obbligate. E’ una sfida che vale per tutti, non solo per il Terzo Polo, cui la cosa riesce nell’immediato più semplice e conveniente. La dialettica politica tende naturalmente a convergere attorno al centro eccentrico dell’esecutivo e alla sua agenda di governo radicale. Anche le riforme istituzionali  – su cui ieri si è apparentemente chiuso un accordo di massima nella compagine di governo – sono un effetto, e non una causa, del nuovo clima politico.

La topografia politica classica offre riferimenti sempre meno contemporanei. Della destra e della sinistra non si è dissolto il concetto, ma in larga misura consumato l’oggetto. Sono, del resto, convenzioni storiche, non forme archetipiche della realtà politica. Che le alternative secche che impone l’esecutivo appaiano più vive, concrete e politiche delle mitologie novecentesche non è un caso e non è un male.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “La politica ‘strana’ e la politica morta”

  1. silvana Bononcini scrive:

    Dall’alto dei miei 60 anni vedrei bene due schieramenti: uno di riformatori e l’altro di conservatori…

    E’ solo che pure i politici più illuminati per me si perdono, e per questo io punto su chi vuole un paese di stampo liberale!
    Spero che Monti dia una buona scossa e che spuntino laeders capaci di stimolare anche gli italiani ad un cambiamento di mentalità.
    Ci vorrà tempo…non so se l’abbiamo.

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