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Il vero deficit democratico dell’Europa

– A partire dai primi anni Novanta, si è sempre più spesso sentito parlare di ‘deficit democratico’ nei processi decisionali dell’Unione Europea.

A sollevare questo problema sono state soprattutto le forze politiche di tendenza euroscettica, diffidenti dell’eccessivo peso assunto dalle decisioni comunitarie. E’ sicuramente vero che l’Europa, a partire da Maastricht e attraverso il sistema dello spillover funzionale, ha aumentato gradualmente, inesorabilmente e silenziosamente la propria presenza in ambiti sempre più estesi delle amministrazioni nazionali, e questo è avvenuto spesso anche in ambiti non espressamente definiti dai trattati. Si calcola che ormai tra il 60 e il 70% dell’attività legislativa nazionale non sia altro che una trasposizione di normative comunitarie all’interno dei diversi ordinamenti.
Gli euroscettici hanno quindi sollevato un problema che si dimostra fondato: l’Europa ha allargato la sfera delle proprie competenze senza che fosse previsto alcun contrappeso democratico a livello nazionale o comunitario. Tanto i Parlamenti nazionali quanto il Parlamento Europeo, nonostante qualche innovazione introdotta dopo Lisbona, non sembrano in grado di intervenire in molti ambiti in cui vengono prese decisioni partite da Bruxelles. Tuttavia va anche evidenziato che sono sempre stati i governi euroscettici a frenare l’aumento dei poteri del Parlamento Europeo, considerato il simbolo dell’ ‘odiata’ sovranazionalità. Al contrario risulta evidente quanto sarebbe auspicabile, in un’ottica di controllo democratico sui processi decisionali comunitari, un rafforzamento dell’unica Istituzione europea depositaria della volontà dei cittadini europei, ovvero il Parlamento: esso costituisce infatti, a tutt’oggi, l’unica forma di democrazia rappresentativa sovranazionale che si ricordi nella storia.

Oltre a questo deficit democratico di cui si parla ormai da molto tempo, però, ne esiste un altro che, secondo il parere di chi scrive, è ancora più grave.
Attualmente, pur con la scomparsa dell’Unione Sovietica, continua a perpetuarsi il sistema di relazioni internazionali sorto dopo la seconda guerra mondiale. Esso oggi non è più bipolare, ma assume la forma di un multipolarismo asimmetrico che vede gli Stati Uniti in una evidente posizione globale di forza, ma congiuntamente a una serie di altre potenze regionali.

Il sistema politico internazionale, peraltro, vede ancora il prevalere dei grandi Stati: emerge sempre più chiaramente il dato politico per cui le grandi decisioni sono frutto di accordi tra Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia, il Sudafrica, oltre agli Stati Uniti. Sono i governi di questi Paesi a sottoscrivere i più importanti accordi commerciali, a spartirsi le zone d’influenza, a decidere sulle misure riguardanti i grandi cambiamenti climatici. Persino le diverse proposte di riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono quasi tutte concordi nell’attribuire un seggio permanente con diritto di veto alle diverse potenze regionali, che andrebbero a rappresentare gli interessi della propria area di influenza.

In una tale situazione, appare un’altra volta palese l’irrilevanza dell’Europa: mentre le grandi decisioni politiche vengono prese altrove, i governi europei continuano a portare avanti le loro 27 anacronistiche politiche estere nazionali, che nulla possono a confronto con quelle dei grandi Paesi. Il problema che si vuole qui evidenziare è dato dalle conseguenze di questa inconsistenza dell’Europa da un punto di vista democratico e dell’efficacia del voto dei cittadini europei.

Il punto essenziale del ragionamento è incentrato sul fatto che, ad oggi, il voto espresso da un cittadino europeo è un voto ‘debole’: per molti versi, infatti, esso appare ormai come espressione di una democrazia più formale che sostanziale.
Per capire come il voto dei cittadini europei sia debole, è sufficiente confrontarlo con quello di un cittadino statunitense, brasiliano o indiano: i cittadini di questi grandi Stati esprimono un voto che determina davvero il destino di una nazione pienamente sovrana, in quanto i loro Paesi sono potenze che non solo sono in grado di determinare il proprio futuro, ma che possono, in accordo tra di loro, determinare le sorti del mondo intero.
Emerge quindi la crescente discrepanza tra il voto pieno, autenticamente sovrano, dei cittadini delle grandi potenze e quello “debole” dei cittadini europei.

Questi ultimi hanno a disposizione addirittura due voti, ma ciò non cambia la loro situazione: da un lato, essi votano nell’ambito di elezioni nazionali di Stati che sono sovrani solo formalmente, ma che per molti versi non sono padroni del destino proprio e di quello dei loro cittadini. Dall’altro esprimono il proprio voto per un Parlamento Europeo che non è l’espressione democratica di una grande potenza, ma che è solo un’istituzione interna a un’organizzazione internazionale priva di sovranità formale, ma che tuttavia potrebbe diventare una potenza sovrana. Il voto dei cittadini europei si colloca quindi a metà strada tra un livello di governo (quello nazionale) che è sovrano di nome, ma non di fatto e un livello di governo (quello comunitario) che non è sovrano, pur avendone tutte le potenzialità. Viene quindi a mancare il nesso fondamentale tra voto democratico e sovranità sostanziale dell’Europa: è qui, a parere di chi scrive, che emerge il vero ‘deficit democratico’ dell’Unione Europea.

A causa di questa situazione, la democrazia europea è tale solo dal punto di vista formale, poiché i cittadini di fatto votano per dei livelli di governo che non hanno alcun potere di decisione su grandi questioni essenziali, quali le aree di influenza, i trattati commerciali, lo sfruttamento delle materie prime, le forniture energetiche, i grandi cambiamenti climatici, le crisi regionali ecc. Le maggiori decisioni sono ormai prese lontano dall’Europa e su tali decisioni i cittadini europei non hanno alcun modo di esprimersi.

Dare vita a una politica estera e di difesa comune realmente europea, che superi definitivamente le sovranità nazionali, diventa a questo punto fondamentale per far sì che i cittadini europei siano di nuovo padroni del proprio destino, così come lo sono i cittadini delle altre grandi potenze. Trasformare l’Europa in una federazione dotata di poteri esclusivi in materia di politica estera e di difesa è quindi ormai un fattore di democrazia e non una manifestazione di semplice volontà di potenza.


Autore: Niccolò Fraschini

Nato a Cremona nel 1986. Laurea triennale in Scienze Politiche presso l'università di Pavia, Laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna. Attualmente segue un master in Diplomazia e Politica Internazionale, sempre presso l'Università di Bologna. Coordinatore degli studenti di Forza Italia a Pavia dal 2005 al 2008, consigliere di circoscrizione a Pavia Centro dal 2005 al 2009, in seguito eletto consigliere al comune di Pavia dove ricopre il ruolo di presidente della Commissione Istruzione e Politiche Giovanili. Ha aderito a Futuro e Libertà fin dall'inizio ed è membro dell'ufficio politico del movimento giovanile di FLI.

6 Responses to “Il vero deficit democratico dell’Europa”

  1. Vincenzo scrive:

    Buongiorno Dottor Fraschini,
    concordo pienamente con quello che lei scrive. Le vorrei però fare notare che i sovrani cittadini italiani ormai da molto tempo chiedono agran voce, senza distinzioni di orinetamento politico, una riduzione dei costi della politica. Non servirà a molto, ma certamente come esempio sì. Non mi pare che il leader del partito di cui lei fa parte con un ruolo di un certo rilievo, pur avendo una posizione di un certo rilievo istituzionale, faccia sentire la sua voce in maniera forte e usi la “moral suasion” di cui dispone affinché la volontà sovrana dei cittadini venga soddisfatta.

  2. silvana Bononcini scrive:

    Sarebbero gli auspicati, x me, Stati Uniti d’Europa ?

  3. pippo scrive:

    Unione Europea è il nome della nostra patria.
    Abbiamo gli europei ma non abbiamo ancora completato la costruzione Politica e amministrativa.

    Un passo alla volta ci stiamo riuscendo anche se gli interessi contrari a che la nostra patria si completi cercano di rallentare o distruggere quanto fino adesso realizzato.

    Bisogna avere il coraggio di andare più spediti.

    Una difesa e unica voce verso l’esterno.
    Lingua federale Esperanto.

    Dimensione europea dello sport, facciamo vedere che siamo eurosportivi con un piccolo ma importante simbolo: la doppia bandiera sulle maglie sportive.

    Sistema fiscale comune e un vero mercato interno.

    Protezione civile europea: mettiamo a fattore comune Vigili del Fuoco e ambulanze con Eurosoccorso ovvero una Agenzia europea non raccordo di agenzie nazionali ma proprio una unica entità.

  4. Aurora scrive:

    L’EU è liberticida e statalista: non ha NULLA in comune, come concezione e pratica, ai principi di LIBERTÀ e federalismo contenuti nella Constitution of the United States e nel Bill of Rights. Altro che “Stati Uniti d’Europa”! È più un USSR paneuropea, con tutte le malattie eurogenerate e apprentemente opposte, ma in realtà complementari, di colonialismo e terzomondismo (due facce della stessa medaglia).
    Si conforma all’ideale sociale cattolico, comunista e fascista dello stato mamma, dello stato balia, dello stato controllore, che ora è diventato una mamma, balia e controllore ancor più grande, che sta uccidendo l’autonomia dei POPOLI negando il concetto stesso di nazione.
    È una delle creazioni più vicine al famigerato “Brave New World” di Aldous Huxley, che in Europa fareste bene a leggervi.
    Presto vedrete il suo destino, breve come il “Reich Millenario” voluto dai tedeschi 70 anni fa, tanto caldamente quanto l’Europa, destinato al caos e alla violenza (la Grecia oggi non è che un assaggio), e magari alla sottomissione (Islam) a politiche retrograde e liberticide sempre più potenti a causa del multiculturalismo, una delle più subdole forme di razzismo.
    Vedere: http://www.amazon.com/Delectable-Lie-liberal-repudiation-multiculturalism/dp/0986941409/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1327430651&sr=8-1

  5. Piccolapatria scrive:

    Il diritto al voto non ammette aggettivi; quando gli si dà una qualifica si rivela mera “concessione” condizionata dal potere; il voto definito “debole” è un eufemismo pervicacemente praticato che nasconde la vera condizione degli europei, italiani in particolare, che, fuori da ogni retorica politicante ingannevole, non sono altro che “sudditi” di fatto in Patria e in Europa.

  6. mv scrive:

    Caro Niccolò,
    bel pezzo, ma secondo me il piano dell’efficacia e quello della fonte della legittimità sono analiticamente separati.
    Inoltre, il mio timore è che nel caso dell’UE – come in molti altri – l’efficacia dell’azione politica internazionale sia inversamente proporzionale al grado di democraticità: nelle attuali condizioni, l’unico modo per l’UE di essere più efficace probabilmente è essere meno democratica.
    A presto,
    mv

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