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Articolo 18: l’apartheid del lavoro va abolito, non basta spostarne i confini

- Non è ancora ben chiaro quale forma prenderà la riforma del mercato del lavoro che il governo ha preannunciato. Quello che è certo è che l’attenzione generale riguarda in primo luogo le modalità con le quali eventualmente si metterà mano all’art.18.

La valenza del dibattito in corso trascende per molti versi la lettera di tale articolo dello Statuto dei Lavoratori per investire la questione della flessibilità del mercato del lavoro ed in definitiva della possibilità per le aziende di effettuare licenziamenti, anche su base individuale.

L’art.18 non è il cardine, ma di certo è il simbolo dell’attuale fisionomia del mercato del lavoro italiano, con i suoi squilibri e le sue contraddizioni, ma al tempo stesso così “popolare” grazie alla possente narrazione di cui questo paese è stato imbevuto.

Ci dicono che l’art.18 sia un caposaldo della giustizia sociale. Eppure basterebbe guardare alla questione dell’art.18 in modo oggettivo per comprendere come dietro alla difesa teorica e nominalmente universale del diritto al lavoro – enunciata dalle sinistre e dai sindacati – si celi in termini molto più concreti una difesa del posto di lavoro di chi ce l’ha dalla concorrenza dei potenziali outsider.

A questo proposito qualche giorno fa il primo ministro Monti ha usato un’immagine forte ma assolutamente appropriata quando ha detto che l’art.18ha creato un terribile apartheid nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi fatica ad entrare”.

Il fatto è che se davvero il premier la pensa così, allora alcune delle ipotesi di riforma su cui pare che il governo stia ragionando in queste settimane appaiono rinunciatarie e insufficienti – come quelle che prevedono che l’art.18 venga meno per le nuove assunzioni, ma continui a valere sui contratti in essere.
Se l’articolo 18 crea apartheid allora basilari considerazioni di equità ci imporrebbero di sopprimerlo del tutto – non possiamo limitarci a spostare i confini della discriminazione.

Peraltro c’è anche il rischio che modifiche selettive, pur avviate in un’ottica di liberalizzazione, riscontrino effetti persino controproducenti dal punto di vista dell’apertura effettiva del mercato del lavoro.
Ad esempio abolire l’art.18 per i nuovi contratti ed al contempo mantenerlo per i rapporti di lavoro esistenti vuol dire introdurre un forte disincentivo alla mobilità per chiunque abbia la fortuna di godere di un contratto a tempo indeterminato. I lavoratori saranno ancora più motivati a resistere ad oltranza nella posizione che detengono e saranno scoraggiati dal ricercare altrove nuove e migliori opportunità professionali, perché cambiare lavoro potrebbe significare passare dalla società dei garantiti a quella dei non garantiti.

Questo in generale è anche il problema di qualsiasi meccanismo che colleghi le tutele contro il licenziamento all’anzianità aziendale. Chi mai sarebbe disposto a lasciare una società in cui lavora da molti anni per spostarsi in un’altra nella quale, indipendentemente dai propri meriti, rischierà di più di tutti gli altri impiegati?

Se immaginiamo invece di legare il livello di tutela all’anzianità anagrafica, ugualmente andiamo incontro ad effetti collaterali indesiderati, come ad esempio ridurre ulteriormente la ricollocabilità dei lavoratori senior. Se stabiliamo che i cinquantenni dovranno essere meno licenziabili dei trentenni, non facciamo altro che fornire alle aziende un’ulteriore ragione per non assumere chi ha i capelli bianchi.

Va detto che appare poco efficace anche la strategia – cara a molti riformisti “moderati” – di creare le condizioni per una rinuncia volontaria dei lavoratori alle tutele dell’art.18, magari prospettando che il lavoro temporaneo sia retribuito maggiormente.

Sul Corriere di ieri, ad esempio, Alesina ed Ichino propongono che i lavoratori con contratto a tempo determinato siano pagati di più dei lavoratori con il posto fisso. In linea di principio si tratterebbe di un 10% in più – che invece i lavoratori a tempo indeterminato cederebbero indietro al datore di lavoro come “premio assicurativo” per le maggiori garanzie.
In realtà un gap del 10% – che inevitabilmente si riferirebbe ai minimi contrattuali – appare sostanzialmente irrisorio ed insufficiente a motivare i lavoratori a rinunciare in modo volontario all’illicenziabilità.

Anzi ci sarebbe da dubitare sul fatto che i maggiori guadagni per i lavoratori flessibili sarebbero effettivi. E’ evidente infatti che, in un sistema che restasse “duale”, i “precari” continuerebbero ad avere meno possibilità di crescita, perché le aziende punterebbero per gli incarichi di responsabilità sulle persone che sapessero di tenere nel lungo termine e non su coloro che saranno costrette a sacrificare alla prima crisi. Ed in generale sarebbero più portate a cercare di “motivare”, attraverso gratificazioni professionali ed incentivi economici, quei lavoratori che non possono licenziare piuttosto che i collaboratori a termine per i quali la semplice prospettiva di rinnovo del contratto costituirebbe una leva motivazionale sufficiente.

Non c’è niente da fare. Il destino dei lavoratori temporanei in un mondo di lavoratori fissi continuerebbe ad essere quello di lavoratori di serie B.

In queste condizioni è chiaro che, finché l’istituzione del posto fisso esiste, il fatto che la gente aspiri ad esso è un comportamento perfettamente razionale.

Così, quando leggiamo di sondaggi secondo cui l’84% dei giovani preferisce il lavoro garantito non c’è da interrogarsi sulla sensatezza della risposta. C’è da mettere in dubbio semmai la sensatezza della domanda.
Riflettiamoci bene. Chiedere ad un giovane se preferisce avere il posto fisso ha senso quanto chiedere ad un ristoratore se preferisce avere clienti fissi (che siano obbligati per legge a mangiare da lui almeno una volta alla settimana) oppure se preferisce guadagnarseli di volta in volta sul mercato. Che risposta ci aspetteremmo?

Il posto fisso è monotono” – ha buttato lì Mario Monti in questi giorni. Ma in realtà la ragione per cui il sistema del posto fisso deve essere superato non è che non sia desiderabile per chi ne beneficia, bensì che è allo stesso tempo ingiusto ed economicamente insostenibile.

Deve essere superato perché, al netto della retorica, è un sistema di barriere all’ingresso che conduce alla marginalizzazione ed alla subordinazione sociale di larghe fasce del paese. Deve essere superato perché impone il mantenimento di configurazioni produttive costose, inefficienti e totalmente non competitive nello scenario globale – conducendo così alla progressiva distruzione di posti di lavoro.
Da questo punto di vista, il lavoro flessibile mostrerà i propri vantaggi non nel confronto statico con il lavoro garantito, bensì proprio nel momento in cui questo verrà meno.

Da un lato perché la competizione nel mercato del lavoro sarà finalmente ad armi pari e non si assisterà più al brutto spettacolo di aziende che in fase di contrazione sono costrette a lasciare andare il giovane bravo per continuare a pagare lo stipendio ai lavoratori protetti. Dall’altro perché solo nel momento in cui le aziende potranno cominciare a fare scelte economicamente efficienti questo paese tornerà a crescere e dunque potrà modificarsi il rapporto il rapporto tra domanda ed offerta di lavoro.

Occorre avviare l’Italia su una nuova via di sviluppo e di successo economico che renda i lavoratori una “risorsa scarsa” che le imprese si contendano nel mercato offrendo stipendi migliori e prospettive di carriera migliori.

In definitiva se vogliamo “temperare” la riforma della disciplina dei licenziamenti – se vogliamo smussarne gli “eccessi liberisti” – la strada non è quella di scegliere di abolire l’art.18 solamente in parte, bensì semmai quella di mettere in campo un sistema di ammortizzatori sociali che tuteli il lavoratore, non un determinato posto di lavoro.

Inamovibilità per nessuno, flessibilità per tutti – ed insieme un sostegno al reddito per il lavoratore provvisoriamente inoccupato, per un tempo proporzionale all’anzianità contributiva.
E’ l’unica soluzione possibile che coniughi equità, efficienza ed esigenze di welfare.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

16 Responses to “Articolo 18: l’apartheid del lavoro va abolito, non basta spostarne i confini”

  1. Alberto scrive:

    Le tesi dell’autore si basano sull’assunto (falso) che il dualismo nel mercato del lavoro sia addebitabile all’art.18. La realtà nota a tutti giovani è che la loro segregazione in un mercato del lavoro di serie B è determinata dall’abuso della pletora di contratti precari stratificatasi nel corso degli anni. E’ quella giungla che andrebbe disboscata! E’ paradossale che per combattere la precarietà si cerchi di aumentarla. Per combattere la precarietà bisogna (ovviamente!) estendere la stabilità. Incentivando le assunzioni e disincentivando i licenziamenti, non il contrario!

  2. MARIO scrive:

    HAI SCRITTO UNA MAREA DI CAZZATE !!!!

    CORDIALMENTE

    MARIO

  3. Pietro M. scrive:

    Signor (si fa per dire) Mario,

    qual è il contenuto del suo commento? quale pensiero profondamente ponderato voleva rivelarci con il suo conciso post (e devo dire che la concisione mi sembra essere il suo unico merito)?

    o forse voleva solo rivelare ai lettori la sua maleducazione, la sua mancanza di argomenti, e in definitiva la sua meschinità umana?

  4. Pietro M. scrive:

    Alberto: certamente ci sono problemi con la pletora di buffi contratti che si è venuta a creare dopo le riforme Treu e Biagi.

    però non dimentichiamo che il mercato del lavoro duale esisteva da prima di queste riforme: l’ancient regime precedente le riforme vedeva un tasso di disoccupazione in continua crescita che era arrivato all’11-12%, senza tendenza a decrescere.

    lì c’era una dicotomia tra chi il lavoro l’aveva e chi no, e chi non l’aveva o lavorava in nero o rimaneva disoccupato a lungo. con le riforme si è fatto un compromesso: molti disoccupati hanno potuto diventare sottoccupati, magari qualcuno ha ottenuto un lavoro fisso. non si è voluto però toccare i privilegi di chi aveva il posto fisso, col risultato che alla fine il costo di tutte le ristrutturazioni è pagato ancora oggi dai più deboli: prima con la disoccupazione, ora con il precariato e con il licenziamento appena ci sono problemi.

    il costo della dinamica economica è tutto concentrato sul 15% più debole del mercato del lavoro, perché non si è avuto il coraggio politico di distribuirlo equamente.

    • marcello scrive:

      Uno che ho uno stipendio da 1300 al mese e deve mantenere delle persone non arriva alla seconda settimana. Definirlo un privilegiato è quanto meno offensivo. Si vada a vedere perché con la benzina a quasi 2 euro al litro le strade sono piene di auto. Il più delle volte i componenti non sono dei lavoratori a tempo indeterminato. Ma questi secondo molti liberisti vanno difesi, chi prende molto ha il diritto di evadere, perché se uno è meritevole può essere onnipotente, anche se abita in una comunità.

      • Andrea B. scrive:

        Ecco, ci mancava solo quello che dice che di questi tempi chi prende ancora l’auto è sicuramente un evasore…
        Dall’ultima riga del suo commento poi, si evince che lei ammira parecchio le “comunità” dei castori o delle formiche…

        Ma tutto questo che ci azzecca con l’art. 18 ?

  5. Claudia Biancotti scrive:

    Caro Mario,

    è vero che non si dovrebbe dar da mangiare ai troll. Però è una soddisfazione sapere che il populismo da quattro soldi, almeno ora, è reso minoritario in Italia. E così anche gli strilli e le parolacce. Godiamocelo finchè dura.

  6. Andrea de Liberato scrive:

    applausi a Faraci, l’art.18 è un emblema di ingiustizia sociale, privilegiando una netta minoranza

  7. Aurora scrive:

    Il problema in realtà è un’ideologia sociale comunista (e fascista e prima ancora cattolica) ancora dominante in Italia.
    Un’ideologia virulentemente contraria al libero mercato.
    Un’ideologia che vive di mamma stato, di stato balia, di “lo stato innanzitutto”, di “lo stato ha il diritto d’intervenire su tutto”, che è liberticida per definizione.
    Un’deologia che fa dire cose al PD, nel suo sito ufficiale, per bocca del comunista mai pentito Cesare Damiano, come: “Inaccettabile licenziare per motivi economici”
    Vedi: http://www.partitodemocratico.it/doc/230189/lavoro-damiano-inaccettabile-licenziare-per-motivi-economici.htm

  8. Paolo scrive:

    Come ho già espresso commentando un altro articolo, l’art.18 è nato per impedire i licenziamenti discriminatori, non quelli per “giusta causa o giustificato motivo”; l’art.18 non impedisce all’impresa in crisi di tagliare posti per motivi economici, almeno in teoria.

    La pratica, però, è ben diversa, perché l’ultima parola sulla legittimità del licenziamento è rimessa al giudice, richiede tempi lunghi (secoli, per chi opera sul mercato) e in caso di sentenza negativa per l’impresa sono dolori.

    La conseguenza è che oggi per un’imprenditrice il taglio di manodopera comporta costi elevati ed esiti aleatori.

    Quello che occorre, invece, è fornire alle imprese un percorso rapido e non penalizzante per la flessibilità in uscita del personale, estendendo d’altro canto le tutele contro i licenziamenti veramente discriminatori a tutte le forme di impiego subordinato (o vogliamo che nella dittarella di 10 persone vada a casa quello che “insiste troppo” sulle misure di sicurezza non rispettate?!).

    Tutti da definire i percorsi di sostegno economico e di riqualificazione e avvio al ricollocamento del personale licenziato: ma qui va stravolto l’intero sistema italiano di sicurezza sociale, ancora basato sulla famiglia anni ’70, uomo-padre-posto-fisso, donna-madre-casalinga, due-figli-studenti.

    Teniamo presente che l’”operaio generico” non serve più, e “un saldatore a filo è un saldatore a filo è un saldatore a filo”. Se c’è crisi nel settore della saldatura a filo, sarà ben difficile riconvertirlo, che so, in operatore cnc, o pretendere che dopo un turno di lavoro di 8 ore abbia avuto il tempo e la lucidità di seguire in proprio altri percorsi formativi: perché pensare al part-time solo per esigenze casalinghe, e non agevolare invece il part-time quando è finalizzato alla formazione continua del lavoratore?

    Un Damiano alla ricerca di facili consensi sa bene che il licenziamento per motivi economici esiste già, solo che è una strada non facilmente praticabile quanto le imprese vorrebbero (= necessiterebbero). Ma scremando le dichiarazioni in quello stile “specchietto per la base” estrapolate e pubblicate sulla stampa nazionale, mi sembra di notare che oggi ci si sia comunque un’insolita disponibilità tra le parti ad affrontare la questione. Cgil compresa, oserei dire. Sono solo mie percezioni?

  9. marcello scrive:

    I motivi economici rientrano nella giusta causa, se riguardano l’impossibilità dell’imprenditore di opagare gli stipendi. Se riguardano una fusione, visto che questa fa andare l’economia verso il monopolio, e limita così il nascere di nuove imprese (v. la fiat che ha incorporato le altre marche italiane), non trovo giusto che debbano fare le spese i lavoratori.

  10. step scrive:

    Concordo con Faraci. Anzi, io sarei stato ancora più metallico. Su questi argomenti occorre andare giù duro, mi sono stancato dei privilegi e dell’assistenzialismo spacciati per “equità”. È insopportabile l’aura di ipocrisia che permea certe incrostazioni ormai soltanto italiane (e nord-coreane…). Vedasi ad esempio la locuzione “giustizia sociale” usata come grimaldello moralista, locuzione di fronte alla quale non si sa mai se ridere o se piangere. Io, da buon libertario menefreghista, ci rido sopra. :-D

  11. pippo scrive:

    Per aumentare i posti di lavoro una soluzione è
    ABOLIRE IL SOSTITUTO D’IMPOSTA

    in questo modo chi assume sia a tempo indeterminato che occasionale deve solo pagare il lavoratore con un bonifico con una specifica causale.
    la banca dirotta in automatico la percentuale di acconto Irpef e contributi INPS.

    Questo metodo può essere usato anche per pagare professionisti dove anche l’IVA viene inviata direttamente all’erario.

    Semplificazione degli adempimenti burocratici ed emersione del nero.

  12. franz scrive:

    ma dove vive l’autore dell’articolo? o dove immagina di essere? nella silicon valley ?parla di flessibilità,vagheggia piani di assunzioni, meritocrazia
    e ritiene che senza l’articolo 18 con una bacchetta magica si risolvano tutti i problemi! i sogni aiutano a viver emeglio ma calarsi nella realta’ è attività impervia

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  1. Anonimo scrive:

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