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Formidabili quegli anni/13. Dal ’68 ho imparato a non rimpiangerlo

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Cerco di rispondere, Claudia, con parole serie e vere alle tue domande serie e vere sugli anni ’70.
Mi pare più giusto risponderti non astrattamente – ascoltando le tue domande come se ci stessimo parlando personalmente, anche se so e sappiamo che questa nostra corrispondenza ha destinazione pubblica.

Seguo la tua traccia, per quanto posso, punto per punto. Non ti risponderò su tutto perché la risposta sarebbe, come già sarà, troppo più lunga della domanda. Prendila come la prima puntata di un discorso che iniziamo qui per continuarlo presto.

Non credo, no, che né l’Italia né gli italiani siano peggiorati, rispetto a quarant’anni fa. Quanto all’Italia – il suo nome stava solo sulla bocca dei nazionalisti più infrequentabili, e per il resto l’internazionalismo era di gran moda, a sinistra ma anche a destra.

Ma forse, allora, richiamarsi ad appartenenze ideologiche transnazionali, o a utopie europeiste, era un modo per superare quello che, più o meno consapevolmente, era un disagio storico-morale: psicologicamente l’Italia tutta, nel suo complesso, si era portata in eredità dal disastro della seconda guerra mondiale un certo qual senso di inferiorità morale nei confronti del resto del mondo, nei confronti di tutti quanti potevano dirsi, a differenza degli italiani, orgogliosamente vincitori o tragicamente vinti.

Credo che questo senso di disagio e di disaffezione in qualche misura c’entri anche con il fatto che sono stati quelli gli anni in cui dell’Italia – delle sue bellezze naturali, delle sue architetture – si faceva scempio: proprio quello scempio che ci fa soffrire ora, e che ci pare così grave, così difficilmente rimediabile, ma anche così inspiegabile.

Ma tornando all’immaginario di quegli anni, a dire ‘Italia’, non c’era gran che di cui andare fieri. Esteticamente ‘Italia’ suonava come un misto di stereotipi insopportabili e umilianti, che l’immaginario letterario e cinematografico di una nutrita schiera di poeti e di artisti cinici o depressi, pareva impegnato ad alimentare, lucrando dall’estero al più l’elemosina di una curiosità folkloristica.

Sta di fatto che ‘nazione’ e ‘patria’ erano allora parole che suonavano, quando non ridicole, ancora più retoriche e lontane di quanto non suonino oggi. Perché solo oggi – Noi credevamo lo racconta bene – abbiamo riscoperto che Italia è un progetto mai esaurito, una rivoluzione ancora da fare (come sapevano, tra i tanti, i giovani liberali e repubblicani del 1848, capelloni e sovversivi). E può essere eccitante, e può spendersi nel mondo, quando significa – come nel Rinascimento – un cielo politico di tante città, diverse l’una dall’altra, una in gara con l’altra, dove l’arte si fa vita, non certo quando è un elenco di parole gridate tutte in maiuscolo, o una parata di corazzieri impennacchiati.

Non credo neppure che gli italiani di allora fossero migliori di quelli di oggi e ti dirò di più: senza entrare in giudizi che potrebbero suonare stonati e provocatori, o impietosi, non credo neppure che la galleria di personaggi che menzioni o che evochi per antonomasia – e che troviamo in tutti i calendari dei santini della cultura, della politica, del giornalismo degli anni ’70 – sia così esemplare: non credo che tutti quei campioni risulteranno irresistibili sulla misura, alla prova del tempo.

Quanto alle considerazioni sulla società, la cultura e l’economia, qui invece sono convinta che ci sia qualcosa che non torna nell’incrocio tra i tuoi dati e quello che so: l’Italia era un paese più sobrio ma non più povero di ora, forse con meno universitari ma non credo meno scolarizzato.

Né, certo, meno alfabetizzato: io non so quali siano i parametri con cui si valutano questi profili ma so che nel 1968 (io avevo 11 anni) la sera alla televisione, sul canale unico della RAI, si vedeva l’Odissea di Franco Rossi, introdotta dalla voce di Ungaretti; che il venerdì sera c’era teatro – Pirandello, Anhouil, Shakespeare – e che io lo vedevo con mia nonna che aveva fatto la terza elementare; che le altre sere c’erano sceneggiati tratti da Dostoyevsky e da Tolstoj, e nessuno pensava o diceva “la gente non capisce”.

E so per certo che l’Italia era un paese più libero e più laico: dal punto di vista dei diritti civili non so se oggi passerebbe un referendum sull’aborto, e non so se poi sarebbe normale trovare un primo ministro democristiano che lo controfirmerebbe per senso dello stato.

Nel male e nel bene l’Italia era un paese diverso da quello che è ora. Ma soprattutto per noi – per me che nel 1970 avevo tredici anni – c’era la politica. No, non la politica in senso reale e oggettivo – come dici tu: i partiti, casta più ancora che oggi; la corruzione sistemica; l’opacità anche delle procedure istituzionali – la politica in senso imaginale e soggettivo.

E su questo fronte – non i grandi, che avevano poca voce in capitolo e che pensavano a lavorare; non i politici professionisti, che si spartivano il potere in modo anche feroce sopra le nostre teste (a volte anche a prezzo delle stesse), ma tanti ragazzi – tanti, non tutti, ma eravamo in quota sufficiente per essere imaginalmente egemonici – erano e si sentivano protagonisti.

Era una situazione del tutto irreale, dal punto di vista della realtà positiva: perché la politica, nazionale e internazionale, si muoveva su tutt’altre logiche; perché le strategie erano pensate e confezionate altrove; perché alla tavola della politica politicata si consumavano veri e propri crimini sociali in tutti i sensi e per tutti i gusti – quelli di cui oggi stiamo pagando tutti il conto (io che sono più grande, ma soprattutto tu e i miei figli).

Ma era in atto una rivoluzione vera – che è poi quella a cui mi ostino di dare il nome di politica – avevamo fatto tutt’uno di impegno arte e vita: noi quattordicenni, quindicenni, sedicenni, e i nostri fratelli un po’ più grandi, in tanti modi e in diverse parti del mondo, ci eravamo presi diritto di parola per imporre la nostra etica e la nostra estetica al mondo – a partire da come ci vestivamo, da come ci acconciavamo i capelli, dalla musica che ascoltavamo, dal modo in cui camminavamo, in cui viaggiavamo.

Dal modo in cui facevamo politica e in cui facevamo l’amore. Noi abbiamo vinto, allora, perché abbiamo incantato tutti e abbiamo costretto il mondo – anche il mondo dei grandi – ad adeguarsi alle nostre parole d’ordine. È stata un’energia che ha immagato il mondo – tanto che persino i più perbenisti dei nostri genitori trovavano normale uno stile di vita (e una soglia di rischio di vita) che noi tredicenni, quattordicenni, quindicenni, con la grazia ostinata dell’improntitudine rivoluzionaria, avevamo imposto come necessaria.

Credo sia quella energia che ancora si irradia e un po’ trapela dalle restituzioni cinematografiche, letterarie, poetiche di quell’epoca – ma è ben sbiadito, credimi, nel bene e nel male (nella dolcezza e nella ferocia di quegli anni) quel che trapela: è molto meglio guardare i telegiornali, i documentari, i film di quegli anni per capire. Anche per capire quanto poco al passo con quello che stava accadendo – e la cui onda lunga arriva finora – era la cultura giornalistica e politica ufficiale.

Finisco – questa che spero sia la prima puntata – assicurandoti che di quegli anni, in cui la mia vita quotidiana era anche insensata e difficilissima senza essere sempre intensa, non ho nessuna nostalgia. Ho una memoria vivida, che vorrei mettere a frutto per capire meglio cosa è successo e cosa può succedere al mondo. Ma non vorrei mai tornare indietro.

Perché da quegli anni – formidabili propriamente nel senso, etimologico, di ‘terribili’ – ho imparato una cosa, e me la porto in dote come il dono più importante che quel periodo mi ha lasciato: ho imparato a essere libera da ogni ricatto del passato o del futuro. In altre parole a coltivare, giorno per giorno, amore e passione del tempo presente. Che oggi è questo tempo – il tempo in cui, tra l’altro, è capitato che, proprio facendo politica, abbiamo avuto occasione di incontrarci e di scriverci qui.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi
  8. Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs di Benedetto Della Vedova
  9. Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista di Carmelo Palma
  10. Formidabili quegli anni/10. Un movimento di adolescenti invecchiato male di Pietro Monsurrò
  11. Formidabili quegli anni/11. Il vero ’68 fu il ’69 e ne paghiamo ancora il prezzo di Giuliano Cazzola
  12. Formidabili quegli anni/12. Le lotte operaie non erano di classe ma di dignità di Savino Pezzotta

 


Autore: Monica Centanni

Nata a Venezia nel 1957. Docente di lingua e letteratura greca all’Università IUAV di Venezia. Filologo classico, studiosa del teatro antico e della storia della tradizione classica nella cultura artistica e letteraria. Fa parte del Consiglio della Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Coordina, con Paolo Morachiello, le attività del Centro studi “Architettura, civiltà e tradizione del classico". Dirige la rivista on line “Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale”. E' componente della Segreteria Politica di FLI.

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